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di Giuseppe Baldessarro - 25 novembre
Milano. Pensavano di avere fatto l’affare della vita, ma quelli la loro vita se la sono presa tutta. Con la ’ndrangheta non si fanno business. Lo hanno capito a loro spese gli imprenditori della Blue Call, travolti dalle inchieste della Dda di Milano e Reggio Calabria che hanno portato all’arresto di trentuno persone, boss, affiliati e prestanome dei Bellocco di Rosarno. Una delle più potenti cosche della Piana di Gioia Tauro.
Nelle carte dei Gip Giuseppe Gennari e Tommasina Cotroneo è ricostruito il «modello classico di come i clan s’infiltrano nelle aziende sane», per poi saccheggiarle a proprio uso e consumo. Secondo la ricostruzione dei procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Michele Prestipino, che hanno coordinato le inchieste dei pm calabresi e lombardi, la vicenda nasce da un credito da 250 mila euro che il commercialista Emilio Fratto non riusciva ad esigere. Il professionista decide allora di metterci in mezzo “alcuni amici”. Sono uomini delle ’ndrine a cui nessuno può dire di no. Cosi incassa il proprio denaro in cambio diuna parte da restituire ai boss per pagarne i servigi. Allo stesso tempo Fratto vanta un credito dall’imprenditore Andrea Ruffino, che salda cedendo alcune quote della Blue Call, grande azienda italiana che gestisce una serie di call center in diverse regioni e con un portafoglio clienti da Sky a Vodafone. Chiuso l’accordo, Ruffino e Fratto, arrestati ieri insieme al terzo socio, Tommaso Veltri, si trovano in società i prestanome dei Bellocco. Inizialmente pensano di aver fatto un buon affare, che i
calabresi li avrebbero protetti da eventuali fastidi da parte della criminalità organizzata. Invece, in breve i boss si prendono l’azienda, riducendo gli imprenditori a loro prestanome. E l’azienda, con sedi in tutta Italia, che contava fino a due anni fa quasi mille dipendenti e un volume d’affari di oltre 13 milioni di euro, è svuotata. «Una vicenda paradigmatica », per gli inquirenti, che è parte di una storia e di altre inchieste molto più ampie.
Le Procure di Milano, Reggio Calabria, Palmi e Lugano, incrociando le indagini, hanno ricostruito la filiera criminale. Contestando reati che vanno dall’associazione mafiosa all’intestazione fittizia di beni. Con in mezzo l’intera gamma degli affari criminali tipici della ’ndrangheta: estorsioni, rapine, riciclaggio, droga, armi. Quasi duemila pagine
e tre ordinanze che fotografano la cosca sui diversi livelli. La catena di comando innanzitutto, con ai vertici Michele Bellocco. Poi, i nipoti e altri parenti. Quindi gli affiliati di fiducia. Infine le teste di legno a cui venivano intestati i patrimoni.
L’inchiesta nasce da due altre indagini della Dda reggina in cui si cercano i latitanti della famiglia Bellocco sfuggiti alle prime ondate di arresti. Per braccare i nipoti dello storico boss Umberto, gli investigatori iniziano a intercettare gli uomini ritenuti vicini
alla cosca. Ed è grazie a quei materiali che si apre un mondo sugli affari del reggente del clan Michele, fratello di Umberto e
deus ex machinadell’organizzazione.
Spuntano nomi, soldi, spedizioni punitive e summit. Appena l’inchiesta incrocia Milano,
la sinergia tra le due procure fa il resto. E gli indizi, prima vaghi, si trasformano nell’oro colato che ieri ha fatto chiudere ilcerchio sui signori della Piana di Gioia Tauro e sul braccio economico in Lombardia.

Tratto da: repubblica.it

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