Aziende, affari e miliardi per “creare una rete di mobilità militare sicura”. E la mafia non resta a guardare
“Il Ponte sullo Stretto costituisce un’infrastruttura fondamentale rispetto alla mobilità militare, tenuto conto della presenza di importanti basi NATO nell’Italia meridionale”. A sostenerlo è il disegno di legge (convertito in decreto-legge 31 marzo 2023, n. 35) presentato dalla premier Giorgia Meloni e dai ministri Salvini e Giorgetti. A confermare l’esistenza di una dimensione militare nel progetto del ponte, che esula dal senso strettamente civile dell’infrastruttura, è anche l’UE.
Il progetto rientra infatti nel Trans-European Transport Network (TEN-T), il cui obiettivo, tra gli altri, è quello di creare una rete capace di soddisfare “un piano d'azione sulla mobilità militare 2.0”. A finanziare l’iniziativa ci pensa l’UE attraverso i fondi del Connecting Europe Facility (che sostiene progetti infrastrutturali a duplice uso) e del Fondo Europeo per la Difesa (che promuove lo sviluppo di sistemi logistici e digitali interoperabili).
Il Ponte sullo Stretto, dunque, continua a far discutere. Questa volta, però, non per le possibili – se non addirittura “sicure” – ingerenze delle organizzazioni mafiose, come Cosa nostra e ’Ndrangheta, che da sempre intravedono nell’opera un’occasione per riciclare denaro e rafforzare il proprio consenso. A suscitare dibattito è piuttosto la presenza della NATO dietro “l’opera più green del secolo”, come l’ha più volte definita il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, soprattutto in un periodo storico in cui l’Europa sembra avviarsi sempre più rapidamente verso un’escalation militare.
Le parole del giornalista Antonio Mazzeo
Nel tempo ci siamo già occupati del ponte sullo Stretto e della sua funzione strategica nel collegare le basi NATO, facilitando così il trasporto di truppe e mezzi su gomma. Antonio Mazzeo, giornalista e saggista antimilitarista che da quarant’anni racconta e denuncia il coinvolgimento dell’Italia – e in particolare della Sicilia – nei vari teatri di guerra internazionali, intervistato dai nostri microfoni nelle scorse settimane, aveva denunciato che si tratterebbe di “un’ulteriore militarizzazione dei territori”. “Un’opera di questa rilevanza non potrà non richiedere - e lo dicono le forze armate - una serie di interventi: batterie missilistiche (una sola batteria costa 800 milioni di euro, ndr), cacciabombardieri, il pattugliamento costante dei sottomarini”, aveva aggiunto. Ma ciò che è ancora più grave, secondo Antonio Mazzeo, “è la giustificazione che il governo dà oggi per realizzare quest’opera”. “Abbiamo scoperto che il governo la definisce di importanza geostrategica fondamentale per mettere in collegamento le basi NATO del Sud Italia con le basi NATO della Sicilia”. Ora gli occhi sono puntati sul conflitto russo-ucraino che, oltre ad aver colpito il cuore dell’Europa (anche se non è l’unico scenario bellico), ha accelerato la necessità di realizzare l’infrastruttura tra le coste siciliane e calabresi. E a confermarlo è proprio la Commissione Europea.
Trans-European Transport Network: ecco cos’è
Come già anticipato, il ponte sullo Stretto di Messina, così come altre infrastrutture presenti sul territorio italiano (vedi la Tav Torino-Lione), rientra nel Trans-European Transport Network (TEN-T). Si tratta di un piano di investimenti europeo che, di fatto, indica ai vari Paesi membri dove indirizzare i fondi. Attraverso una politica che gestisce la rete transeuropea dei trasporti, questo strumento mira a sviluppare un’infrastruttura “coerente, efficiente, multimodale e di alta qualità in tutta l'UE”, come afferma la Commissione Europea. Ne fanno parte ferrovie, vie navigabili interne, rotte marittime a corto raggio e strade che collegano nodi urbani, porti marittimi e interni, aeroporti e terminali.
Questo Network promuove inoltre “il trasporto di persone e merci, rafforza la coesione economica, sociale e territoriale dell'UE e crea sistemi di trasporto senza soluzione di continuità attraverso le frontiere, senza lacune fisiche, strozzature o collegamenti mancanti”. Il progetto, targato Unione Europea, si sviluppa lungo diversi “corridoi”, tra cui quello atlantico, mediorientale, baltico, mediterraneo e scandinavo.
