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A Villa Filippina le parole di Scarpinato, Gratteri, Ingroia, Repici, Bongiovanni e Lodato

In via d'Amelio, nel 1992, non ebbe luogo un attentato, ma una vera e propria strage di Stato”. È unanime il parere dell'ex Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, dell'ex pm e oggi avvocato Antonio Ingroia, di Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino e diversi familiari vittime di mafia, e del direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni, intervenuti ieri a Villa Filippina in occasione del dibattito “Uccisi, Traditi, Dimenticati. 57 giorni dopo Falcone: Paolo Borsellino” organizzato in occasione del 30° Anniversario della strage di via d’Amelio.





Certamente un'occasione per fare memoria in onore a Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina, ma anche fare il punto su quanto avvenuto in questi trent'anni trascorsi da quel terribile 1992.

E in tanti, soprattutto giovani giunti a Villa Filippina a seguito del corteo che era partito da Piazza Magione, hanno voluto essere presenti in questo appuntamento dove le parole sono state accompagnate anche da immagini ed arte, con la lettura da parte di Sonia Bongiovanni del testo di Saverio Lodato “Hanno fatto diventare la strage di Via D'Amelio una storiella di guardie e ladri”.


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Lorenzo Baldo, vicedirettore di ANTIMAFIADuemila © Paolo Bassani



Essere “eretici” per la ricerca della verità
Ad introdurre la serata è stato l'emozionante, quanto intenso intervento del vicedirettore di ANTIMAFIADuemila, Lorenzo Baldo che, ricordando alcune parole pronunciate qualche anno fa da don Ciotti (“Siate eretici! Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso, è colui che più della verità ama la ricerca della verità”), ha fatto una fotografia del tempo che si sta vivendo. Oggi “è un eretico chi afferma che l'invio di armi in Ucraina da parte del nostro governo è una profanazione dell'articolo 11 della Costituzione. Che ci traghetterà verso una possibile guerra mondiale. È un eretico chi chiede la libertà per Julian Assange, ‘colpevole’ di aver denunciato i crimini dell’impero americano e chi fa del giornalismo un impegno civile. Così come chi accusa il nostro governo di essere debole nella richiesta di giustizia per Giulio Regeni e di aver remato contro la lotta alla mafia”.


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© Paolo Bassani


Quindi ha proseguito: “È un eretico chi ha definito l’eccidio di via d’Amelio ‘una strage di Stato’ e ha riscontrato quanto sia legata alla trattativa Stato-mafia. È eretico chi su quella trattativa continua a cercare la verità. Chi invoca il diritto alla verità. Così come chi afferma che l’agenda rossa di Paolo Borsellino è custodita da uomini di Stato. Ed è un eretico chi ha il coraggio di affermare – con dati alla mano – che Nino Di Matteo non c’entra nulla con il depistaggio di via d’Amelio e che è stato invece uno dei pochi a impegnare la sua stessa esistenza per continuare a cercare la verità”. “È un eretico chi ha il coraggio di dire che Attilio Manca è una delle vittime della trattativa Stato-mafia dietro la quale ci sono i mandanti esterni a Cosa Nostra delle stragi del ‘92 e del ’93. Quei mandanti sui quali la procura di Firenze sta indagando per fare luce sulle zone d’ombra che permangono su Dell’Utri e Berlusconi. È eretico chi ha il coraggio di denunciare l’infame riforma Cartabia che, volente o nolente, va incontro ai desiderata di Cosa Nostra.

E a questo punto anche la Commissione europea può essere definita eretica visto che recentemente ha bocciato con forza la riforma Cartabia nella Relazione sullo Stato di diritto 2022”.


