Ieri a Catania il consigliere del Csm ha presentato il suo ultimo libro "Al di sopra della legge"

"L’esistenza infernale del carcere ha fatto crollare il sistema della premialità. Il carcere è stato reso fragile da una serie di vicende che lo hanno devastato ed era chiaro che l'attacco successivo sarebbe stato all'ergastolo ostativo e al carcere di alta sicurezza. Tutto questo, purtroppo, fa parte di un disegno inevitabile di chi vuole distruggere la realtà penitenziaria”. Queste sono state le parole molto chiare del magistrato e membro togato del CSM, Sebastiano Ardita, intervenuto ieri al Palazzo della cultura di Catania, in occasione della presentazione del suo ultimo libro “Al di sopra della legge: come la mafia comanda dal carcere”. Partendo dall’esperienza di quasi 10 anni al vertice del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (DAP), “un posto di frontiera che nessuno voleva” (la cui funzione è, purtroppo, sconosciuta), Ardita ha raccontato come nel tempo le condizioni della realtà carceraria siano profondamente peggiorate. Sia a causa di scelte fortemente sbagliate, sia a causa dell’indifferenza e dell’assenza dello Stato all’interno degli istituti penitenziari.
"Negli ultimi anni il castello su cui era stato costruito un presidio per la sicurezza di tutti ha subito una scossa importante, derivante da diverse ragioni”, ha spiegato Ardita, “è stata minata la credibilità del carcere e la sua capacità di rispondere a molte esigenze”, ponendo fine al progetto di rieducazione e di speranza che doveva rappresentare il fondamento di tale sistema.


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Una delle prime decisioni che ha determinato la rinuncia sostanziale dello Stato ad offrire la possibilità di intraprendere una vita migliore, è contenuta nella circolare sulle celle aperte (2013). In pratica, le camere detentive rimangono aperte e quindi affidate all’autogestione dei detenuti per la maggior parte delle ore del giorno. Ciò è avvenuto “in nome di una sorta di sindacalizzazione dei detenuti”, ha affermato il consigliere del CSM, “i luoghi sono stati aperti e le persone potevano circolare liberamente. Questo ha generato una situazione di caos, è saltato tutto e chi ci ha rimesso sono stati i detenuti, quelli che volevano farsi il carcere in santa pace, quelli che volevano la privacy nella loro cella”. Inoltre, è ancora più grave e preoccupante che, tale possibilità, seppur ridimensionata nell’orario, venga di fatto garantita anche ai detenuti per mafia: 8 ore al giorno fuori dalla camera detentiva. Un passo indietro nella lotta alla mafia. In effetti, come spiegato dal magistrato all’interno del libro, “le celle aperte sono un deterrente contro i collaboratori di giustizia, i quali sono costretti a intraprendere questo percorso, il più delle volte molto travagliato, sotto le pressioni di altri detenuti “che saranno in grado di sorvegliarli, controllarli, recarsi presso le loro celle in qualsiasi momento prima che formalizzino quella scelta”.


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Il sistema delle celle aperte ha determinato anche l’ampliarsi e il fortificarsi delle gerarchie criminali all’interno del sistema penitenziario. “Ho capito che il carcere è una comunità”, ha spiegato Ardita, “e in tutte le comunità c'è chi comanda, chi è arrogante, chi gestisce questo potere, chi lo fa a discapito degli altri. Una realtà nella quale più lo Stato non è presente, più il rischio è che ci sia un'autogestione. Come mai i mafiosi occupano gli spazi? Il carcere è un luogo nel quale non ci sono spazi liberi: se non si norma qualcosa, qualcuno stabilisce una regola. C'è una gerarchia interna alla cella e non c'è niente che viene lasciato al caso. Questa gerarchia serve anche a controllare la detenzione e a reclutare le persone che stanno in carcere, facendole diventare nuovi uomini di onore". Da luogo concepito come occasione di riscatto, per essere reintegrati in valori sociali e civili, il carcere diventa luogo dove si rischia di essere reclutati nelle organizzazioni mafiose. Un fallimento totale per la democrazia di uno Stato. Soprattutto di fronte all’articolo 2 della nostra Costituzione, il quale prevede come principale compito della Repubblica quello di rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono “il pieno sviluppo della persona umana e la “partecipazione effettiva” all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.


