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A Marsala presentato il libro del consigliere togato del Csm e del giornalista Saverio Lodato, "I nemici della giustizia"

La Commissione europea ha posto l'attenzione con preoccupazione alle conseguenze della riforma Cartabia sotto il profilo della lotta alla corruzione e della lesione dell'autonomia e della indipendenza dei giudici”. Sono state le parole del magistrato e consigliere togato del Csm Nino Di Matteo, intervenuto lo scorso venerdì a Marsala durante la presentazione del suo ultimo libro-intervista “I nemici della giustizia”, scritto insieme al giornalista ed editorialista Saverio Lodato. L’evento, promosso dall’amministrazione locale del sindaco Massimo Grillo e moderato dal giornalista Renato Polizzi, è stato realizzato sotto forma di dialogo insieme alla dottoressa Giulia d’Alessandro, sostituta procuratrice di Napoli. Quest’ultima ha accompagnato Di Matteo nell’analisi delle criticità delle più recenti riforme, a partire da quella della ministra Cartabia, dei meccanismi degenerativi causati dal sistema correntizio e dalle gravi forme di collateralismo con la politica, che determinano sempre di più la burocratizzazione del ruolo del magistrato e la gerarchizzazione delle procure. Un dibattito importante, soprattutto per la società civile e per i giovani. Perché oggi, come ha spiegato il magistrato, “c'è chi vuole approfittare della crisi di credibilità della magistratura per fare approvare leggi e riforme che limitino l'indipendenza e l'autonomia della magistratura o che in futuro rendano sempre più difficile alla stessa di fare indagini che possano anche semplicemente sfiorare il potere politico, economico, finanziario, imprenditoriale e massonico". Una situazione posta in essere da chi, non sopportando il controllo di legalità, vuole regolare i conti con la magistratura, “con una funzione di vendetta, ma anche e soprattutto" con una "funzione di prevenzione". Il fine è grave e preoccupante: “Evitare che in futuro ci possa essere una magistratura libera e coraggiosa, che osi cercare la verità su certe cose e che osi andare oltre la repressione della criminalità mafiosa comune".


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© Deb Photo


Riforma Cartabia non velocizza processi, ma pregiudica diritti a imputati e parti offese
Il consigliere togato del Csm si è espresso prima di tutto sulle modifiche di legge previste dalla Riforma Cartabia che “ci siamo sentiti dire 'ce l'ha chiesta l'Europa' per rendere i processi più veloci, anzi per avere i soldi del Pnrr”. In effetti, "non c'è una norma che renda più veloce gli accertamenti giudiziari o che sia idonea a snellire i dibattimenti" senza pregiudicare "i diritti e le garanzie dell'imputato”.
La riforma introduce “un meccanismo che è estraneo ad ogni cultura europea e occidentale: l'improcedibilità. Se un processo in appello dura più di due anni o in Cassazione più di un anno (è una eventualità nei fatti molto probabile) viene dichiarata l'improcedibilità, cioè il processo va in fumo. L'imputato non avrà mai diritto a sapere se pronuncia di merito sarà di colpevolezza o di innocenza. La parte offesa che si è esposta magari con una denuncia, vedrà l'imputato che ad un certo punto non lo è più perché sono passati due anni. I cittadini per fatti che hanno allarmato la società e la pubblica opinione non avranno mai diritto di sapere se quegli imputati saranno innocenti o colpevoli”. Si tratta di una giustizia negata che rischia non solo di creare gravissime sacche di impunità, ma anche di alimentare le disuguaglianze sociali ed economiche tra chi può permettersi economicamente un efficiente collegio difensivo, capace di allungare il procedimento fino allo scadere dei termini, e chi no.