La rete centrale comprende le connessioni più rilevanti, che collegano le principali città e i nodi più importanti (tra cui quello Messina–Reggio Calabria), e dovrà essere completata entro il 2030 (data entro la quale sarà realizzato il ponte, come ha più volte sottolineato Salvini). La rete globale, invece, che collega tutte le regioni dell'UE a quella centrale, dovrà essere completata entro il 2050.
Ma è dietro la legislazione della TEN-T che si cela l’Alleanza Atlantica.
L’ombra della Nato
Con il passare del tempo, è sempre più evidente che quella in Ucraina è una guerra per procura, in cui l’Italia – inviando armi e supporto militare a Kiev – gioca un ruolo di cobelligeranza. Lungo tutta la penisola, inoltre, sono presenti numerose basi NATO. In Sicilia, ad esempio, la presenza militare dell’Alleanza Atlantica (in particolare quella statunitense) è significativa: la base di Sigonella, il sistema radio-satellitare MUOS a Niscemi, l’aeroporto di Trapani Birgi (spesso utilizzato per l’aviazione militare) e la base navale del porto di Augusta (impiegata anche dalla VI Flotta della Marina militare degli Stati Uniti e di altre nazioni aderenti al Patto Atlantico).
Si tratta, insomma, di presidi strategici – territoriali, navali e aerei – nei quali si svolgono quotidianamente esercitazioni militari della NATO e da cui spesso partono mezzi a supporto della controffensiva ucraina.
In questo scenario, la Sicilia, se da un lato rappresenta un punto strategico nel Mediterraneo, dall’altro – essendo un’isola – risulta scollegata dal resto del “continente”. E questo, per le truppe terrestri, costituisce un problema.
A colmare questo “limite” interviene il TEN-T. Infatti, oltre ad avere uno scopo civile, il progetto possiede anche una finalità militare. Nell’ambito dello sviluppo della rete transeuropea, l’UE si è impegnata a “garantire movimenti rapidi e senza soluzione di continuità di personale, materiale e mezzi militari, anche con breve preavviso e su larga scala”, sia all’interno che all’esterno dell’Unione stessa. L’obiettivo è quello di creare “una rete ben connessa, con tempi di reazione più brevi e un'infrastruttura sicura e resiliente”, in stretta collaborazione con gli Stati membri.
È la Commissione Europea a garantire che “la rete sia coerente e soddisfi i requisiti di entrambi i tipi di utilizzo (civile e militare, ndr)”. “A seguito dell'attacco non provocato della Russia all'Ucraina - scrive l’UE -, la Commissione e l’Alto Rappresentante (che è anche il Vicepresidente della stessa, ndr) hanno presentato un piano d'azione sulla mobilità militare 2.0”. Il tutto affinché sia garantita “una rete di mobilità militare ben collegata, capace e sicura”.
"Un approccio coerente e coordinato alla mobilità militare – si legge – è un interesse condiviso con la NATO. La mobilità militare continua a essere un 'fiore all'occhiello' per una cooperazione rafforzata e intensificata tra le due organizzazioni, in linea con i principi guida UE-NATO, con un'interazione e uno scambio di informazioni efficienti nell'ambito del consolidato dialogo strutturato tra personale".
E la Commissione, come già anticipato, “sostiene il piano d'azione con strumenti di finanziamento quali il Connecting Europe Facility (che finanzia progetti di infrastrutture di trasporto a duplice uso) e il Fondo Europeo per la Difesa (che sostiene lo sviluppo di sistemi logistici e digitali interoperabili)”.
Il duplice uso del TEN-T: civile e militare
All’interno del regolamento UE (2021/1153) del Parlamento Europeo e del Consiglio del 7 luglio 2021, che istituisce il meccanismo per collegare l’Europa (MCE), i due organi ribadiscono che “la politica per le infrastrutture di trasporto offre una chiara opportunità per potenziare le sinergie tra le esigenze di difesa e la TEN-T, con l’obiettivo generale di migliorare la mobilità militare in tutta l’Unione, tenendo conto dell’equilibrio geografico e dei potenziali vantaggi per la protezione civile”.