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© Paolo Bassani


È eretico chi continua a lottare contro la mafia e contro ogni forma di ingiustizia, per difendere i diritti di tutti a partire da quello del lavoro – ha proseguito -. Anche quando a calpestare quest’ultimo è stato il nostro stesso governo attraverso ignobili imposizioni. Ed è un eretico chi continua ad amare anche se è stato tradito o ingannato e sa di andare incontro al suo destino, così come chi lotta ogni giorno con una croce sulle spalle e lo fa con il sorriso sulle labbra. E gli stessi familiari delle vittime di mafia che invocano il diritto alla verità e i testimoni di giustizia.
E sono eretici tutti quei ragazzi e quelle ragazze - che sono qui anche stasera - che si ribellano all’anestesia totale imposta da un sistema di potere che vuole spegnere le loro coscienze e il loro spirito critico.
Quei giovani che una donna straordinaria come Letizia Battaglia amava con tutta sé stessa. Il vuoto che ha lasciato Letizia è immenso. Ma altrettanto immenso è il suo esempio di vita che ci impone di continuare a fare la nostra parte per un mondo più umano, sostenendo i giusti, quelli che cercano la verità: gli eretici. Perché come diceva don Ciotti: 'Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie. Chi non pensa che la povertà sia una fatalità. Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza. Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio'
”.


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© Paolo Bassani


Bongiovanni: “Vicini ai magistrati che cercano di smascherare i mandanti esterni”
Guardando al 1992, all'isolamento e alla delegittimazione subita da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, affinché la storia non si ripeta, il direttore di ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni, ha ricordato come oggi vi siano “magistrati che rischiano la vita”. Magistrati che “potrebbero attualmente e nel futuro assumere un potere o politico o nella magistratura tale da entrare con forza nella stanza buia che questi magistrati hanno cercato di illuminare, accendere questa luce e smascherare questi mandanti esterni”. Bongiovanni ha denunciato come nell'articolo 15 comma cinque, previsto nella riforma del Csm, “si dice che per 2 anni, il consigliere togato che lascia il Csm non può presentarsi alle elezioni politiche di qualsiasi tipo. All’interno dell’attuale Csm ci sono magistrati, tra i quali Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita. Quindi se Nino Di Matteo volesse presentarsi alle elezioni il prossimo anno, non lo può fare. Cioè è anticostituzionale”.


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Il direttore di ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni © Paolo Bassani


Il direttore ha quindi invitato i tanti presenti a chiedere con forza alla Consulta di “intervenire su questo atto incostituzionale del ministro e del governo attuale, contro un solo magistrato. Una legge preventiva contro di lui, perché lui, insieme a questi magistrati è quello che ha indagato sull’Agenda rossa, sui mandanti esterni, sulla trattativa Stato-mafia. E temono il potere che potrebbe avere o come Procuratore o come ministro”. “Questo – ha aggiunto - è il governo della mafia-Stato perché se andiamo avanti così noi ritorneremo nuovamente verso un regime fascista. Stanno organizzando tutto per farci diventare schiavi e far divenire questo Stato fascista. Altro che segreti di Stato. Con la protesta civile difendiamo i magistrati che ancora resistono e che cercano la verità. E protestiamo contro questo governo che non solo non fa la guerra ma non vuole la verità sui mandanti esterni. Perché questo è un governo come tutti gli altri e che io definisco Stato-mafia”. Infine, con un inciso, ha ribadito con forza che “Roberto Scarpinato non ha nascosto o insabbiato le indagini mafia-appalti. E Nino Di Matteo non ha depistato le indagini di Via D’Amelio”.





Scarpinato: “Sulle stragi una verità ostacolata dal potere”
Nella sua lucidissima analisi l'ex Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato si è chiesto i motivi per cui, in questi trent'anni, non si è mai riusciti ad avere una verità giudiziaria completa sulla strage di via D’Amelio o che sia riuscita ad andare oltre agli esecutori materiali arrivando a dare un volto ai mandanti e ai complici esterni.
Secondo il magistrato, oggi in pensione, “per ragioni di sistema, che attengono alla realtà del potere in Italia” cioè “quella realtà del potere che non ha mai consentito la processabilità e la condanna dei mandanti e dei complici esterni di tutte le stragi che hanno segnato la Prima Repubblica”.
Scarpinato ha dunque messo in evidenza come tutte le indagini che riguardano le stragi italiane siano state “sistematicamente sabotate e depistate da esponenti degli apparati statali” in una “continuità di metodologia di depistaggio che va dalle stragi degli anni ’70 e ’80 e arriva fino al ’92 e ’93”.


