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Il figlio di Rocco Chinnici presenta il suo libro “Trecento giorni di sole” alla “Libreria Tantestorie” di Palermo

Già nei primissimi anni ’80 mio padre parlava del quarto livello. E con questa espressione intendeva riferirsi soprattutto alle coperture di cui la mafia in quegli anni godeva nel mondo politico e istituzionale di vertice. Lui individuò prima il terzo livello, quello che oggi chiameremmo il ‘mondo di mezzo’, che riguarda i così detti ‘colletti bianchi’ in quella parte dell’imprenditoria che pur non facendo parte della mafia la favoriva, e poi quel quarto livello che era appunto dei vertici del potere corrotti o collusi”. Così Giovanni Chinnici, figlio del giudice istruttore Rocco Chinnici, ucciso da Cosa Nostra la mattina del 29 luglio 1983 in via Pipitone Federico. L’avvocato Chinnici ha presentato mercoledì alla “Libreria Tantestorie” - situata nello stesso quartiere della strage in cui persero la vita il magistrato, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi - il suo libro “Trecento giorni di sole” (ed. Mondadori) dedicato alla memoria del padre assassinato. A premere il telecomando che azionò l’autobomba fu Nino Madonia, che eseguì l’ordine di morte impartito dalla Cupola insieme ad altri otto boss. L’ordine, però, in realtà arrivava dai potenti cugini Salvo, esattori di Salemi, sui quali Chinnici stava indagando. Furono loro ad emettere sentenza, come sostennero nel 2000 i giudici di Caltanissetta che, sposando le conclusioni dei pm Nino Di Matteo e Anna Maria Palma, descrissero Ignazio e Nino Salvo come mandanti della strage. Ma sopra i due cugini (per i quali al tempo non si è potuto procedere perché già deceduti), c’era qualcun altro. Si parla, in sentenza, di “referenti romani”, della possibilità, secondo i pentiti e l’accusa, che l’idea di eliminare Chinnici fosse maturata all’interno di ambienti della Dc. Un delitto dallo sfondo politico, dunque, in cui la mafia era diventata il braccio armato di poteri e volontà non meglio chiarite.

Io credo che la giustizia per la strage di mio padre, come anche la gran parte delle stragi di questa natura, è arrivata ad individuare la parte militare che è la catena che ha portato alla commissione di questi omicidi e stragi”, ha detto ai nostri microfoni Chinnici. “Credo però che non sia riuscita ad individuare, se non nella sentenza del processo Chinnici, se non nelle linee generali quelli sono stati gli ispiratori esterni alle cosche mafiose e le coperture esterne alle cosche mafiose”.

Insieme a Giovanni Chinnici, doveva essere presente anche l’ex pm (oggi in pensione) Leonardo Guarnotta, uno dei magistrati cresciuti sotto la guida di Chinnici insieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e altri. Guarnotta, assente per motivi di salute, ha comunque voluto testimoniare il suo ricordo di Chinnici in alcuni appunti consegnati al figlio del giudice. Appunti colmi di ricordi e aneddoti di quegli anni di fuoco a Palermo, letti dal libraio Giuseppe Castronovo e commentati da Giovanni Chinnici che ha poi fornito, anche lui, aspetti dei 7147 giorni trascorsi a fianco del padre Rocco.

Ho cercato di lasciar fluire la memoria e trascriverli senza commentarli col mio vissuto di uomo”, ha spiegato Chinnici. “Ho cercato di restituire quella che era la mia immagine della Palermo di quel periodo, di quegli usi familiari di allora. Il libro nasce dal ricordo di questi 7147giorni vissuti accanto a mio padre io avevo 19 anni. E questi 7147 giorni mi sono sembrati pochissimi.”.

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