Inoltre, “in conformità del piano d’azione sulla mobilità militare, nel 2018 il Consiglio ha esaminato e convalidato i requisiti militari in relazione alle infrastrutture di trasporto e nel 2019 i servizi della Commissione hanno individuato le porzioni della TEN-T idonee per il duplice uso (tra queste anche il Ponte sullo Stretto), tenendo conto anche dei necessari adeguamenti delle infrastrutture esistenti - si legge -.Il finanziamento dell’Unione dei progetti di duplice uso dovrebbe essere erogato attraverso l’MCE sulla base di programmi di lavoro, tenendo conto dei requisiti applicabili stabiliti nel contesto del piano d’azione sulla mobilità militare e di eventuali altri elenchi indicativi di progetti prioritari che siano individuati dagli Stati membri in conformità di tale piano”. Nel TEN-T si evidenzia inoltre che l’invasione russa dell’Ucraina “ha cambiato radicalmente la situazione geopolitica in Europa e indiscutibilmente avrà un impatto sul nostro sistema di trasporto”.
La situazione attuale dimostra quanto sia “essenziale per l'Europa una rete infrastrutturale di alta qualità, non solo per il suo mercato interno ma anche per la coesione complessiva. Sia la guerra che la pandemia hanno mostrato la necessità di una rete di trasporto transeuropea più interoperabile, multimodale, connessa e resiliente”.
“Al momento non si conoscono le implicazioni per il corridoio della rete centrale mediterranea – scrive l’UE –. Tuttavia, il conflitto ha dimostrato la necessità di una maggiore connettività con l'Ucraina. Attualmente, il nostro Corridoio termina in Ucraina e dovrebbe rimanere tale. Il Corridoio Mediterraneo ha bisogno di questa connessione e richiede uno sforzo maggiore per costruire un solido valico transfrontaliero tra Ungheria e Ucraina. In questo contesto, il mio invito a mantenere l'attuale allineamento del Corridoio Mediterraneo”.
Miliardi per la mobilità militare
Tra i vari “corridoi” del TEN-T, il Ponte sullo Stretto di Messina rientrerebbe in quello “mediterraneo”, che fa capo a Iveta Radičová, ex Primo ministro della Repubblica Slovacca (2010-2012). Dal piano di lavoro presentato nel 2022 emergono dati interessanti sui fondi destinati al progetto in funzione dell’agevolazione della mobilità militare. Il “Connecting Europe Facility Regulation” (CEF) 2021-2027 è entrato in vigore il 14 luglio 2021, con applicazione retroattiva a partire dal 1° gennaio 2021. Il bilancio complessivo per il settore trasporti del CEF ammonta a 25,80718 miliardi di euro, di cui 1,6 miliardi destinati alla mobilità militare.
Tra le priorità del CEF figurano: il completamento della rete, con particolare attenzione alle sezioni transfrontaliere e ai collegamenti mancanti dei corridoi della rete centrale; la modernizzazione delle infrastrutture esistenti; e un piano d'azione sulla mobilità militare volto a sostenere lo sviluppo critico delle infrastrutture di trasporto a duplice uso, civile e militare.
Per quanto riguarda le infrastrutture di trasporto, riferisce Iveta Radičová, nel 2019 "il Consiglio dell'UE ha approvato i requisiti militari per la mobilità militare all'interno e all'esterno dell'UE”. Tali requisiti definiscono l’ambito geografico della mobilità militare e stabiliscono gli standard infrastrutturali necessari per le forze armate.
“L’analisi del divario effettuata nel 2019 dai servizi della Commissione e dal SEAE (Servizio europeo per l’azione esterna, ndr) sottolinea le sinergie tra TEN-T e mobilità militare – si legge –: anche il 93% della rete di trasporto militare fa parte della TEN-T; e gli standard dell'infrastruttura di trasporto militare sono per lo più compatibili con le esigenze dell'infrastruttura di trasporto civile. Grazie a queste sinergie tra esigenze di trasporto civile e militare, le azioni volte a completare i corridoi TEN-T possono anche migliorare la mobilità militare. Il nuovo bilancio a lungo termine dell'UE comprende ora una dotazione dedicata alla mobilità militare di 1,7 miliardi di euro nell'ambito del Meccanismo per collegare l'Europa, destinata al cofinanziamento di tali progetti infrastrutturali a duplice uso”.
