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23 novembre 1980, un terremoto di magnitudo 6.9 devastò l’Irpinia con il doloroso bilancio di quasi tremila morti, circa novemila feriti, quasi trecentomila sfollati e ingenti danni al territorio. Un dramma che distrusse intere comunità tra i territori di Avellino, Salerno e Potenza e al quale lo Stato rispose con un imponente stanziamento per finanziare gli interventi di ricostruzione.
Decine di miliardi euro al centro dello studio della commissione parlamentare d’inchiesta sull’attuazione degli interventi per lo sviluppo dei territori della Basilicata e della Campania colpiti dai terremoti del novembre 1980 e del febbraio 1981 e anche al centro degli interessi e appetiti criminali dei clan della camorra. Tutto questo mentre in Campania, in particolare a Torre Annunziata, si stavano determinando nuovi e importanti equilibri tra i clan Gionta, Casalesi e Corleonesi, nemici dei Bardellino ma amici dei Nuvoletta.
In questa Campania un giovane e appassionato giornalista precario, corrispondente da Torre Annunziata per Il Mattino di Napoli, approfondendo il malaffare e gli intrecci politico-criminali, con acume delineava la geografia dei clan alle pendici del Vesuvio e i legami tra camorra e Cosa Nostra e, avendo intuito il patto criminale con la politica per la spartizione degli appalti, denunciava le collusioni con la pubblica amministrazione.
Il suo nome era Giancarlo Siani e per le sue parole libere, vere e coraggiose sarebbe stato ucciso cinque anni dopo a Napoli.
Gioioso e sorridente, entusiasta della vita, ragazzo sportivo, giocatore e allenatore di una squadra giovanile di pallavolo, Giancarlo era seriamente dedito al suo lavoro di cui aveva colto lo spirito autentico: la verità è dentro una realtà rivelata dai fatti, spesso difficile da capire, camuffata, nascosta e che il giornalista deve portare alla luce, con responsabilità e lontano da protagonismi, animato dal solo desiderio di spiegare e far capire, insomma di informare.
Le partite di pallavolo, la canzoni di Vasco, l’amore, l’amicizia e i suoi articoli sul Mattino. Ecco la vita di giornalista che guardava, intuiva, chiedeva, capiva e scriveva. Azioni semplici e pulite ma anche insidiose e disarmanti in un contesto in cui capire non era consentito, chiedere era pericoloso, scrivere non era consigliato, denunciare era vietato.
Ventisei anni compiuti solo da qualche giorno e già Giancarlo aveva capito tanto, anzi troppo, al punto da essere diventato scomodo, un pericolo, un intralcio se avesse continuato a scavare e a scrivere. E lui lo avrebbe fatto, avrebbe continuato a cercare le notizie, a recarsi con la sua Citroen Mehari verde a Torre Annunziata e a raccontare sulle colonne del Mattino ciò che vedeva e intuiva.
Per questo dava fastidio e per questo è stato ucciso con otto colpi di pistola il 23 settembre del 1985 nella sua Napoli, in piazza Leonardo al Vomero, a pochi passi da casa sua. Per questo, come da tragico copione, il volume-dossier dal titolo “Torre Annunziata un anno dopo la strage” incentrato sugli affari camorristici pronto per la stampa non fu mai più ritrovato.
Originario del Vomero, fin dai suoi primi articoli Giancarlo fu attento osservatore delle fasce sociali più deboli ed emarginate, pronto a mettere in luce le ingiustizie sociali e le sopraffazioni e a denunciare la disoccupazione e le inefficienze amministrative.
I suoi primi articoli apparsero sul finire degli anni Settanta sui periodici Scuola – Informazione e Il lavoro nel Sud. Dopo essersi distinto per le inchieste sui Giovani e la Città del Mattino di Napoli, lo stesso quotidiano, che intanto con la direzione di Roberto Ciuni si stava riorganizzando in dipartimenti e stava inviando corrispondenti nelle periferie, affidò a Giancarlo Siani la corrispondenza da Torre Annunziata.
