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10 gennaio 2012
Roma. «Come un camaleonte». È così che Lino Busà, presidente di 'Sos Impresà, nell'ambito della presentazione del XIII rapporto preparato dall'associazione, definisce la criminalità nel settore commerciale e dell'impresa. Busà allude alla capacità di mimetizzarsi di quella che chiama «Mafia Spa», un agente capace di mostrare insieme il proprio volto violento o di esercitare la propria attività criminale «in condizioni di bassa esposizione», in modo da essere invisibile per lo stato. Per esempio, agendo attraverso dei prestanome. C'è un numero che Busà evidenzia rispetto agli altri riconducibili al rapporto: i 65 miliardi di liquidità di cui la mafia dispone, «una cifra che colpisce in condizioni di credit crunch». Una massa di denaro, tratta in gran parte dal traffico degli stupefacenti, con cui la criminalità riesce non solo a sostenere la propria attività di usura ai danni dell'impresa, ma anche ad attrarre «pezzi di imprenditoria e di finanza deviate», cui tutti quei soldi «fanno gola». «Il che rende sempre più difficile distinguere tra attività lecite ed illecite», afferma Busà. A rischio sono soprattutto i settori della sanità privata, oltre che dell'agroalimentare e del trasporto, in cui, grazie al controllo dell'intera filiera, la mafia è riuscita perfino «a fare il prezzo», con importi superiori anche del 30% rispetto a quelli di mercato. Nonostante la gravità del fenomeno, nel contrastarlo si è scontato finora un grosso limite: quello dell'emarginazione sociale di chi denuncia. Una condizione cui, per Busà, occorre porre rimedio, «accordando una linea preferenziale per la concessione degli appalti nei in favore degli imprenditori che denunciano». Un sistema per il «reinserimento economico», che serva a dimostrare come la denuncia sia anche «economicamente vincente».

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