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di Karim El Sadi - Video

Salvatore Borsellino: "Stiamo pagando le clausole della trattativa”
Convegno web organizzato dalle Agende Rosse



Sono state settimane difficili per l’intero sistema penitenziario italiano. Le rivolte carcerarie di inizio marzo e le scarcerazioni dei boss mafiosi per i pericoli di contagio da Covid-19, hanno fatto venire a galla annose lacune di gestione delle carceri e dei detenuti più pericolosi, mai adeguatamente affrontate. Un dibattito nazionale accesissimo che è arrivato a scatenare un terremoto all’interno del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), con le dimissioni di Francesco Basentini e l’inserimento di due nuovi magistrati: Dino Petralia come capo del Dap e Roberto Tartaglia come suo vice. Le perplessità però, nonostante le nuove nomine e l’apparente cambio di rotta, continuano a permanere. Per quali ragioni si sono verificate le proteste dei detenuti? Perché sono stati concessi i domiciliari a boss irriducibili di primo livello? Di chi è la responsabilità di tutto questo? Per rispondere a queste e altre domande, le Agende Rosse hanno organizzato un convegno online nel quale sono intervenuti il consigliere togato del Csm Sebastiano Ardita, già capo dell'Ufficio Centrale Detenuti e Trattamento al Dap, e l’avvocato di alcuni famigliari di vittime di mafia Fabio Repici, che hanno fatto il punto della situazione sulle scarcerazioni.

La cause
Secondo il magistrato catanese Sebastiano Ardita le cause che hanno portato la magistratura di sorveglianza a disporre le scarcerazioni, tra gli altri, di detenuti di mafia in regime carcerario di 41bis si trovano a monte. E sono prima di tutto di carattere sociale e di cattiva valutazione scientifica del problema.
“La questione che riguarda la compatibilità con il regime carcerario di un detenuto malato è molto importante. - ha esordito Ardita - Perché da una parte della bilancia pende la salute dell'individuo che in carcere potrebbe non avere gli stessi presidi sanitari che troverebbe all'esterno. Sull'altra parte del piatto della bilancia, invece, c'è il pericolo che questa persona una volta uscita dal carcere possa compiere gravi atti e addirittura riorganizzare l'organizzazione mafiosa”. In questi giorni “sta accadendo che questo giudizio risente di due cose fondamentalmente”, ha proseguito il consigliere del Csm. “La prima è che qualcuno ha erroneamente rappresentato che in carcere non è possibile procedere alle cure, e pertanto nel giudizio di bilanciamento costituzionale il giudice ha ritenuto di dover mandare a casa il detenuto malato ordinando la sospensione dell'esecuzione della pena”. La seconda, invece, è che “c’è una considerazione della pericolosità di Cosa nostra che è mutata nella società. E questi giudizi - ha osservato Ardita - ripetono un criterio sociale di valutazione della pericolosità”. Secondo il magistrato infatti, “c’è un crollo dell'attenzione da parte dell'opinione pubblica e dello Stato sul fenomeno mafia”. E quando “si valutano in termini di bilanciamento questi valori, che sono valori che attendono da un lato la salute del detenuto e dall'altro la sicurezza della collettività da un'eventuale scarcerazione del capo mafia, se la considerazione che la società ha della mafia non è una considerazione di organizzazione di pericolo per i cittadini stessi, poi anche i giudizi degli organi giudiziari ne risentono. Perché si tratta di un giudizio di comparazione che si fonda sui principi costituzionali e pertanto si nutre anche di quelle che sono valutazioni sociali”. Oggi, ha proseguito Ardita, la lotta alla mafia “è considerata una cosa importante perché la si pensa come una lotta contro un fenomeno di costume su cui si può ragionare retoricamente. Questo è un errore grave in quanto esistono organizzazioni ancora fortissime su tutto il territorio che hanno la capacità di aggredire l'individuo e la collettività”. E le conseguenze della sottovalutazione del pericolo mafia possono essere al quanto spiacevoli. I detenuti scarcerati “al 41bis sono capi mafia, ossia soggetti verticistici che una volta ai domiciliari, per qualsiasi ragione anche sanitaria, è assolutamente automatico e indispensabile per l’organizzazione mafiosa che tornino a svolgere le loro attività illecite”.