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Il vice sindaco di Marsala, Paolo Ruggeri © Pietro Calligaris


Un sistema che nega la giustizia determina “il fallimento dello Stato”, aumenta il discredito per la sua immagine e accredita il prestigio criminale mafioso: “Perché la mafia i conflitti li risolve. Anche a distanza di anni emette una decisione, spesso persino di morte. Un cittadino che non avrà il diritto di sapere come deve essere decisa una causa civile dallo Stato, dai tribunali, dalla giustizia, in territori come i nostri potrà essere spinto a farsi risolvere il conflitto in un altro modo”.
Inoltre, la riforma incide nel rispetto del principio di separazione dei poteri, dell’indipendenza della magistratura e anche di diritti umani garantiti ad ogni cittadino dalla nostra Costituzione. Questo avviene nel momento in cui “il Parlamento può dare indicazioni sui criteri generali di priorità nell'esercizio dell'azione penale”. “Per me è gravissimo”, ha commentato il consigliere togato. “Cosa accadrebbe se un Governo non mettesse tra i reati da perseguire con priorità quelli commessi con abuso di autorità, per esempio da parte della polizia penitenziaria nei confronti di un detenuto o da parte della polizia nei confronti di manifestanti?”.


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La logica dell’appartenenza ad una corrente: “Un metodo inaccettabile”
Il criterio dell’appartenenza, come ha ribadito nel corso della serata Nino Di Matteo, è simile alle logiche che regolano i sistemi mafiosi. “Utilizzai quella frase prima di essere eletto al Cms e oggi la ribadirei con ancora più forza”. Cioè “il criterio dell'appartenenza ad un gruppo di persone, famiglia, gruppo di amici diventa un criterio di scelta, di distinzione tra le persone, nel caso dell'appartenenza correntizia, diventa un criterio per poter aspirare a determinati incarichi”. Analizzando i meccanismi interni ed esterni al sistema delle correnti, il criterio dell’appartenenza oggi influenza e condiziona le scelte del sistema di autogoverno della magistratura sotto molti livelli: non solo nell’elezione dei membri del Csm o nella spartizione degli incarichi direttivi e semidirettivi, ma anche nella candidatura per gli incarichi associativi in sede locale, nella selezione dei componenti della Scuola superiore della magistratura, nella scelta dei magistrati formatori che hanno il compito di organizzare convegni e molto altro.


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Il consigliere togato del Csm, Nino Di Matteo © Deb Photo


Si tratta un sistema che quindi cerca di vincolare la carriera e il percorso del magistrato fin dall’inizio. Il consigliere ha poi spiegato come non esistano esclusivamente le correnti, ma anche “le cordate di potere tra magistrati trasversali alle correnti o anche tra magistrati che non fanno parte di correnti”: veri e propri gruppi di potere, in cui sono coinvolti magistrati, ma anche alti esponenti delle forze dell’ordine, che da dentro e fuori la magistratura tentano in ogni modo di condizionare le decisioni dell’autogoverno. Entrare sotto l’ala protettiva di questo sistema è garanzia di sostegno e appoggio nella carriera. Il rifiuto di determinate logiche presuppone, purtroppo, un atto di coraggio da parte del magistrato che decide di emanciparsi. Significa dover superare molti più ostacoli nel corso del proprio percorso e soprattutto esporsi ad attacchi esterni ed interni. “È un metodo inaccettabile”, ha detto Di Matteo, “perché significa la prevalenza proprio di quel criterio dell'appartenenza sul criterio meritocratico, del riconoscimento dell'impegno, dell'autonomia e dell'indipendenza del singolo magistrato”.