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Roberto Scarpinato, ex Procuratore generale di Palermo © Paolo Bassani


I due livelli informativi di Cosa nostra
Secondo Scarpinato “è impossibile ottenere la verità sulle stragi perché i segreti che si celano dietro quelle stragi, che vengono da lontano e portano lontano, sono a conoscenza di un ristretto numero di capimafia condannati all’ergastolo. E sono ignorati da tutti gli altri uomini d’onore, compresi numerosi esponenti della commissione provinciale di Cosa nostra. Se si esaminano con attenzione tutte le risultanze processuali sulle stragi si può verificare che esiste un doppio livello informativo all’interno di Cosa nostra durante il periodo stragista”.
Il primo livello – ha ricordato - riguarda i componenti della commissione provinciale e gli esecutori materiali ai quali vengono comunicate solo le motivazioni delle stragi strettamente interne agli interessi esclusivi di Cosa nostra. Il secondo livello ristretto invece è riservato solo a pochi capi e ai fedelissimi di Riina - i Graviano, Bagarella, Messina Denaro - i quali invece sono messi a conoscenza della partecipazione al piano stragista di soggetti esterni la cui presenza deve restare segreta anche all’interno dell’organizzazione mafiosa”. L'esistenza di quello che Scarpinato chiama un “doppio livello informativo” si evidenziò nella riunione convocata dal capo dei capi nel dicembre 1991.


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© Paolo Bassani


Sui contenuti e sulle modalità di svolgimento di questa riunione abbiamo le dichiarazioni convergenti di ben 3 collaboratori di giustizia che facevano parte della commissione provinciale: Giovanni Brusca, Antonino Giuffrè e Salvatore Cancemi. Tutti concordano nel dire che la riunione durò meno di tre quarti d’ora e Riina si limitò a comunicare ai partecipanti che si sarebbe dato inizio ad omicidi e stragi per vendicarsi di nemici come Falcone e dei traditori politici che non avevano mantenuto fede agli impegni presi con la mafia. Null’altro. Riina non dice nessuna parola sul fatto che la riunione del dicembre 1991 era stata preceduta da varie riunioni svoltesi nelle campagne di Enna, nel corso delle quali lui e un ristretto numero di capi, Benedetto Santapaola, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Benedetto Provenzano, avevano a lungo discusso e poi approvato l’adesione di Cosa nostra ad un complesso piano di destabilizzazione politica messa a punto da soggetti esterni a Cosa nostra, da attuarsi con stragi e omicidi, che dovevano dare una spallata al vecchio sistema politico che non offriva più protezione e che dovevano aprire la via all’ingresso in campo di un nuovo soggetto politico che allora era in fase di formazione. Riina non dice che in quella riunione di Enna si era entrati in alcuni dettagli esecutivi. Lo stesso Rina aveva anticipato che tutte le stragi dovevano essere rivendicate con la sigla della ‘Falange Armata’”.


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© Paolo Bassani


Interrogativi inevasi
Frammenti del doppio livello informativo vi sono anche nelle dichiarazioni di Gioacchino La Barbera e Gaspare Spatuzza, laddove il primo ha riferito della presenza di un uomo, mai individuato, che partecipò a tutte le fasi esecutive della strage di Capaci, ai sopralluoghi per la preparazione della strage di Capaci. E lo stesso ha raccontato Gaspare Spatuzza rispetto alla presenza di un soggetto esterno a Cosa nostra anche durante l’operazione di caricamento dell’esplosivo nella Fiat 126 fatta esplodere in via d’Amelio. Ma le domande sono molteplici. “Chi erano gli infiltrati della polizia nella strage di via d’Amelio alla quale fece riferimento il 14 dicembre 1993 Franca Castellese quando intercettata mentre parlava con il marito Mario Santo Di Matteo, dopo che loro figlio Giuseppe era stato rapito, scongiurò il marito di non parlare mai ai magistrati degli infiltrati della polizia nella strage di via D’Amelio. Erano forse gli uomini dei servizi che piombarono sulla scena di via D’Amelio prima ancora delle forze di polizia e si impadronirono dell’agenda rossa? Com’è possibile che a distanza di 30 anni non sia stato possibile conoscere l’identità di questi uomini dei servizi che furono riconosciuti come tali da ben due testimoni che hanno testimoniato nel processo Borsellino quater: il vice sovrintendente Giuseppe Garofalo (in servizio alla sezione volanti) e Francesco Paolo Maggi, sovrintendente della polizia di stato in servizio alla squadra mobile di Palermo? A cosa si deve questo incredibile silenzio omertoso di Stato sull’identità di questi uomini dei servizi che certamente operarono sulla strage di via D’Amelio? Da chi furono avvertiti con tale tempestività da abbattere sul tempo persino le forze di polizia sull’esplosione di via D’Amelio? Erano in servizio a Palermo o venivano in missione da Roma? E se venivano da Roma, da chi? E quanto tempo prima fu indicato loro di recarsi a Palermo? E con quali ordini di servizio? Sono passati 30 anni e non siamo in grado di dare risposta a questo quesito elementare”.