Cortocircuiti e buchi neri
Questi provvedimenti di scarcerazione dei boss e di differimento della pena, ha dichiarato prendendo in seguito la parola Fabio Repici, sono “provvedimenti emessi sulla base di norme non eccezionali”. La maggioranza dei casi “sui quali si è un po' accesa l'attenzione in maniera ritengo insufficiente, quanto a provvedimenti della magistratura di sorveglianza, sono dei provvedimenti fatti per motivi di salute che hanno comportato la sospensione dell'esecuzione della pena”, ha spiegato Repici. “I detenuti a tutela del diritto alla salute e del diritto a non subire trattamenti contrari al principio di umanità naturalmente possono accedere a una previsione prevista dal codice penale del differimento della esecuzione della pena. Differimento che è lasciato alla valutazione della magistratura di sorveglianza”. Ed è proprio qui che, a detta di Repici, “si è innescato un cortocircuito”, il che “ci consente di dire che ci sono state responsabilità da parte del mondo politico e delle istituzioni carcerarie anche a seguito di quella incomprensibile circolare del capo del Dap del 21 marzo”. Per l’avvocato il cortocircuito sta nel fatto “che ci sono state scelte, non sempre adeguate da parte dei singoli tribunali di sorveglianza che hanno preso provvedimenti, che naturalmente, in un regime democratico, devono anche essere suscettibili di critica senza che nessuno reagisca a tutela sempre e comunque di una categoria”. In pratica per Repici “è accaduto che il virus si è innestato nei provvedimenti della magistratura di sorveglianza. Le scarcerazioni di cui si è più discusso nel dibattito pubblico includono tutte le conseguenze dei rischi di contagio da Covid-19 nei provvedimenti di scarcerazione. Ma in nessuno dei provvedimenti di scarcerazione, motivati anche con il rischio contagio, - ha fatto presente il legale - c’è scritto un accertamento in punto di fatto”, ovvero che in quella struttura dove si trova il detenuto che ha fatto istanza di scarcerazione “è stato dimostrato che il rischio di contagio è concreto e attuale”.“Questo - ha evidenziato Repici - non c'è, anzi c'è il contrario. Ci sono provvedimenti che hanno attestato l'assenza assoluta di casi di contagio e di rischio contagio. Circostanza della realtà che è stata superata con argomentazioni astratte e virtuali”. Ovvero che poiché gli istituti penitenziari “sono luoghi in cui non ci sono solo detenuti, ma anche soggetti che vivono in condizioni di libertà (come tutto il personale della struttura, ndr), l'assenza del rischio di contagio è un dato che non si può mai escludere”.
Scendendo nello specifico, riguardo ai già citati “cortocircuiti” in merito alle scelte degli organi penitenziari di scarcerazione dei boss per il rischio contagio Repici si è chiesto: “Come è possibile che in una struttura al 41bis un detenuto, che pertanto quanto a rischio contagio è inferiore rispetto agli altri detenuti comuni, venga scarcerato con un provvedimento che cita il rischio di contagio e viene mandato ai domiciliari insieme a tre familiari in una zona, nel bresciano, che è una delle zone più rischiose sotto il profilo epidemiologico? Come si fa a sostenere che c'è il rischio in una situazione di 41bis, nella quale i contatti sono ridottissimi, e invece non ci sarebbero tornando al domicilio?”. Domande più che legittime quelle dell’avvocato a fronte delle quali, anche in merito alla scarcerazione di Francesco Bonura, il “colonnello” di Bernardo Provenzano, di cui abbiamo ampiamente parlato sulle nostre colonne, si resta alquanto perplessi.
Il caso della scarcerazione del “boss Francesco Bonura fa anche sorridere”, ha detto Repici. “Perché il domicilio si trova all’ottavo piano di un palazzo di Palermo. Il signor Bonura per un'esigenza magari di un convivente, o della moglie, secondo questo provvedimento è autorizzato ad uscire. Si tratta di una valutazione che cozza insanabilmente con le ragioni delle detenzioni di quello di altri soggetti detenuti al 41bis”.