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© Pietro Calligaris


Come aveva affermato anche la dottoressa d’Alessandro, commentando gli effetti di tale sistema soprattutto nei giovani magistrati si è “determinato un sostanziale disinteresse nei confronti dell’associazionismo giudiziario, che invece riveste molta importanza per la tutela dei nostri diritti e interessi e ha frustrato nei giovani magistrati ogni velleità di carriera”. Poi, come se non bastasse, “molti magistrati hanno deciso direttamente di rinunciare, si sono chiusi nel loro lavoro burocratizzato e hanno smesso di partecipare e anche di offrire la propria esperienza al servizio della collettività”.
A proposito delle nuove disposizioni contenute nella riforma Cartabia, il consigliere ha spiegato come, nel sistema elettorale del Csm, “questa riforma in realtà non cambi proprio nulla. Ma non perché non sono stati capaci di pensare ad un cambiamento, ma perché questo metodo di strapotere delle correnti all'interno della magistratura, conviene per primi ai politici. Perché una politica che ha paura dei magistrati veramente liberi, coraggiosi e indipendenti è una politica che vuole esercitare un controllo indiretto sulla magistratura, lo fa spesso proprio attraverso le correnti. Da quando sono al Csm mi sono reso conto ancora di più di una situazione. I capi corrente sono spesso l'anello di congiunzione con la politica”. Questi rapporti vengono sfruttati, per esempio, nel momento della scelta da parte del ministro della giustizia dei propri collaboratori o a volte, servono per ostacolare e isolare “magistrati incontrollabili e fuori sistema”, come si legge nel libro di Palamara. Un sistema utile e vantaggioso, che quindi, ovviamente, non si ha la volontà di scardinare.


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© Deb Photo


L’introduzione del criterio del risultato sulla valutazione di professionalità dei magistrati aggrava ancora di più la situazione (si tratta sempre di disposizioni previste dalla riforma Cartabia). Più nello specifico, sono criteri “che privilegiano le statistiche, le carte apposto piuttosto che l'approfondimento dei fatti, piuttosto che la volontà di affrontare anche processi rischiosi che non sei sicuro di vincere, come vince sicuramente un pubblico ministero un processo nei confronti di un rapinatore che è stato arrestato in flagranza di reato. Ci sono dei fenomeni criminali che possono essere individuati e sanzionati solo attraverso indagini lunghe, complesse, che possono anche sfociare in assoluzioni. Nel momento in cui si introduce il criterio del risultato si finisce per trasformare la magistratura in un ordine giudiziario che sarà efficace e talvolta spietato nei confronti dei deboli e della criminalità da strada e con le armi spuntate e timoroso nei confronti della criminalità dei colletti bianchi e dei potenti”. Un meccanismo quindi, che non finisce per garantire una giustizia diversa per cittadini di serie A e cittadini di serie B. “Questa”, ha affermato con forza il consigliere, “non è la magistratura disegnata dalla Costituzione. Nelle aule di giustizia c'è scritto che noi ‘amministriamo la giustizia nel nome del popolo italiano’ e quindi dobbiamo avere l'interesse ad applicare la costituzione che si basa su un principio di uguaglianza, non soltanto formale, ma sostanziale di tutti i cittadini di fronte alla legge”.


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© Pietro Calligaris


Ridimensionamento degli organici e depenalizzazione per velocizzare i processi
Un altro tema cruciale, che dovrebbe essere posto al centro di riforme finalizzate alla velocizzazione del sistema di giustizia, riguarda la riorganizzazione degli uffici giudiziari, così come il ridimensionamento del personale e la depenalizzazione di molti reati. La dottoressa d’Alessandro ha spiegato come la magistratura sia “sottodimensionata rispetto alla mole di lavoro che è chiamata a fronteggiare. I pubblici ministeri sono pochi rispetto al lavoro delicato che sono chiamati a compiere”. Una realtà documentata da diversi studi di organismi europei, ha spiegato Di Matteo. Attraverso dati, numeri e statistiche si stabilisce “che per numero di abitanti il numero dei pubblici ministeri e dei giudici in Italia è inferiore nella proporzione a quello di tutti gli altri paesi europei”. “Il secondo dato certificato”, ha aggiunto poi il consigliere togato, “è che i magistrati italiani sono quelli con la produttività maggiore, eppure nonostante questo, non riusciamo a soddisfare le giuste pretese di celerità e di giustizia da parte dei cittadini. Quindi il problema non è solo nella magistratura, ma è in un sistema processuale troppo farraginoso”. Quest’ultimo “prevede che si debbano fare processi penali anche per condotte sanzionabili, forse anche più efficacemente, con una sanzione amministrativa”. Da qui parte la necessità di una seria riforma di depenalizzazione dei reati contravvenzionali, spesso destinati alla prescrizione, che permetterebbe di togliere molto carico di lavoro alle procure. Si parla per esempio delle sanzioni che prevedono un’ammenda, come la guida in stato di ubriachezza.


