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carminati massimoColpo di scena al processo: il boss del Mondo di Mezzo rompe il silenzio dal carcere e lancia messaggi. Sul furto al caveau e il sospetto di ricatti, dice: "Il più scemo sono io". Alludendo all'Arma come mandante. E aggiunge: "Penso che le cose che stanno succedendo fuori da questo dibattimento sono altrettanto importanti di quelle che accadono dentro"
di Carlo Bonini
Roma. Bisognerà probabilmente ricordarsene alla fine, quando un verdetto sarà pronunciato, dell’udienza di ieri, lunedì 24 ottobre, del processo Mafia Capitale. Perché è ieri, dopo un anno di silenzio (da tanto è cominciato il dibattimento nell’aula bunker del carcere di Rebibbia), che Massimo Carminati, “il nero”, l’architetto del Mondo di Mezzo, l’uomo sul cui passato e presente si gioca l’imputazione di mafia, decide di chiedere la parola dal carcere di Parma, dove è collegato in videoconferenza. Per tradire improvvisamente il suo aplomb e rovesciare il tavolo. Carminati avverte infatti l’urgenza di afferrare l’inchiesta pubblicata dall’Espresso a firma Lirio Abbate e Paolo Biondani, quella che documenta l’atto fondativo del suo potere criminale, la sua forza di ricatto (l’effrazione “selettiva”, nel luglio 1999, delle cassette di sicurezza dell’agenzia della Banca di Roma del Tribunale di Roma, quelle che custodivano averi e documenti di avvocati, magistrati, cancellieri del Palazzo di Giustizia), per scaraventarla come un’arma contundente contro chi ritiene ne sia il mandante. O, se si preferisce, contro chi vuole accreditare come mandante. L’Arma dei Carabinieri.

«Come al solito - dice Carminati - l’Espresso mi ha onorato della sua attenzione. C’è scritto Ricatto alla Repubblica italiana, a causa della lista di documenti che avrei preso al caveau di piazzale Clodio. È la stessa tesi che ha portato in questo processo, quando ha deposto, il maresciallo del Ros dei carabinieri Rosario Di Gangi. Figura apicale del reparto che ha condotto questa indagine. Ovviamente, se Carminati corrompe i giudici, e aggiusta i processi, se un domani l’esito di questo processo non fosse di gradimento dell’Espresso, probabilmente avrei corrotto anche i giudici di questo dibattimento. Ecco, io vorrei difendermi solo dalle cose che sono in questo processo. Purtroppo, non lo posso fare. Voglio dunque che rimanga scritto che io penso che le cose che stanno succedendo fuori da questo processo sono altrettanto importanti di quelle che succedono dentro questo processo» . Quindi, una chiosa: «L’Espresso pensa che io abbia aggiustato tutti i miei processi. E dunque, mi farebbe molto piacere che ci fosse una volta per tutte un’inchiesta che li verifichi tutti. Invece, mi sembra che tutti stanno zitti e che l’unico scemo, forse sono io. E che io sia il più scemo è sicuro» .

Carminati è tutto meno che uno “scemo”, o uno sprovveduto. E se è vero che l’uscita non appare consona all’epica del personaggio che lui stesso ha contribuito a creare nel tempo, è altrettanto vero che la mossa, pure in sé scomposta e indicativa di un’improvvisa fragilità, sembra avere tuttavia una sua logica.

Carminati battezza infatti definitivamente il suo avversario. I carabinieri. E parla a nuora perché suocera intenda. Degrada infatti con disprezzo il lavoro giornalistico di inchiesta dell’Espresso a cinghia di trasmissione dell’Arma, perché vuole depositare un avviso ai naviganti. Che ritiene concluso il tempo in cui “tutti stanno zitti” e uno solo - lui, lo “scemo” che non è - è destinato a fare da capro espiatorio. Che ha mangiato la foglia e che, se la partita del processo dovesse allargarsi oltre il perimetro del Sistema Buzzi per coinvolgere il contesto, “il ricatto alla Repubblica”, lui è pronto a giocarla. Magari - ma è solo una suggestione - raccontando quale ruolo svolsero davvero i carabinieri che nel colpo del caveau furono complici. E, successivamente, timidissimi investigatori.

Convinto sin qui, come i suoi legali, che da questo processo di Mafia sia destinato ad uscire con imputazioni che gli apriranno presto le porte del carcere (un’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione), Carminati ha visto qualcosa che, probabilmente, dovrà far ricredere quanti hanno scommesso sulla sua scelta del silenzio. E la prova potrebbe arrivare il 22 novembre, quando saranno sentiti come testimoni, chiesti proprio dalla difesa Carminati, due ufficiali dell’Arma che nell’inchiesta Mafia Capitale hanno avuto, in momenti diversi, un ruolo importante.

repubblica.it

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