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giuliano alessandro con pietro grasso c ansaTrapani, trenta indagati: "Sono i fiancheggiatori del boss Messina Denaro"
di Rino Giacalone

Boris Giuliano negli Anni 70 capo della Squadra Mobile di Palermo capì bene che i corleonesi di Totò Riina preparavano l’assalto al territorio, passando dai grandi traffici di droga agli appalti. Intuì bene e per questo fu ammazzato da Luchino Bagarella nel 1979. Oggi il figlio di Boris, Alessandro Giuliano, dirige a Roma, al Viminale, lo Sco, il servizio centrale operativo, ed è lui che guida la caccia all’erede dei mafiosi inseguiti dal padre, il latitante Matteo Messina Denaro, 55 anni, ricercato dal giugno ’93. Messina Denaro è il più potente dei corleonesi ancora in giro: nativo di Castelvetrano, Valle del Belìce, provincia di Trapani, è però cresciuto, lo ha scritto nei "pizzini", a immagine e somiglianza di Riina e Provenzano.
Alessandro Giuliano affronta oggi la Cosa nostra che, arricchitasi, è diventata "mafia borghese" nelle mani di Messina Denaro, il capo mafia condannato all’ergastolo per le stragi e che ha reso Cosa nostra una holding di imprese e società. Una mafia che nonostante arresti e confische di beni resiste, perché protetta da una vasta rete che comprende anche la massoneria. È in questo quadro che nell’ultima settimana è maturato a Castelvetrano un blitz culminato in oltre 200 controlli e perquisizioni, condotto da 130 poliziotti dello Sco e delle Squadre Mobili di Trapani e Palermo. Indagati dalla procura antimafia di Palermo, spiega Alessandro Giuliano, "sono 30 personaggi, già a noi ben noti, alcuni già arrestati e condannati, altre volte denunciati, oggi indagati per procurata inosservanza di pena aggravata dalle finalità mafiose". Una azione concepita per dare fastidio al latitante, "e per fare capire al territorio che quel latitante dà fastidio, immaginiamola come un valore aggiunto al fianco delle indagini classiche" dice il capo della Mobile di Trapani Fabrizio Mustaro.
Il messaggio è chiaro: "Tolleranza zero - dice ancora Mustaro - verso coloro che sono vicini alla famiglia mafiosa e quindi al latitante". "Il latitante - sottolinea Vincenzo Nicolì, vice di Giuliano allo Sco - ha impresso sul territorio il marchio della impunità, i controlli eseguiti, (il circolo del dopo lavoro ferroviario, per esempio, è risultato occupare abusivamente un locale della stazione con spese di energia elettrica a carico della società ferroviaria e nessuno si era mai accorto di nulla, ndr) dimostrano che lo Stato è presente e le impunità non sono consentite". Perquisiti anche commercianti usi a comportamenti di profondo rispetto per i familiari del boss ai quali offrivano la quotidiana spesa.
I nomi degli indagati non sono frutto di azione a casaccio ma sono stati presi dal report investigativo scritto e sempre aggiornato dai poliziotti della Squadra Mobile trapanese, quelli cresciuti con due eccellenti investigatori, Rino Germanà e Giuseppe Linares, i poliziotti che per primi hanno scoperto chi era Matteo Messina Denaro, quando ancora questi era incensurato e che lo hanno ritrovato via via che hanno scoperto omicidi, scandali, corruzioni e l’appaltopoli di Cosa nostra trapanese. Scelte risultate appropriate: alcuni dei 30 indagati sono risultati custodi di una mezza polveriera di armi e munizioni.

lastampa.it

Foto © Ansa

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