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aula tribunale4di Michele Ruocco
La Mafia a Roma c’è, e non da oggi, ma affonda le sue radici fin dai tempi della banda della Magliana. Le prove dell’esistenza del ‘mondo di mezzo’ sono nelle intercettazioni, Salvatore Buzzi “è un caso di scuola di inattendibilità assoluta e radicale”, e Massimo Carminati, oltre a non essere credibile quando dice che le decine di minacce riportate dalle intercettazioni erano solo battute tra amici, è “illogico” quando afferma che dall’imprenditore riceveva il 50 per cento dei lavori delle cooperative in cambio di “nulla”. Questa la tesi da cui parte la requisitoria del procuratore aggiunto Paolo Ielo e dei pm Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli, che hanno parlato oggi nell’aula bunker di Rebibbia al processo Mafia Capitale.”Non dobbiamo stabilire oggi se c’è o meno la mafia a Roma, sappiamo che c’è”, sottolineano i magistrati. Cuore dell’inchiesta, per la quale sono imputate nel maxi processo 46 persone, sono le intercettazioni telefoniche e ambientali raccolte in anni di indagini, che raccontano di un gruppo pronto a minacce di ogni genere pur di portare a compimento affari economici milionari. Quando le tangenti di Buzzi non bastavano ad accaparrarsi gare e ad ottenere pagamenti in tempi rapidi, sostengono i magistrati, subentravano violenza e intimidazioni contro politici, imprenditori e chiunque non rispettasse i patti.
TUTTE LE CONTRADDIZIONI DEI CAPI – “C’è un Buzzi ‘uno’, quello che parla nelle intercettazioni telefoniche e ambientali, cui segue un Buzzi ‘due’ delle prime dichiarazioni spontanee, e poi un ‘tre’, un ‘quattro’ delle successive…ormai ho perso il conto delle sue versioni – dice Ielo davanti alla corte presieduta da Rosanna Ianniello – Nel tempo ha dato ricostruzioni completamente diverse”.Durante la requisitoria vengono evidenziate alcune delle contraddizioni emerse dalle parole dell’imprenditore: “Carminati – afferma Ielo – da dipendente delle Coop (come riferito da Buzzi nelle dichiarazioni ai magistrati del marzo del 2015, ndr) diventa, di recente, un socio in partecipazione con il quale Buzzi divide gli utili al 50 per cento pur non avendo, a suo dire, da lui nessun lavoro in cambio; inoltre Buzzi inizialmente parla di investimenti di 500 mila euro non provenienti da Eur spa, poi dice il contrario; per quanto riguarda le minacce a Riccardo Mancini (ex ad di Eur spa) prima afferma di esserne stato a conoscenza pur non essendo presente al momento delle intimidazioni, poi le nega affermando si trattasse di battute tra amici. Così come nega di aver pagato Franco Panzironi (ex ad di Ama) per poi ammettere di avergli dato denaro, e arrivare, infine, alla versione finale, dei continui episodi di concussione da parte sua”.
LE RADICI NELLA BANDA DELLA MAGLIANA – “L’organizzazione definita Mafia Capitale – dice Cascini – nasce da una matrice criminale classica, ma con la particolarità tutta romana, in cui esponenti dell’eversione nera, rivoluzionari, armati, rapinatori, assassini, sono amici in stretto legame con i trafficanti di droga e gli assassini della banda della Magliana”. Negli anni, secondo la procura, il gruppo capitanato da Massimo Carminati sarebbe cresciuto diventando più potente e ampliando il proprio raggio d’azione da gruppo criminale dedito all’estorsione a organizzazione che si occupa del controllo di attività economiche, appalti e commesse pubbliche.
VIOLENZA E MINACCIA PER CONDIZIONARE POLITICI E IMPRENDITORI – L’associazione sarebbe cresciuta negli anni arrivando a condizionare la politica e la pubblica amministrazione, senza però mai abbandonare la strada originaria, della violenza, dell’estorsione e dell’usura, perché proprio da quella trae forza la ‘nuova mafia’, proprio come quelle ‘tradizionali’. Un’organizzazione che “parte dai pollici spezzati dietro al benzinaio e arriva al sindaco della città corrotto da Buzzi e Carminati”, prosegue Cascini che aggiunge: “Solo vedendo nel complesso questa vicenda, riusciamo a coglierne la mafiosità”. Così, in una Roma dove non può esserci un’unico gruppo criminale e un capo al comando, “più associazioni finiscono per convivere evitando guerre tra bande grazie a uomini forti come Massimo Carminati, Michele Senese e Carmine Fasciani, che fanno da garanti”. L’enorme potere di Carminati è legato al ‘prestigio criminale’ del suo gruppo, a una fama e una forza criminale, accresciuta anche dalla rappresentazione mediatica che di questo soggetto è stata data da romanzi, film e serie tv.”La fama criminale determina paura, assoggettamento e omertà, che sono le caratteristiche di un’organizzazione mafiosa”, sostiene l’accusa, secondo cui era questo aiuto che Buzzi si assicurava pagando il 50 per cento degli utili a Carminati: l’imprenditore aveva scelto il ‘cecato’ per il timore che incuteva il suo nome, per i suoi contatti con la destra romana, e soprattutto per avere un socio sempre pronto al ‘lavoro sporco’ fatto di minacce, e violenza contro chi non stava ai patti dettati dall’associazione.

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