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Il 15 ottobre, il Trentino scopre la presenza di una Locale di ‘Ndrangheta radicata ormai da 4 decenni a pochi chilometri dal capoluogo; suo interesse principale, l’oro rosso trentino: il porfido.
Come reagirà il territorio?
Trento, Ottobre 2020. A pochi mesi di distanza dall’operazione di polizia giudiziaria Freeland, relativa alla presenza della ‘Ndrangheta in Regione, il 15 ottobre ci siamo svegliati con la notizia dell'operazione Perfido, tesa a perseguire la ‘Ndrangheta infiltrata nelle cave di porfido trentine: la risorsa porfido, per la sua rilevanza economica e sociale, viene considerata “oro rosso” di questo territorio.
Un radicamento, quello della mafia calabrese, tutt'altro che recente ed estemporaneo, perché risulta - dalla lettura dell’ordinanza di custodia cautelare (occ) nella quale, il 29 luglio 2020, il GIP di Trento ha accolto le richieste della Procura di Trento - che il Trentino, e in particolare la Val di Cembra, convivesse con la presenza ‘ndranghetista fin dagli anni ’80.
Si legge anche che quest’ultima si sia insediata “grazie […] a una prolungata sottovalutazione da parte degli organi inquirenti del fenomeno, sia a connivenza da parte di soggetti di questa provincia, riuscendo […] silentemente ad assumere e mantenere il controllo di attività economiche, attraverso l’intimidazione sistematica e l’infiltrazione di propri membri, in modo da creare una situazione di assoggettamento e di omertà […]” (pag. 13 dell’occ citata).
Le intercettazioni, ambientali e telefoniche, e il monitoraggio degli indagati hanno permesso agli inquirenti di ricostruire la presenza di una silente ma strutturata organizzazione criminale, originaria di Cardeto (RC) ma da decenni ormai perfettamente integrata nel tessuto economico e imprenditoriale trentino.
Agli indagati viene contestato il fatto di aver instaurato intorno al business del porfido un sofisticato sistema di sfruttamento, malaffare e corruzione, per mezzo della costituzione di una Locale ‘ndranghetista con sede a Lona Lases.
I reati-spia della presenza mafiosa certamente non mancano: lo sfruttamento e la minaccia di lavoratori versanti in situazione di particolare vulnerabilità; la detenzione abusiva di armi comuni e da guerra; lo scambio elettorale politico-mafioso, reato consumato nel corso delle elezioni comunali di Lona Lases del 2018 e delle elezioni provinciali del 2018; vengono poi contestati altri, non meno rilevanti, reati contro la persona e contro il patrimonio (pagg. 1-9 dell’occ citata).
Ad essere accusati di tali gravi reati non solo mafiosi, ma anche esponenti di una fitta “zona grigia” che ha permesso alla ‘Ndrangheta di radicarsi nel territorio: si leggono i nomi di imprenditori, uomini politici e delle istituzioni, un membro dell’Arma dei Carabinieri in servizio a Roma, ex assessori e consiglieri comunali, fino ai vertici più alti delle istituzioni (pag. 2 dell’occ citata). Una inquietante trama di intrecci, affari e interessi economici, tutti in danno delle persone più fragili e vulnerabili e della stragrande maggioranza della popolazione trentina.
Si ripresenta anche in Trentino - come negli ultimi anni spesso denunciato anche dalle realtà sociali che più direttamente sono state spettatrici, spesso impotenti, dell’esistenza di tale meccanismo perverso (in primo luogo, gli esponenti del Coordinamento Lavoro Porfido) - il meccanismo di espansione territoriale tipico della ‘Ndrangheta, che già si registra da anni in numerose Regioni del Nord Italia. Ciò che rammarica è che in Trentino mai si è seriamente tentato di far tesoro delle esperienze delle Regioni confinanti, negando goffamente il problema e paventando l’assurda immunità del nostro territorio alla presenza mafiosa.
Il territorio trentino non si è reso conto del fatto che le mafie ci sono dove c’è interesse, a meno che non vi sia anche una comunità consapevole e responsabile, che riesca a impedire un insediamento criminale portatore solo di impoverimento di risorse economiche e, soprattutto, di diritti democratici.
Libera Trentino ritiene che la presenza di segnali così gravi e documentati non possa non aprire nel territorio un'ampia discussione (auto)critica, che coinvolga cittadinanza e istituzioni e che sia portatrice di una efficace reazione al fenomeno, a prescindere dai (pur importanti) sviluppi giudiziali della vicenda.

Foto © Imagoeconomica

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