Il caso WeBuild s.p.a.
A rafforzare il legame tra il mondo bellico e la costruzione del Ponte è la recente inchiesta del Domani, in cui la giornalista Futura D’Aprile mette sotto i riflettori alcuni aspetti riguardanti le aziende incaricate della realizzazione dell’opera. Tra queste figura anche la WeBuild S.p.A. (ex Impregilo Salini), azienda a cui il progetto era stato affidato vent’anni fa e che oggi chiede alla società Stretto di Messina, al Ministero dei Trasporti e alla Presidenza del Consiglio un risarcimento di 700 milioni di euro.
Nel portfolio di WeBuild figurano anche lavori per l’ammodernamento dell’aeroporto militare di Capodichino, la costruzione della tratta dell’alta velocità Novara–Milano e del passante autostradale di Mestre. Queste ultime due opere sono funzionali al collegamento delle basi americane presenti nel Nord-Est italiano, proprio come il Ponte sullo Stretto.
Oltre alla multinazionale di Pietro Salini, dietro al progetto del MIT c’è anche la Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna – CMC, la quale, come ha ricordato D’Aprile, ha curato nel tempo il potenziamento infrastrutturale di Sigonella, la costruzione delle strutture destinate a ospitare i militari americani nell’aeroporto Dal Molin di Vicenza e anche una parte della TAV, opera anch’essa strategica sotto il profilo militare.
Modellino in scala del Ponte sullo stretto © Imagoeconomica
E la mafia non resta a guardare
In conclusione, non dobbiamo dimenticare i forti interessi delle organizzazioni mafiose, che vedono nel ponte a campata unica più lungo del mondo un’occasione d’oro per riciclare denaro e ottenere consenso sociale, tramite prestanome, ovviamente.
A raccontarlo sono diverse inchieste e le relazioni della Dia che si sono susseguite nel corso degli anni. Basta leggerle per comprendere il ruolo che la criminalità organizzata potrebbe avere nella realizzazione di quest’opera imponente.
Nel 1998, la Dia affermava di essere "preoccupata dalla grande attenzione della 'Ndrangheta e di Cosa Nostra per il progetto relativo alla realizzazione del ponte sullo Stretto”. “Appare chiaro – aggiungeva la Direzione Investigativa Antimafia – che si tratta di interessi tali da giustificare uno sforzo inteso a sottrarre il più possibile l’area della provincia di Messina all’attenzione degli organismi giudiziari ed investigativi".
Pochi anni dopo, nel 2000, sempre la Dia segnalava che “le famiglie di vertice della 'Ndrangheta si sarebbero già da tempo attivate per addivenire ad una composizione degli opposti interessi che, superando le tradizionali rivalità, consenta di poter aggredire con maggiore efficacia le enormi capacità di spesa di cui le amministrazioni calabresi usufruiranno nel corso dei prossimi anni”. Addirittura, guardando alle ingenti somme previste dai fondi europei, gli investigatori ipotizzavano l'esistenza di vere e proprie "intese fra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta ai fini di una più efficace divisione dei potenziali profitti”.
Un'altra relazione della Dia, nel 2005, affermava che “la mafia è pronta ad investire il denaro del narcotraffico nella costruzione del ponte sullo Stretto di Messina”.
Ed è proprio grazie al narcotraffico – di cui la 'Ndrangheta è leader – che le organizzazioni criminali dispongono di ingenti quantità di denaro. Quella relazione si basava in particolare su quanto emerso dall’inchiesta “Brooklyn”, in cui veniva individuata un’operazione concepita da Cosa Nostra per riciclare 5 miliardi di euro, provenienti dal traffico di droga, proprio nella realizzazione dell’infrastruttura.
È in quell'inchiesta che compariva il nome dell'italo-canadese ingegner Zappia, personaggio con una lunga esperienza nel campo delle grandi opere, il quale, in un'intercettazione, affermava che qualora fosse riuscito a realizzare il ponte, avrebbe fatto tornare don Vito Rizzuto (oggi deceduto), all’epoca figura chiave dell’internazionalizzazione di Cosa Nostra.
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