Il procuratore capo di Catanzaro interviene con Salvatore Borsellino ad “Ancore della Legalità” per parlare di segreti di Stato e depistaggi

Un appuntamento fatto per i giovani, dove ancora una volta si è raccontata la storia d'Italia, quella con la S maiuscola.

Stragi di Stato, depistaggi, verità negate, mani invisibili e burattinai.

Sono stati questi i temi dell'evento "Ancore della legalità. Tra segreti di stato, depistaggi e giustizia" presso l’Istituto “G. Marconi” di Torre Annunziata, la città di Giancarlo Siani, come ha ricordato il caporedattore di AntimafiaDuemila Aaron Pettinari, ospite dell'evento assieme a Salvatore Borsellino, al suo collaboratore Angelo Garavaglia Fragetta, al giornalista Stefano Baudino e al procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri.

Come in via d'Amelio tra il pubblico qualcuno ha sollevato simbolicamente l'Agenda Rossa di Paolo Borsellino, "la scatola nera", come l'ha definita Salvatore, che contiene segreti che fanno tremare i polsi.

Cosa succederebbe se uomini di Stato onesti potressero in qualche modo svelare questi segreti?


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Il presentatore della serata, Roberto de Candia


Accadrebbe che un certo Potere non potrebbe fare a meno di armare le mani dei tagliagole per poi lasciargli campo libero.

Se ciò accadesse, come Storia insegna, i depistaggi arriverebbero inesorabili. Una macabra antologia di Spoon River di cui un capitolo è stato aggiunto recentemente con la sentenza del processo sul depistaggio della strage di via d'Amelio. Una sentenza che ha deluso tutti: i tre ex poliziotti del pool stragi comandato dal prefetto Arnaldo La Barbera, imputati di calunnia per aver indotto il falso pentito Vincenzo Scarantino a mettere a verbale bugie e ad accusare ingiustamente degli innocenti, ne sono usciti praticamente indenni. Due prescrizioni e un assolto 'perché il fatto non costituisce reato'.

Tuttavia nelle motivazioni della sentenza di primo grado del Borsellino Quater si legge che "le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana" e che "soggetti inseriti negli apparati dello Stato" indussero il balordo della Guadagna, a rendere false dichiarazioni sulla strage che, cinquantasette giorni dopo "l'Attentatuni di Capaci”, aveva ucciso il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta.

Si può dire che sia un vero e proprio 'modus operandi' quello di inquinare prove, "vestire" falsi pentiti, e far sparire materiale probatorio di enorme valore.

Capaci e via d'Amelio, due stragi separate da appena cinquantasette giorni, e su cui "sappiamo molto ma non sappiamo ancora tutto" ha sottolineato Aaron Pettinari.


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Il caporedattore di ANTIMAFIADuemila, Aaron Pettinari


La "sparizione dei documenti è ridondante nel corso della storia del nostro Paese", ha ricordato il giornalista.

Sparizione che si è consumata anche fra le mura piacentine del ministero della giustizia: mani ignote, dopo la strage di Capaci, hanno fatto "sparire dall'ufficio affari penali di Giovanni Falcone" documenti e "dati del suo computer".

Ma in un ufficio ministeriale "non ci va Totò Riina, non ci va Bernardo Provenzano". "Questo è poco ma sicuro. Così come non ci vanno i boss mafiosi a casa del generale dalla Chiesa per far sparire i documenti all'interno della cassaforte", così come la sua valigetta.

Salvatore Borsellino: “Io non potrò mai accettare che lo Stato tratti con la mafia”
I rapporti tra "mafia e stato" sono ultra centenari ma godono di ottima salute.

Tra l'altro, i giudici della corte di Assise d'Appello di Palermo hanno scritto nelle motivazioni della sentenza di secondo grado del processo "Trattativa Stato - Mafia", che trattare con la mafia "non costituisce reato". E quegli ufficiali dei carabinieri che erano imputati, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, sono stati assolti perché, contattando il sindaco mafioso Vito Ciancimino e "intavolando un dialogo con l'ala" meno stragista di Cosa Nostra, volevano, in parole povere, "diciamo porre fine alle stragi" ha sottolineato il giornalista Pettinari.


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Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e fondatore del Movimento delle Agende Rosse


Io non posso accettare che una sentenza dica che si può trattare con la mafia” ha detto Salvatore, perché "quella trattativa - ha aggiunto - ha portato innanzitutto la necessità di eliminare quello che sarebbe stato un ostacolo insormontabile": "Proprio Paolo Borsellino".

Poi ha portato altre conseguenze: le stragi "in continente" di Roma, Firenze e Milano.