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© Deb Photo


Come faceva Arnaldo La Barbera a sapere nello stesso pomeriggio del 19 luglio che era stata utilizzata come autobomba una fiat 126, facendo filtrare le notizie sull’agenzia di stampa, tenuto conto che il blocco motore della 126 fu ritrovato solo il 20 luglio. Come faceva Arnaldo La Barbera, come scritto nella motivazione della sentenza del Borsellino quater, a sapere che le targhe applicate a quella fiat 126 erano state rubate nell’officina di Vincenzo Orofino, tanto da inviare alle ore 11 del 20 luglio la polizia scientifica in quella officina, tenuto conto che le targhe rubate furono rinvenute soltanto il 22 luglio. Nella motivazione della strage Borsellino quater – ha ricordato Scarpinato - i giudici ipotizzano che La Barbera aveva un infiltrato che gli forniva notizie. E se c’era un infiltrato, perché costui non fornì le notizie prima che la strage venisse realizzata? O forse non era un infiltrato per impedire che la strage venisse effettuata ma piuttosto per seguirne le fasi operative e assicurarsi che andasse a buon fine? E ancora: chi forniva ai mafiosi le indicazioni degli obiettivi da colpire nelle stragi al nord del ’93? Agli esecutori materiali e persino a Giovanni Brusca venne detto che venivano scelti consultando i dépliant turistici. Ma è una grande balla. I collaboratori Tullio Cannella e Antonio Calvaruso, che curarono la latitanza di Leoluca Bagarella, e per questo motivo raccolsero direttamente da lui alcune confidenze, hanno dichiarato che Bagarella riceveva input e indicazioni dall’esterno. E questa circostanza ha avuto una precisa conferma dal collaboratore di giustizia Giuseppe Ferro che è stato condannato all’ergastolo per avere fornito la base logistica della quale si servirono gli autori della strage di via dei Georgofili di Firenze nella notte tra il 26 e 27 maggio ’93. Ferro ha dichiarato in pubblico dibattimento che, dopo la strage di Firenze, Bagarella gli avrebbe chiesto un’altra base logistica a Bologna per una strage da eseguirsi in quella città.


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© Paolo Bassani


E ai dubbi sollevati da Ferro circa l’opportunità e la convenienza di Cosa nostra di eseguire un’altra strage che avrebbe causato morti tra la gente comune, Bagarella aveva risposto che ‘lassù volevano che si facesse rumore’. Chi erano quelli di lassù che volevano finalizzare le stragi ad una finalità di eversione che trascendeva gli interessi immediati di Cosa nostra? Chi furono coloro che il 2 giugno 1993 collocarono un’autobomba in via dei Sabini, lungo la strada che quel giorno doveva percorrere il presidente del consiglio Ciampi? Chi portò l’auto sul luogo dove esplose a Milano in via Palestro? Finora le indagini non sono state in grado di dare risposta a questa domanda. Chi era la donna bionda indicata da alcuni testimoni come persona vista all’interno di quella autovettura a Milano mentre parlava gesticolando con un uomo poco prima che esplodesse.
Potrei continuare con queste domande e ad ognuna di queste potrebbero dare una risposta risolutiva coloro che conoscono tutte le risposte: i capimafia stragisti condannati all’ergastolo e facenti parte del secondo livello, il comitato ristretto dei capimafia messi al corrente da Riina delle complicità esterne. Loro sanno. E perché nonostante sappiano tutte le risposte che consentirebbero di svelare i segreti dietro le stragi hanno continuato a tacere?
Perché non vogliono fare la fine di Antonino Gioè e Luigi Ilardo. Anche loro hanno dei familiari che possono essere travolti da un pirata della strada. Il suicidio/omicidio di Antonino Gioè nel carcere di Rebibbia è stata una ‘lectio magistralis’ che ha fatto capire ai mafiosi detenuti che nulla li può salvare rispetto alla capacità di una parte dello Stato di penetrare anche all'interno dei luoghi più protetti come il carcere ed eliminare chirurgicamente coloro che non sanno tenere per sé i segreti che coinvolgono mandanti e i complici esterni
”.


