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L'ex pg di Palermo: "Su via D’Amelio preclusa ricostruzione che chiama in causa apparati deviati dello Stato"

La motivazione della sentenza potrebbe essere “letta come una legittimazione e un viatico a dialogare con la mafia, a 'conviverci' purché e affinché moderi la sua aggressività rendendosi silente". Una sorta di rilegittimazione e giustificazione della "convivenza tra Stato e mafia, di segrete transazioni tra Stato legalitario e Stato occulto, di rimozioni e amnistia permanente tramite amnesia collettiva".
È stata questa la dura analisi che l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato ha esposto dalle colonne de ‘il Fatto Quotidiano’, ricalcando ciò le parole del collega e consigliere togato al Csm Nino Di Matteo.
Sullo sfondo di questa vicenda sono già state restaurate le colonne dell'antico regime: sono tornati sul campo della politica "personaggi condannati per collusione con la mafia" (Marcello Dell'Utri, ndr); "si celebra nelle aule del Senato la memoria di vertici dei servizi segreti – come il generale Gianadelio Maletti – condannati per depistaggio su Piazza Fontana; si normalizza la cultura dell’omertà giustificando come motivazione eticamente condivisibile la scelta dei mafiosi stragisti irriducibili di non collaborare con lo Stato, autorizzando con la riforma dell’ergastolo ostativo la loro uscita dal carcere anche in assenza di collaborazione, solo a condizione che provino di aver deposto le armi ed essersi dissociati definitivamente dalla mafia; si approvano a ripetizione leggi che riportano indietro l’orologio della storia ai tempi del primo 900, ripristinando il trionfo della gerarchia nella magistratura. Leggi che creano una magistratura alta e una bassa ed esaltano la figura di dirigenti soprastanti con il compito di garantire che i magistrati sottordinati smaltiscano rapidamente il più elevato numero di processetti e non sprechino risorse e tempo per indagini complesse ad alto rischio e di esito incerto, come quelle sulla criminalità dei colletti bianchi e del potere". A fronte di questo è lecito domandarsi: per quale Stato sono morti Falcone e Borsellino e per quale Stato è stata intavolata la Trattativa? "Lo Stato che ha depistato tante indagini sulle stragi da Portella della Ginestra, a Peteano, a Milano, a Brescia, a Bologna, sino a quelle del 1992-’93, o lo Stato in cui si riconosce quella parte d’Italia che non vuole rassegnarsi a convivere con i poteri criminali? Questo è stato in passato e resta per il futuro il nodo politico cruciale del nostro Paese e una delle incognite più inquietanti del futuro della nostra democrazia".

“Il gioco di prestidigitazione probatoria per sottrazione"
Nelle motivazioni della sentenza d'Appello del processo Trattativa Stato-Mafia non è stato speso un solo rigo sulla sottrazione dell'agenda rossa di Paolo Borsellino da parte di "uomini degli apparati istituzionali"; "sulla forzata induzione di Scarantino a rendere false dichiarazioni; sulla presenza, rivelata da Spatuzza, di un soggetto esterno a Cosa Nostra nel momento cruciale del caricamento dell’esplosivo nella Fiat 126; sugli 'infiltrati della Polizia' dei quali Franca Castellese il 14 dicembre ‘93 implorò il marito Mario Santo Di Matteo di non fare menzione ai magistrati, dopo che a seguito della sua collaborazione con la giustizia era stato rapito il loro figlio Giuseppe; sulle accertate e vive preoccupazioni di Borsellino nei confronti degli uomini del Sisde; sull’omicidio ordinato da Riina negli stessi giorni della strage del capomafia di Alcamo Vicenzo Milazzo, che si era rifiutato di unirsi alla strategia stragista, declinando per tre volte le sollecitazioni ricevute da uomini dei servizi segreti con cui si era incontrato alla presenza di un colletto bianco che è stato identificato". Inoltre la Corte non si è chiesta "perché proprio la Dia, l’organismo di polizia interforze specializzato in materia di mafia, creato su impulso decisivo di Falcone e diretto da De Gennaro amico di Falcone e Borsellino che con lui si confidavano, fu inopinatamente esclusa dalla Procura di Caltanissetta dalle indagini sulla strage, privilegiando invece con un colpo di mano il Sisde di Bruno Contrada e Arnaldo La Barbera, altro soggetto collegato al Sisde, con i noti esiti che portavano in una direzione completamente diversa".
Roberto Scarpinato, si legge sul 'Fatto Quotidiano', ha spiegato che tali omissioni argomentative, precludono alla radice "qualsiasi possibilità di ricostruire i motivi dell’accelerazione della strage che chiamano in causa apparati deviati dello Stato": in soldoni se si esclude "che l’accelerazione fu determinata dal pericolo che Borsellino ostacolasse il buon esito della trattativa, resta come unica residuale alternativa l’interesse di Borsellino sul tema mafia-appalti". Un vero e proprio "gioco di prestidigitazione probatoria per sottrazione" in cui si tagliano implicitamente fuori dalla scena "possibili complicità di esponenti dello Stato", riducendo la "vicenda stragista di via D’Amelio" ad un mero atto contingente agli "interessi economici di Riina e di qualche colletto bianco".
Ma gli scheletri nell'armadio dello Stato, restano.
"Scheletri che spiegano - ha continuato Scarpinato - perché gli interventi di soggetti esterni attraversino ininterrottamente tutta la sequenza stragista, da Capaci nel maggio ‘92 alle stragi del ‘93 nel continente, come emerge da una pluralità di elementi probatori e come relazionò la Dia già nel ‘93 con un’informativa in cui si comunicava che: dietro le stragi si muoveva una aggregazione orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergono finalità diverse; e dietro gli esecutori mafiosi c’erano menti dotate di 'dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e i meccanismi della comunicazione di massa nonché una capacità di sondare gli ambienti della politica e di interpretarne i segnali'".
Scheletri che spiegano anche il perfetto sincronismo operativo tra i mafiosi che fanno esplodere l’autobomba e l’immediata apparizione sulla scena di appartenenti agli apparati istituzionali che, grazie alla loro insospettabilità, possono far sparire l’agenda rossa completando l’opera. Non bastava uccidere Borsellino: se la sua agenda rossa fosse finita nelle mani dei magistrati, lo scopo della sua repentina eliminazione sarebbe stato frustrato. Ed è evidente che l’agenda rossa non fu sottratta per tutelare i mafiosi esecutori della strage, ma i loro compici eccellenti".
Perché tali argomenti non sono presenti nelle 2971 pagine delle motivazioni della sentenza d'Appello?
Bisognerebbe chiedersi anche perché i magistrati (come Nino Di Matteo o Giuseppe Lombardo ndr) che hanno cercato di far luce proprio su questi punti, soprattutto sulla "compartecipazione di soggetti esterni alle stragi del 1992-'93", sono stati “ostracizzati ed emarginati in vari modi, taluni persino sottoposti a inchieste disciplinari e financo penali, altri nel mirino di prolungate campagne di delegittimazione".

Fonte: ilfattoquotidiano.it

Foto © Paolo Bassani

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