"Qualche mente raffinatissima deve avere suggerito agli esecutori delle stragi" che se uccidi un giudice un altro prenderà il suo posto, "ma se si distrugge il patrimonio artistico dello Stato, quello non è recuperabile".

E poi ancora, "trattare con la mafia", ha continuato Salvatore, "non ha significato soltanto quelle stragi. Ma ha significato assicurare, anzi proteggere, la latitanza di Bernardo Provenzano e questo ha portato altri morti. Attilio Manca è stato ucciso per proteggere la latitanza di Provenzano".

Durante l'evento il capo redattore di AntimafiaDuemila ha ricordato che il 19 luglio scorso, Salvatore Borsellino ha voluto organizzare un evento molto diverso dagli altri anni, "come reazione allo smodato uso della retorica che si è fatta" in occasione del 23 maggio, ha detto il fratello del giudice ucciso in via d'Amelio. I due magistrati, ha sottolineato sono stati acclamati a gran voce come, degli eroi in commemorazioni sterili. Si "mettono nelle monete da due euro" le loro effigi mentre si sta "distruggendo il loro patrimonio". "Nel senso che si stanno distruggendo quell'insieme di leggi che ci avevano lasciato, che gli erano costate la vita". Come nel caso del 41 bis e l'ergastolo ostativo. "Si stanno smantellando in questo momento".


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L'Agenda Rossa
Beirut a Palermo. Le macchine erano ancora in fiamme quando una figura, camminando con passo sicuro, si era diretta verso la macchina di Paolo Borsellino, per poi tornare indietro. Chi era costui?

Un "capitano dei carabinieri" ha raccontato Salvatore, che si era "allontanato dalla macchina di Paolo Borsellino con la borsa" in mano, "sicuramente dentro quella borsa c'era l'agenda rossa". In via d'Amelio era il caos, nessuna transenna, "poteva circolare chiunque". "In quella confusione era più facile riuscire a sottrarre quella agenda rossa". "A mio avviso fino a quando non si indagherà" sulla sparizione della agenda rossa "non si potrà arrivare agli ispiratori", agli "esecutori della stagione stragista" e "agli assassini di mio fratello", ha detto Salvatore, ricordando lo sfregio che aveva dovuto subire durante una delle udienze del Borsellino Quater. Salvatore e il suo collaboratore Angelo Garavaglia Fragetta, avevano portato un video in cui si mostravano le immagini di via d'Amelio, con dettagli, ricostruzioni ed elementi dal forte peso investigativo.

"Quando abbiamo proiettato questo documento alla corte, i pubblici ministeri si sono alzati e sono andate via", decidendo di non sentire l'arringa dell'avvocato Fabio Repici. "E non sono ritornati per tutta la durata dell'udienza”.

Ecco questo è stato uno sfregio vero e proprio da parte di chi avrebbe dovuto amministrare la giustizia".

Si arriverà un giorno a sapere la verità sulla strage di via d'Amelio?

Speriamo di non dover scomodare i morti per saperla, come l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga: "Via d'Amelio è stata un colpo di Stato".


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Aaron Pettinari, a sinistra, e Angelo Garavaglia, a destra


Le ricostruzioni ignorate
"Intanto dovete pensare che è un lavoro che è durato mesi", ha detto Angelo Garavaglia, "perché prima c'è stato tutto il lavoro di raccolta di video e di immagini". Inoltre la "parte complicata era cercare di metterli un po' in ordine cronologico e l'unica idea che mi è venuta, guardando un po' le ombre che il sole proiettava sui palazzi, era stata di mettermi un 19 luglio a iniziare a fotografare per un'ora intera minuto dopo un minuto tutte le ombre dei palazzi".

"Da lì grazie a questo stratagemma sono riuscito a capire numerose cose. E devo dirvi che sono rimasto abbastanza sconvolto".

Angelo ha poi mostrato la foto che ritrae l'allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli con in mano una borsa. "Questa è la foto principale quella che ha aperto ufficialmente l'inchiesta" sulla sparizione della agenda rossa e da "lì sono stati sentiti vari testimoni" ha detto. "Testimoni che hanno offerto delle versioni che erano in palese contrasto le une con le altre". "E alcuni come Giuseppe Ayala addirittura hanno fornito più versioni della stessa scena. La teoria ufficiale era quella che Arcangioli avesse preso la borsa, l'avesse portata via e poi, non si ricorda bene perché, l'ha rimessa in macchina. Quindi da lì c'è stata poi una seconda asportazione della borsa, che in teoria dovrebbe essere avvenuta ad opera di un poliziotto di nome Maggi. E sempre in teoria dovrebbe averla portata nell'ufficio di La Barbera”.