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© Paolo Bassani


I segreti irraggiungibili per “ragione di sistema”
Scarpinato nel suo intervento ha cercato di spiegare i motivi per cui tante domande non sembrano, nonostante il tempo, trovare mai una risposta. “Non credo che potremo venire mai a conoscenza di questi segreti per ragione di sistema. Con la parola sistema intendo un sistema composto di due facce dello Stato: uno palese e ufficiale che agisce secondo procedure legalitarie; e uno stato occulto, invisibile, profondo che ha operato con depistaggi e interventi chirurgici”.
L'ex Procuratore generale di Palermo ha quindi ricordato le parole del collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè che mise a verbale come, nel periodo in cui aveva iniziato a parlare con gli inquirenti, gli furono fatti trovare in cella sacchetti non bucati. Un invito chiaro ad uccidersi.

La trattativa sulle carceri
Scarpinato ha evidenziato come i segreti per i boss da una parte possono essere come “una prigione”, dall'altra anche un “prezioso capitale di scambio con il quale possono contrattare in cambio del loro silenzio un ‘exit strategy’ che consenta loro di uscire dal carcere evitando l’ergastolo”.
Ed è qui che si gioca la partita. “Dopo la conclusione della strategia stragista, i capi condannati all’ergastolo hanno subito iniziato un secondo match – ha aggiunto il magistrato - una lunga trattativa per ottenere modifiche legislative che permettano loro di accedere a permessi premio, semi detenzione, liberazione condizionale, anche senza collaborare con la giustizia, limitandosi cioè a dissociarsi e a deporre definitivamente le armi. Una scelta che il boss Aglieri ha definito una soluzione intelligente e concreta, perché da una parte consente al boss di uscire dal carcere dopo un certo numero di anni e dall’altra parte consente ai loro complici eccellenti di non essere tirati dentro le indagini grazie alla mancata collaborazione dei boss. Ed è un risultato a cui sono arrivati diverse volte a raggiungerlo”.


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© Deb Photo


Scarpinato ha messo in fila tutti quei tentativi, da Pietro Aglieri ai fratelli Graviano, di intervenire su temi come 41 bis e dissociazione. Una sorta di dialogo che porta oggi ai nuovi interventi legislativi sull'ergastolo ostativo.
È ormai prossima la riforma legislativa che, abolendo la normativa speciale approvata dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio, consentirà ai boss stragisti di accedere ai benefici penitenziari, e quindi di ottenere la libertà condizionale, senza collaborare così come avevano sempre chiesto - ha detto Scarpinato -. Esattamente la soluzione proposta dai boss stragisti sin dagli anni immediatamente successivi ai loro arresti. Poiché per accedere alla liberazione condizionale non è sufficiente la prova della cessazione dei rapporti con Cosa nostra ma occorre che vi sia anche la prova della rieducazione del condannato, il legislatore si è preoccupato di lasciare traccia nei lavori parlamentari che il rifiuto di collaborare non può ritenersi incompatibile con l’avvenuta rieducazione perché deve essere riconosciuto a ciascuno il diritto di un proprio personale itinerario di rieducazione. In particolare, è stato ritenuto giustificato il rifiuto di collaborare con la giustizia di coloro che motivano il loro silenzio con la ripulsa morale ad accusare altri. Siamo così alla normalizzazione culturale del codice dell’omertà elevato al rango del diritto costituzionale. Lo Stato festeggia il trentennale delle stragi rinunciando di fatto a conoscere i segreti che si celano dietro quelle stragi dagli unici soggetti che quei segreti sono in grado di rivelare”.