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Un’ulteriore decisione, altrettanto grave, è stata presa con una circolare del 2015. "Si è arrivati a disporre che la polizia penitenziaria stesse fuori dalla sezione”: così quest’ultime sono rimaste totalmente sotto il controllo esclusivo dei detenuti. Negli ultimi anni infatti, sono raddoppiati gli “eventi critici, cioè quelle raccolte statistiche di eventi che denotano qualcosa che non va nella sicurezza e nella vita dei detenuti: suicidi, atti di autolesionismo, reati commessi in carcere, uso di stupefacenti, risse, aggressione della polizia penitenziaria, ingresso telefonini". Chi subisce abusi non sarebbe in grado di chiedere l’aiuto degli agenti, i quali, “non accettano di essere sottomessi alle gerarchie criminali e quindi reagiscono, difendono la legalità e vengono umiliati e aggrediti”.
Il raddoppiamento di questi indici è sintomo di uno stato di abbandono, di una condizione di bassa sicurezza e dell’ingovernabilità delle carceri.


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Il consigliere si accorse di tutto questo quando andò nel 2018 a dirigere la Commissione del Csm che si occupa della esecuzione penale e della sorveglianza: “Fino al 2011 il DAP stampava un librone dove c'erano tutti i dati degli ultimi anni”, poi, “ho scoperto che questo libro e i dati statistici erano scomparsi in occasione della disposizione sulle celle aperte”. “Quando li ho visti ho fatto un salto dalla sedia, perché si trattava di una moltiplicazione dei fatti. In carcere si stava male, le persone erano abbandonate a sé stesse e non ci si occupava delle violenze fisiche, sessuali e di quella gerarchia. Non c'è uno spazio che si lascia vuoto e qualcuno non lo riempie”. Un segnale che ha toccato il suo apice nel 2020, in tempo di pandemia, durante le rivolte carcerarie, che “non c’erano più dal 1975. E chi le ha promosse? I capi delle gerarchie criminali”.


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Lo Stato quindi è assente: dentro e fuori dal carcere. Ne sono prova in particolare le decine di migliaia di persone che entrano ed escono dagli istituti penitenziari. "Nel 2004 erano entrate 93.000 persone in carcere e sono uscite 89.000”, ha precisato Ardita. “Erano persone che occupavano posti letto, non erano persone separate dalla società, perché entravano e uscivano dal carcere più volte. Poi ho fatto un'altra indagine su quanto i detenuti restavano in carcere, per capire come attrezzare i programmi di rieducazione (lavoro, studio ecc.) e ho scoperto che in carcere ci stavano in media 280 giorni. Quindi era un luogo di transito”. Si tratta di persone che magari commettono reati di bassa criminalità o che comunque appartengono agli strati più poveri della società, dai quali non riescono ad uscire per mancanza di finanziamenti, di strumenti e di strutture e nei quali ritornano appena fuoriescono dal carcere: “Entrano in carcere e sono nessuno, quando escono diventano personaggi nel quartiere. Per evitare che questo accada ti devi occupare di loro, capendo il loro disagio”. Il consigliere, sempre riferendosi alle indagini statistiche da lui condotte, ha spiegato come “l'unica porzione di popolazione detenuta che rimaneva stabilmente in carcere erano i mafiosi che avevano il divieto di accesso ai benefici penitenziari. Ho capito che c'era una lotta sotterranea per far cadere questo pilastro che reggeva in piedi un ramo della sicurezza penitenziaria e di sicurezza del Paese". Un progetto che, purtroppo, si sta realizzando. Se l’ergastolo ostativo “venisse giù del tutto avremmo liberi boss molto pericolosi, come Santapaola, Bagarella: l'esercito di Cosa nostra libero”. Ma forse ci si è dimenticati, per ignoranza o per volontà, il suono di quelle bombe che hanno scosso tutto il nostro Paese giusto 30 anni fa.

Foto tratte da Etnabook - Festival Internazionale del Libro

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