Il primo articolo di Giancarlo apprendista giornalista reca la data del 21 ottobre 1980. I cinque anni che seguirono furono di intenso lavoro. Nel 1983 e nel 1984 collaborò anche con il periodico “Osservatorio sulla camorra”, fondato dal docente universitario Amato Lamberti.
Poi approdò al Mattino, primo quotidiano ad essere stato fondato e diretto da una donna, la scrittrice e giornalista di origini greche Matilde Serao che con il marito Edoardo Scarfoglio ne avviò l’attività nel 1892.
«Potrebbe cambiare la geografia della Camorra dopo l’arresto del superlatitante Valentino Gionta. Già da tempo, negli alimenti della mala organizzata e nello stesso clan dei Valentini di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse “scaricato”, ucciso o arrestato. Dopo il 26 agosto dell’anno scorso il boss di Torre Annunziata era diventato un personaggio scomodo. La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di “Nuova famiglia”, i Bardellino», Giancarlo Siani, 10 giugno 1985, Il Mattino.
Fu questo articolo di cronaca (non un editoriale), pubblicato il 10 giugno 1985, a segnare il destino di Giancarlo Siani.
Il giovane aveva intuito che l’arresto di Valentino Gionta, capoclan di Torre Annunziata, era stato favorito dal clan Nuvoletta (alleato dei Gionta ma probabilmente anche l’unica famiglia non siciliana a sedere nella cupola accanto ai Corleonesi di Riina) che aveva agito in accordo con il rivale clan dei Bardellino. Quello era un frangente delicato in cui la Nuova famiglia, che senza Raffaele Cutolo era stata costretta a riorganizzarsi, fronteggiava la nuova camorra organizzata. Un riassestamento che si era tramutato in una scissione: da una parte gli Alfieri-Galasso-Bardellino e dall’altra i Gionta-Nuvoletta-D’Alessandro. Era in corso una guerra sanguinaria con omicidi all’ordine del giorno.
Giancarlo aveva intuito chiaramente gli intrecci criminali in evoluzione a Napoli in quel frangente delicato e, analizzando il contesto nel suo complesso, era arrivato per primo alla verità: l’arresto di Valentino Gionta proprio nei pressi della tenuta, ritenuta il regno dei Nuvoletta, a Poggio Vallesano a Marano di Napoli, non avrebbe potuto essere eseguito senza un diretto intervento dei Nuvoletta; dunque costoro avevano venduto un loro uomo ai rivali. Tale conclusione, per quanto pericolosa non fu taciuta e fu, invece, affidata a quelle righe che, con ogni probabilità, lo condannarono a morte. Quel colpo infamante, che comprometteva la reputazione criminale a Napoli dei Nuvoletta, non avrebbe potuto restare impunito.
La camorra non aveva mai ucciso un giornalista. Giancarlo è stato l’unico. L’impulso fu dato da Cosa Nostra che, invece, si era già macchiata di attacchi mortali anche all’informazione e aveva già ucciso Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato e Mario Francese.
«Sarebbe bastato leggere i suoi appunti per capire in quale direzione indagare per accertare la verità sulla sua morte», ha commentato il fratello Paolo, oggi deputato della Repubblica, in occasione del recente 35° anniversario della morte di Giancarlo.
Invece le prime ipotesi, come da copione quando la verità in ballo scotta, quando ci sono potenti da coprire, furono le più deliranti e insensate, ovviamente non connesse alla camorra. La volontà di delegittimare la matrice criminale e di confondere le acque era già insita nell’agguato: il commando di due killer che lo uccise sparò con pistole calibro 7,65 piuttosto che con quelle calibro 9, che avrebbero subito rivelato una certa consistenza criminale dei mandanti.
Ciò aprì la strada a ipotesi frivole e disimpegnate, personali e passionali, ideali per deresponsabilizzare le coscienze e l’opinione pubblica, assolutamente funzionali alla banalizzazione e alla negazione di piani ulteriori da individuare rispetto a quello apparente e immediato; tutte fasi di una precisa strategia di insabbiamento e deviazione dell’attenzione, abbastanza collaudata nel nostro Paese.
Anni di depistaggi, infatti, sviarono le indagini, ostacolando la ricerca e l’affermazione di una verità che non avrebbe dovuto essere scoperta perché sottendeva ad una matrice politico-mafiosa che avrebbe scompaginato altri e importanti livelli.