E poi ancora: “Bisognerebbe chiamare la riforma dell’ergastolo ostativo con il suo vero nome: un’amnistia generalizzata per i boss stragisti che riserva loro, attraverso un provvedimento di carattere generale, lo stesso trattamento che in passato è stato riservato in cambio del loro silenzio ad altri stragisti come Francesca Mambro e Valerio Fioravanti che mai hanno collaborato e che sono stati fatti uscire dal carcere con la liberazione condizionale dopo 26 anni, allo stesso modo in cui sarà consentito di uscire dal carcere a questi altri stragisti di mafia”.


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Sonia Bongiovanni, direttrice del Movimento artistico Our Voice © Paolo Bassani


Quindi ha concluso: “Nella febbrile attesa della riforma dell’ergastolo ostativo, i boss stragisti intanto hanno percepito con entusiasmo la scelta tutta politica del ministro della giustizia Cartabia di estromettere dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia, magistrato proveniente dalla procura antimafia di Palermo, per sostituirlo con il dottor Carlo Renoldi, il quale in passato aveva gratificato i magistrati antimafia che avevano osato prendere pubblicamente posizione contro i tentativi di abolire la normativa sull’ergastolo ostativo e sul 41bis come esponenti di 'un’antimafia arroccata nel culto dei propri martiri e affetta da ottuso giustizialismo'.

Il 21 febbraio 2021 Giuseppe Graviano ha inviato al ministro Cartabia una lettera per complimentarsi, profondendosi in complimenti per la sua personalità eccellente e per la sua straordinaria competenza.

Che altro resta da dire a noi 'arroccati nel culto dei nostri martiri e affetti da ottuso giustizialismo'? Dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa un ignoto cittadino lasciò sul luogo dell’eccidio in via Isidoro Carini un cartello con scritto: 'Qui è morta la speranza dei palermitani onesti'. Non mi meraviglierei se un giorno qualcuno lasciasse un cartello con la scritta 'qui è morta la speranza dei cittadini onesti di conoscere la verità sulle stragi del ’92 e del ’93'”.





L’intervista a Gratteri: “Chi ha l’agenda rossa può ricattare pezzi di potere”
Nel corso della conferenza è stata proiettata un’intervista esclusiva che ANTIMAFIADuemila ha realizzato qualche giorno fa al procuratore Capo di Catanzaro Nicola Gratteri, a margine della sua intitolazione a cittadino onorario di Capaci. Il capo della Dda di Catanzaro ha detto che “l’agenda rossa doveva essere il filo d’Arianna per capire chi erano i mandanti della strage di Capaci”. “Io penso - ha aggiunto - che fino a quando non la si trova bisogna lavorare senza mai stancarsi di investigare perché chi la possiede può continuare a ricattare pezzi di potere in questo momento storico, nel 2022”.
Il magistrato ha poi parlato di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e dell’ipocrisia dilagante nei giorni della loro memoria. “Falcone e Borsellino sono stati derisi in vita anche da magistrati e uomini delle istituzioni”, ha denunciato Gratteri. “Quando poi sono morti, tutti sono saliti sui palchi a commemorarli”. Il procuratore si è poi concentrato su quei concitati giorni precedenti alla morte di Borsellino. “Paolo Borsellino era una persona che ha vissuto gli ultimi due mesi circa della sua vita sapendo di dover morire: mentre la morte di Falcone è stata una sorpresa, quella di Borsellino non lo fu. La moglie a processo diceva che il marito era sempre più preoccupato quando tornava da Roma.