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Nel frame, Giovanni Arcangioli con la valigetta del giudice Paolo Borsellino


Angelo ha poi spiegato nel dettaglio il contrasto che c'è tra le versioni di Arcangioli e Ayala.

"Arcangioli diceva di aver preso la borsa e di essere andato dalla parte opposta rispetto al palazzo dove era stata esplosa la bomba, e di avere aperto questa borsa insieme al dottor Ayala e avendo visto che non c'era niente di interessante dentro, l'ha fatta rimettere o l'ha rimessa lui stesso all'interno della macchina. Già questo se ci pensate è qualcosa di madornale. Nel senso che nella zona c'erano ancora parecchi incendi" e "rimettere la borsa nella macchina di Paolo con il rischio che bruciasse, come poi è avvenuto, non ha nessun senso".

"Dal canto suo Ayala diceva che qualcuno aveva preso la borsa dalla macchina" e stava per consegnargliela "ma non avendo lui più i titoli, perché non era più magistrato, ha consegnato questa borsa ad un ufficiale dei carabinieri". Questo ufficiale era in "divisa estiva blu, quindi una persona totalmente diversa" da Arcangioli.


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Il giornalista Stefano Baudino


Lotta alla mafia, scuola e sistema giudiziario
Verso la fine dell'evento, sono stati Stefano Baudino e il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri a sedere sulle poltrone davanti agli studenti.

Cultura e un sistema penale e detentivo "proporzionato alla realtà criminale". Sono queste le due colonne sulle quali si deve basare un programma che punta a ridurre, se non a eliminare del tutto, la criminalità mafiosa nel nostro Paese.

"Un sistema penale processuale e detentivo, sempre nel rispetto della costruzione - ha detto Gratteri - non mi fraintendete. Io sono contrario ad uno schiaffo in carcere, sono contrario ad uno schiaffo in caserma. Io sono per il rispetto assoluto dell'essere umano. Il peggiore dei mafiosi delinquenti non deve essere toccato con un dito. Perché altrimenti io faccio il suo gioco. Perché lui vorrebbe essere toccato per recitare la parte della vittima".

"Ma ho bisogno di regole. Se si continua a delinquere vuol dire che è conveniente delinquere. Perché superati i freni inibitori della vergogna, del rossore etico, morale, poi si discute in termini di convenienza. Se io commento questo reato che probabilità ho di essere arrestato? Che probabilità ho di essere condannato? E allora questo è il ragionamento che si fa una persona prima di andare a delinquere".

E certamente certe politiche non hanno aiutato.

"Nel 2010 sono state bloccate le assunzioni e ancora oggi nella Polizia di Stato mancano 20 mila uomini, nei carabinieri più o meno uguali, e nella guardia di finanza 8 mila".

"Per non parlare della magistratura. Ci mancano mille e seicento magistrati in Italia".


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L'intervento del procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri


E poi ancora "abbiamo visto delle modifiche inimmaginabili. Io non pensavo potessero essere partorite certe modifiche normative, che non servono a nulla per velocizzare i processi. Le modifiche rallenteranno i processi. I magistrati impazziranno a lavorare con queste riforme fatte in questo anno dal governo dei 'Migliori’”.

Per non parlare anche della legge sulla 'presunzione di innocenza' che, di fatto, imbavaglia prima i pubblici ministeri e la stampa poi.

"Io penso che i cittadini che vivono in un territorio pagano le tasse, lavorano, si impegnano nel sociale hanno diritto di essere informati - ha detto Gratteri - su ciò che avviene sul loro territorio e questo è il compito della Stampa".

Quando è stata fatta questa legge "io so che in commissione giustizia sono stati chiamati i presidenti dell'Ordine dei giornalisti, il sindacato dei giornalisti e, se non hanno scritto male sui giornali, io ricordo di aver letto che uno era impegnato in un procedimento disciplinare, un altro aveva avuto poco tempo per studiare la legge e quindi non era preparato". Quindi questa legge è passata e la grande stampa non aveva detto una parola.

Nicola Gratteri ha anche ribadito il fatto che se "ci fosse un governo in grado di fare programmazione da qui a vent'anni, da qui a 10 anni, dovrebbe pensare ad un modello di scuola diverso rispetto a quello che c'è oggi". Ma, purtroppo, chi potrebbe farlo se ne guarda bene perché "creare una scuola efficiente vuol dire creare un popolo colto", un popolo che protesta, che ribatte, che cerca la verità.  Un popolo che potrebbe cambiare le cose.

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