Cosa andava fatto
Cosa bisognava fare dunque? Quali erano i provvedimenti e le strategie che andavano messi in campo già dai primi giorni in cui paventava il rischio di collasso all’interno delle strutture penitenziarie?
Circostanze per cui, ricordiamo, volente o nolente, si sono create delle crepe all’interno del sistema carceri sulle quali i capi mafia hanno astutamente fatto leva per ottenere, con meno ostacoli, un adeguamento della loro condizione detentiva, che diversamente non avrebbero potuto richiedere. “In nove anni di carriera al Dap non è mai successo che un detenuto al 41bis uscisse dal carcere per ragioni che attengono alle condizioni di salute. - ha affermato Ardita - Questo perché il carcere aveva garantito dei presidi sanitari tali da consentirgli di essere curato lì.
I detenuti quando hanno paura di qualcosa - ha aggiunto - è perché evidentemente non viene comunicato loro bene ciò che sta accadendo. Non averlo fatto ed aver revocato i colloqui in modo improvviso ha generato una situazione di panico che ha visto un malcontento che montava, forse gestito da altri. Dunque si è creata una situazione molto complessa sfociata nelle rivolte”. Da qui “la risposta è stata di fare provvedimenti che hanno semplificato l'istruttoria consentendo la detenzione domiciliaria con braccialetto anche a soggetti ritenuti pericolosi". Inoltre, ha osservato Ardita, "il provvedimento aveva come suo fondamento un dato non certo e che potrebbe essere anche errato, cioè che in carcere ci fosse il pericolo di diffusione del virus in misura maggiore rispetto all’esterno". Pertanto secondo il consigliere togato del Csm “quello che bisognava garantire era una condizione di sicurezza sotto il profilo sanitario-epidemiologico che riguardava la generalità di detenuti rispetto al rischio di contagio e i singoli sottoposti a cure mediche essendo soggetti malati. Quindi qui il problema sta proprio nel fatto che evidentemente la parte governativa del Dap non è riuscita a garantire le condizioni di sicurezza dal punto di vista epidemiologico e sanitario e evidentemente questo fatto ha anche inciso sul giudizio finale”. E poi ancora. “Qui si dice che da gennaio del 2020 non solo il problema era noto alle autorità pubbliche, ma c’era anche una proiezione del rischio in termini catastrofici sul piano di tutto il territorio nazionale. Evidentemente anche il Dap doveva essere informato di questi fatti. E doveva fare due cose: primo doveva esserci uno studio del fenomeno, cioè capire che rischi si correvano in carcere. Secondo doveva individuare un sistema di prevenzione facilitato dal fatto che il carcere ha già delle separazioni”. Serviva, ha quindi dichiarato il magistrato, “un modello, che avrebbe previsto un’adeguazione dei rapporti coi familiari attraverso, appunto, rapporti telefonici temporanei e occorreva comunicare ai detenuti il progetto che c’era su di loro e rassicurarli. La comunicazione, la programmazione e lo studio - ha sottolineato Ardita - sono tutte circostanze fondamentali in questi casi”. Il magistrato in seguito, rispondendo a una delle domande dei Coordinatori nazionali delle Agende Rosse sul possibile ruolo di forze esterne ai disordini dei detenuti di due mesi fa ha affermato: “E’ chiaro che le rivolte hanno avuto origine da una condizione di panico generalizzato di una popolazione carceraria non informata e non sicura delle proprie condizioni di salute, ma è anche vero che questo panico è stato cavalcato perché altrimenti non si spiegherebbe la sincronicità di certe scelte”. D’altronde, ha aggiunto, “le rivolte sono state un pezzo di storia terrificante della nostra Repubblica. E spesso sono state pianificate come attacco allo Stato con un coordinamento esterno”.