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Di Matteo: “Giustizia efficiente serve per garantire i diritti umani”
“Una giustizia che funzioni bene”, ha affermato Di Matteo, “garantisce i diritti dei più deboli. Quando la giustizia non funziona e non è efficiente né efficace i rapporti di forza regolano i rapporti umani”. Perché “senza giustizia i rapporti umani sono regolati dalla forza, dalla prepotenza, dall'arroganza, dalla ricchezza e dalla mafiosità”. Questo accade nelle strade, nei luoghi di lavoro, in tutti gli ambiti della società, ma anche dentro il sistema penitenziario italiano, dove negli ultimi anni “sono aumentati i pestaggi e le violenze sessuali nei confronti di altri detenuti. I mafiosi, quelli che hanno più prepotenza, più carisma e caratura criminale vessano continuamente altri detenuti. Quindi le situazioni sono molto complesse. Noi ci dobbiamo battere a tutti i livelli perché i diritti umani vengano rispettati. E assieme ai diritti anche la dignità di ogni persona”.
La tutela dei diritti fondamentali, in effetti, dovrebbe essere la priorità di ogni forza politica ed istituzionale del nostro Paese. Il contrasto alla mafia e al sistema di corruzione politico ed istituzionale non può essere relegato, come sempre è accaduto nel nostro Paese, all’azione di contrasto della sola magistratura o delle forze dell’ordine. Sono necessarie due condizioni. “Una parte dal basso”, ha spiegato Nino Di Matteo, “ed è l'interesse e la responsabilità dei cittadini”. L’altra, deve arrivare “dall'alto della politica”, con “un'assunzione di responsabilità” e con agende politiche che mettano “la lotta alle mafie e alla corruzione tra i primi punti. E questo non è avvenuto e non avviene nemmeno in questo momento".


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La sostituta procuratrice di Napoli, Giulia d’Alessandro © Deb Photo


Per questo è necessario che “la politica si riappropri della sua primazia nella lotta all'illegalità", non deve aspettare, “per denunciare determinati comportamenti o fenomeni di collusione mafiosa, le inchieste della polizia o le sentenze della magistratura. La politica sana ed importante sarebbe in grado di agire contro questi fenomeni prima che intervenga la magistratura". Questo è l’esempio di politica sana, coraggiosa, appassionata, competente e disinteressata che ci è stato lasciato dall'onorevole Pio La Torre e dal magistrato Cesare Terranova. Spesso ci dimentichiamo che quest’ultimi, nel gennaio del 1976, firmarono una relazione di minoranza dove venivano indicati “i nomi e cognomi, i fatti e le prove di tutti i rapporti collusivi, fin ad allora noti, tra i corleonesi come Luciano Liggio e Totò Riina e settori del mondo politico e imprenditoriale e del mondo delle professioni a Palermo". “Spesso”, ha concluso Di Matteo parlando dell’eredità lasciata dai nostri martiri, in primis da Falcone e Borsellino, “si dice che sono morti invano. Io non lo penso. Non perché lo Stato si sia dimostrato sempre all’altezza del loro esempio. Ma perché molti cittadini, molti giovani dal loro esempio hanno ricavato slancio, consapevolezza, senso civico. E se in parte abbiamo ancora speranze di cambiare, questo cambiamento è indotto proprio dalla voglia di legalità che soprattutto i giovani hanno ricavato da quegli esempi”. Qui nasce l’assunzione di responsabilità di ognuno di noi perché, come ci insegna la storia, gli attentati avvengono quando si viene lasciati soli, anche dalla cittadinanza, il cui supporto e interesse “è importante e fondamentale perché l'azione della magistratura sia veramente efficace".


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Riprese video: Emanuele Di Stefano e Davide de Bari
Edited: Francesco Piras

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