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lumia giuseppe web3Un Paese come l’Italia, che ha visto cadere sul campo di battaglia della lotta alle mafie decine di valorosi servitori dello Stato, non può consentire alle organizzazioni criminali di celebrare in pubblico il proprio potere, come è successo il 20 agosto 2015 con il funerale show del boss Vittorio Casamonica, a Roma, nella chiesa Don Bosco al Tuscolano.

Non si è trattato di un evento improvvisato e pertanto imprevedibile, ma di un vero e proprio show pubblico organizzato, che poteva e doveva essere impedito. Molte cose non hanno funzionato nella catena di comando degli organismi addetti al controllo del territorio che avrebbe dovuto segnalare e prevenire quanto, invece, è accaduto.

Per questo ho presentato un’interrogazione al Ministro dell’Interno per chiedere di sapere:

se a distanza di più di un mese dal funerale del boss Vittorio Casamonica abbia acquisito ulteriori informazioni al fine di chiarire le responsabilità Istituzionali e pubbliche che hanno consentito tutta la sequenza nefasta dello “spettacolare” funerale;

quali provvedimenti intenda adottare al fine di evitare che fatti come questi possano ripetersi e se intenda verificare se siano state adottate le norme del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (di cui al regio decreto n. 773 del 1931) e se siano state adottate le misure di prevenzione personale adatte ad impedire a soggetti criminali di muoversi liberamente.

Giuseppe Lumia

***

Atto n. 4-04531

Pubblicato il 17 settembre 2015, nella seduta n. 507

LUMIA – Al Ministro dell’interno. –

Premesso che, a giudizio dell’interrogante:

un Paese come l’Italia, che ha visto cadere sul campo di battaglia della lotta alle mafie decine di valorosi servitori dello Stato, non può consentire alle organizzazioni criminali di celebrare in pubblico il proprio potere, come è successo il 20 agosto 2015 con il funerale show del boss Vittorio Casamonica, a Roma, nella chiesa Don Bosco al Tuscolano;

Vittorio Casamonica è stato uno dei uno dei maggiorenti dell’omonimo clan presente a Roma, nei Castelli romani e nel litorale laziale, collegato con il clan della banda della Magliana attraverso Enrico Nicoletti, che svolgeva la funzione di cassiere. Un’organizzazione criminale dedita all’usura, al racket delle estorsioni e soprattutto al traffico di stupefacenti nell’area sud-est della capitale ed in collegamento con Spagna, Paesi Bassi e Germania. Secondo i rapporti della magistratura e delle forze dell’ordine, il clan conterebbe un migliaio di affiliati circa e un patrimonio che si aggira attorno ai 90 milioni di euro;

dalla carrozza, con tanto di cavalli, usata per trasportare il feretro alla banda musicale che intonava le note del film “Il Padrino”, dai cartelloni con l’immagine del boss che campeggiavano davanti alla parrocchia, alcune persino con le sembianze da papa di Roma, al blocco del traffico di un intero quartiere, dall’elicottero che sorvolava il luogo del funerale per lanciare petali di fiori al corteo di auto di lusso, eccetera: la città di Roma ed il Paese intero sono stati esposti al pubblico ludibrio;

non si è trattato di un evento improvvisato e pertanto imprevedibile, ma di un vero e proprio show pubblico organizzato, che poteva e doveva essere impedito. Molte cose non hanno funzionato nella catena di comando degli organismi addetti al controllo del territorio che avrebbe dovuto segnalare e prevenire quanto, invece, è accaduto;

alcuni agenti della Polizia municipale, avvisati dagli stessi Casamonica, il giorno del funerale si sono occupati della gestione del traffico nei pressi della chiesa Don Bosco e hanno scortato il corteo. Da accertare sono anche le responsabilità dei vari organismi del municipio romano;

anche la magistratura e le forze dell’ordine erano a conoscenza del funerale. Il giorno della morte di Vittorio Casamonica, infatti, il legale della famiglia ha presentato alla Corte d’appello un’istanza per ottenere un permesso che consentisse al figlio agli arresti domiciliari di partecipare ai funerali. Lo stesso giorno le forze dell’ordine hanno effettuato un sopralluogo nella casa del boss ed erano quindi perfettamente a conoscenza del fatto che il giorno successivo si sarebbero svolti i funerali;

fonti delle forze dell’ordine hanno dichiarato alla stampa che “sono state rispettate le procedure come da prassi”, mentre, sull’autorizzazione concessa al figlio di Vittorio Casamonica e ad altri 2 parenti per partecipare alle esequie, “sono stati avvisati tempestivamente gli uffici competenti e l’autorità giudiziaria”, compreso il commissariato di Tor Vergata;

ancora più grave è la posizione dell’elicotterista che dopo essere decollato da Terzigno (Napoli), con destinazione l’elisuperficie Romanina, avrebbe effettuato una deviazione non prevista. Senza autorizzazione e in violazione delle regole che vietano il sorvolo della città di Roma agli elicotteri monomotore, l’elicotterista si è diretto verso la parrocchia dove si stava svolgendo il funerale, raggiungendo una quota inferiore al limite di 1.000 piedi. Da lì ha lanciato dei petali di rosa, operazione proibita a meno di apposita autorizzazione;

contestualmente allo scoppio dello scandalo il Ministro in indirizzo ha dato incarico al prefetto di Roma, Franco Gabrielli, di ricostruire la vicenda. Dalla relazione sono stati evidenziati gravi limiti e positive indicazioni di lavoro, e tuttavia non sono emerse delle responsabilità specifiche. Mentre la Procura di Roma ha aperto un fascicolo al fine di fare chiarezza,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo, a distanza di più di un mese dal funerale del boss Vittorio Casamonica abbia acquisito ulteriori informazioni al fine di chiarire le responsabilità Istituzionali e pubbliche che hanno consentito tutta la sequenza nefasta dello “spettacolare” funerale;

quali provvedimenti intenda adottare al fine di evitare che fatti come questi possano ripetersi e se intenda verificare se siano state adottate le norme del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (di cui al regio decreto n. 773 del 1931) e se siano state adottate le misure di prevenzione personale adatte ad impedire a soggetti criminali di muoversi liberamente.

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