Soluzioni: la proposta dell’on. Sarti
Nel corso del convegno, tra le varie domande e curiosità del pubblico da casa e dei vari ospiti, si è ragionato anche sulle soluzioni del problema delle concessioni di domiciliari ordinate dai locali tribunali di sorveglianza ai boss detenuti in regime di carcere duro. A sollevare la questione è stata l’onorevole del Movimento Cinque Stelle Giulia Sarti. La deputata ha chiesto se non sia il caso, come tra l’altro aveva già pensato il giudice Gian Carlo Caselli giorni addietro, “di creare un unico centro, magari al tribunale di sorveglianza di Roma ampliandone l’organico ovviamente, per tutte le istanze dei detenuti al 41bis proprio per far fronte - ha domandato Giulia Sarti - alla difformità di decisione che ci sono in tutta Italia”. Sul punto Sebastiano Ardita ha risposto che “è giusto centralizzare queste scelte su un unico ufficio che le conosca. Questo perché il giudizio comparativo tra esigenze di prevenzione mafiosa si basa su elementi che riguardano una molteplicità di soggetti appartenenti a un’associazione mafiosa. E’ chiaro che ci sono più persone che versano nelle stesse condizioni - ha proseguito nella sua risposta il magistrato - e se queste valutazioni vengono fatte da più giudici i quali cambiano soltanto in funzione del luogo in cui si trovano i detenuti, il rischio di avere una giurisprudenza a macchia di leopardo è concreta. Perché è chiaro che più soggetti valutano gli stessi elementi e possono valutarli in modo diverso. Questa proposta sarebbe una possibilità […] e dovrebbe riguardare tutte le vicende nelle quali è in ballo una questione prevenzionale che si estende a più soggetti, affinché un unico organo decida per evitare di contraddirsi. Quindi penso personalmente che questa potrebbe essere una strada da perseguire”.
Di diversa opinione è invece l’avvocato Repici. “E’ vero che c'è stato un effetto da ‘moral suasion’ da parte di pronunciamenti ma è pure vero, però, che ai sensi dell’art. 101 della Costituzione i giudici sono soggetti soltanto alla legge. Questo in me ha indotto particolare sorpresa nel vedere la citazione della circolare del Dap del 21 marzo in provvedimenti emessi da giudici della Repubblica, perché quella circolare, come tutte, riguarda un uso interno dell’ufficio non certo poteva incidere nelle decisioni di un giudice”.
“Io ritengo - ha aggiunto Repici - che l'errore fatto in alcuni casi è stato quello di cadere nella suggestione della straordinarietà del momento e quindi aver messo in atto provvedimenti che sono in molti casi particolarmente censurabili se li si guarda bene. Censure che naturalmente potranno essere fatte davanti agli organi competenti. Qui va fatta un’altra precisazione - ha continuato l’avvocato - . Proprio perché si è trattato di differimenti pena per motivi di salute si è di fatto aggirato l’ostacolo dell’articolo 4bis, perché si è applicato un regime normativo diverso che non considera in alcun modo giustamente - in quanto il bene tutelato è il diritto alla salute - la questione dell’articolo 4bis. Naturalmente il capo mafia ha lo steso diritto a vedere tutelata la sua salute di quanta ne ho io. Il punto però è che il modo in cui si è affrontato il tema lo si è fatto fuori dalla straordinarietà prevista dalla norma di cui all’articolo 147 del codice penale. A leggere certe patologie indicate sembra difficile poter vedere dei rischi quali quelli che solitamente vengono affrontati con quello strumento”.
Repici ha poi aggiunto che “quasi tutti i provvedimenti, se non tutti, di cui abbiamo parlato sono stati emessi senza una perizia di ordine medico, così come c’è stata la difficoltà di alcuni magistrati di affrontare le valutazioni in ordine alla documentazione sanitaria e quindi alcune questioni probabilmente sono state trattate in modo non del tutto appropriato”.
Il centro della questione, quindi, è che “le istanze di scarcerazione devono essere considerate nei termini di fatto e di diritto che riguardano quella tipologia di soggetti di reati e di condizioni di fatto che riguardano anche le strutture penitenziarie. Sul punto c’è stata molta confusione in ordine alla questione che spesso viene evocata del sovraffollamento che esiste anche perché provocato da norme assolutamente irragionevoli fin dagli anni ’90. Ma qui siamo fuori dalla questione di cui ci stiamo occupando. I capi mafia sono del tutto estranei al problema del sovraffollamento carcerario in quanto si tratta di soggetti detenuti al 41bis dove questo problema non esiste sotto il profilo ontologico”.

Borsellino: “Stiamo pagando le clausole della trattativa”
A fine convegno è intervenuto brevemente anche il fondatore del movimento Agende Rosse, Salvatore Borsellino, che ha ringraziato gli ospiti e gli organizzatori. Secondo il fratello del giudice Paolo quello che si sta verificando in questo momento storico della nostra Repubblica riguarda in qualche modo gli effetti della trattativa mafia-Stato. “Ancora oggi - ha detto Borsellino - stiamo pagando le cambiali di quella scellerata trattativa che ha portato alla morte di mio fratello. Io credo - ha aggiunto - che questa sia forse la cambiale più grossa”. Di trattativa ha parlato anche lo stesso Repici. Il legale ha ricordato che la sentenza di primo grado “ha stabilito che Cosa nostra procedette a operare una trattativa con soggetti o istituzioni anche e soprattutto per ottenere la revoca, o comunque la riduzione dell'articolo 41bis”.“Questo è il punto che secondo me è stato poco trattato di questi tempi al momento in cui in modo cronologicamente coordinato sono scattate ribellioni, sia dentro che fuori, in tutte le carceri d'Italia con un sincronismo che mi ha lasciato parecchio preoccupato. Io ho scarsi dubbi che non ci sia stata una sinergia operativa che ha fatto scattare quella situazione”, ha detto Repici condividendo gli stessi sospetti di Ardita. “Da quella situazione, purtroppo, sono discesi a cascata gli incredibili strafalcioni da parte di alcuni organismi istituzionali e io ritengo che alcuni pronunciamenti di provvedimenti giudiziari a leggerli bene mi lasciano parecchio perplesso. Soprattutto perché c'è stato qualcuno che ha enunciato il proprio plauso richiamando il principio di rieducazione della pena. E qui davvero servirebbe un filosofo che potesse applicare i criteri della logica perché vorrei capire come i criteri di rieducazione della pena si abbinano alla sospensione dell'esecuzione della pena. Perché di questo si tratta: i provvedimenti di esecuzione sono sospesi e riprenderanno tra alcuni mesi secondo quanto stabilito dalla magistratura di sorveglianza. Quindi si tratta di scarcerazioni che poi dovrebbero avere fine. Purtroppo l'esperienza invece ci insegna - ha concluso l’avvocato - che in Italia soprattutto il dato della temporaneità è in realtà molto più perdurante di ciò che dovrebbe essere perpetuo”.
(3 maggio 2020)

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