Otto anni dopo l’omicidio di Giancarlo, nel 1993, il Comune di Torre Annunziata, come fu anche per altre amministrazioni locali nel napoletano, fu sciolto per mafia; vennero processati assessori, sindaci, vertici della ragioneria e dell’avvocatura. Emerse quella verità a lungo nascosta, quella verità che Giancarlo aveva tirato fuori dai fatti e dal sangue per le strade di Torre Annunziata, quella verità che era sempre stata lì, sotto gli occhi di tutti, in ciò che Giancarlo aveva già scritto e firmato e non in ciò che, secondo qualcuno, egli aveva tenuto chiuso in un cassetto.
Il suo metodo serio e approfondito di lavoro, ancora oggi è apprezzato da coloro che alle sue domande rispondevano e che a lui davano delle informazioni. Con la sua intelligenza, la sua capacità di analizzare e guardare gli eventi nel loro insieme e oltre, egli sapeva porre le informazioni e i fatti nella giusta prospettiva, addivenendo a giuste conclusioni. Forse per questo provocare e poi sminuire l’accaduto erano sembrati gli atti più urgenti e necessari. Si tentò di porre Giancarlo Siani in ombra, di lasciarlo anonimo. Il giorno dopo il Mattino non pubblicò nulla.
Dunque la verità era già tutta lì, tra i 651 scritti, tra articoli e inchieste pubblicate dal giugno del 1979 al 22 settembre del 1985, interamente raccolti nel volume “Le parole di una vita” e nei 70 articoli dedicati a fatti di camorra. «Un patrimonio storico inestimabile», viene definito sul sito della fondazione intitolata a Giancarlo.
Si deve al magistrato della Dda di Napoli, Armando D’Alterio – autore de “La stampa addosso. Giancarlo Siani, la vera storia dell’inchiesta” e oggi procuratore generale presso la corte d’Appello di Potenza – la svolta decisiva che condusse finalmente, grazie anche alle rivelazioni di Salvatore Migliorino e di Gabriele Donnarumma, pentiti del clan Gionta, al processo e alla condanna nel 1993 di Lorenzo e Angelo Nuvoletta e Luigi Braccanti, in qualità di mandanti, e di Ciro Cappuccio e Armando Del Core, quali esecutori.
Secondo le ricostruzioni dei pentiti, Valentino Gionta non condivise subito il progetto di uccidere Siani. Alla fine cedette per mantenere la alleanze criminali. Ad ogni modo lui fu assolto per questo omicidio e invece condannato in via definitiva per l’omicidio del suo braccio destro, Eduardo Di Ronza.
Il lavoro di Armando D’Alterio propende per questa ricostruzione dei fatti; in essa il clan Giuliano, secondo altre ipotesi invece mandante dell’omicidio Siani per un suo articolo di denuncia sul lucro generato all’interno di cooperative di ex detenuti infiltrate dalla camorra, avrebbe avuto invece un ruolo neutrale.
La vicenda e il processo restano complessi, con aspetti anche non poco controversi. Non possono escludersi ulteriori possibili approfondimenti. Il titolo del volume si ispira a quella stampa addosso di cui parlava l’assessore al Patrimonio edilizio e poi sindaco di Torre Annunziata, Domenico Bertone, indagato per la morte di Giancarlo, posizione poi archiviata. Bertone era ritenuto capo del comitato di affari che consegnò in quegli anni il territorio torrese ai Gionta e ai Nuvoletta e la stampa che si sentiva addosso era rappresentata proprio da Giancarlo Siani, cronista perspicace e tenace, dunque particolarmente fastidioso.
Giancarlo se n’è andato trentacinque fa ma i suoi scritti sono ancora attuali e reali come pochi, capaci di descrivere spaccati e piaghe sociali senza veli e senza paura. Sono senza dubbio le “parole di una vita”. Della sua giovane vita e anche della nostra, se avremo il coraggio di quel sorriso e di quella fiducia nella Vita e nella Verità.
(23 Novembre 2020)

Fonte: Giornalistitalia.it

Tratto da: liberainformazione.org

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