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© Deb Photo


E se è vero, come è vero, che Borsellino annotava tutti gli incontri importanti e faceva considerazioni in quell’agenda rossa, non vi sembra anomalo che mentre scoppia quella bomba che demolisce le facciate di palazzi, mentre bruciano le gomme, l’olio, la carne, c’è una persona che ha la lucidità e la freddezza di aprire lo sportello, prendere la borsa e prelevare l’agenda rossa?
”. Dell’agenda rossa aveva parlato anche durante la conferenza che ha accompagnato la sua premiazione il 15 luglio. “Quando sono stato sentito in audizione al Csm per il posto di Procuratore nazionale antimafia, mi fu fatta la domanda su cosa pensavo delle stragi e quale sarebbe stato il mio approccio e la mia visione; se avessi dedicato spazio, tempo, energie e uomini allo stragismo e a quello che era accaduto. Io ho detto - ha raccontato Gratteri - che per me era una priorità. Avrei creato un gruppo di lavoro e sicuramente a capo di questo gruppo di lavoro avrei messo Di Matteo. Perché non c'è dubbio che finché non si trova l'agenda rossa, l'indagine non è conclusa. C'è una connessione tra Capaci e via d'Amelio e in quell'agenda c'è la chiave dei mandanti della strage di Capaci".


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Fabio Repici, legale della famiglia Agostino © Paolo Bassani


Repici: “Per capire le stragi necessario guardare a ciò che accadde nel 1989”
Per ragionare e comprendere il perché nei primi anni Novanta si arrivò alle stragi forse è importante spostare le lancette al 1989, quando furono fatte delle “prove generali” anche rispetto a depistaggi ed eccidi eccellenti. È quello, infatti, anche l'anno del fallito attentato all'Addaura contro Falcone. Ed è l'anno della morte del poliziotto Antonino Agostino e della moglie, incinta, Ida Castelluccio. Fabio Repici, avvocato di Salvatore Borsellino ma anche della famiglia Agostino, ha ricordato come l'Addaura "fu un'azione di dileggio morale di Giovanni Falcone che trovò plastica applicazione con le lettere del 'corvo' di inizio giugno del 1989". Tant'è vero che anche "in una udienza del processo per l'omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, il collaboratore Giovanni Brusca ha riferito" che Salvatore Riina, in quella torrida estate del '92, "faceva il tifo per le iniziative derisorie ai danni di Giovanni Falcone da parte di un suo collega".
Ma gli attacchi a Falcone non arrivarono solo da Riina. Uomini dello Stato esternarono delle affermazioni "negazioniste, o riduzioniste o minimaliste" cercando, sostanzialmente, "di organizzare le fondamenta di un discorso che mirava a quello che un giorno Giovanni Falcone, davanti alle telecamere, si trovò costretto a riferire: e cioè che c'era gente che diceva che la bomba se l'era messa Giovanni Falcone", ha ricordato il legale.


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Vincenzo e Flora Agostino © Paolo Bassani


Dopo l'attentato ci fu "l'uccisione del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio e c'è la prova generale del più grande depistaggio della storia Italiana".
"Ormai oggi è provato" che sul "delitto Agostino-Castelluccio è stato praticato un depistaggio davvero ignominioso. Il principale esecutore di quel depistaggio si chiamava Arnaldo La Barbera” (ovvero lo stesso che sarà protagonista del depistaggio di via d'Amelio pochi anni dopo, ndr).
Repici ha ricordato le parole di Falcone dopo il delitto davanti la camera ardente ma anche il dato acquisito del capo della polizia Vincenzo Parisi che “arrivò a Palermo e disse che l'omicidio di Nino Agostino era un omicidio delicatissimo. Perché si trattava dell'uccisione di un poliziotto che svolgeva attività particolarmente delicate. E fece riferimento alla caccia dei latitanti. Davanti al capo della polizia che si pronuncia pubblicamente così, il questore di Palermo (Masone, al tempo)" si pronunciò allo stesso modo. Ma “accade che un loro subordinato, capo della squadra mobile, Arnaldo La Barbera, avvia le indagini sulla causale vera del delitto, che l'aveva scoperta lui. Perché è ovvio: se in Sicilia si ammazza un poliziotto e sua moglie, un solo motivo ci può essere, è delitto passionale. E così vengono coltivate le indagini. Ma voi capite qual è il rilievo di questa circostanza? E cioè che il capo della squadra mobile si ammutina davanti al capo della polizia, il quale rimane impotente davanti al depistaggio. E uno pensa: quello è il capo della squadra mobile, non avrà vita facile, sarà subito immediatamente cacciato a pedate da quell'ufficio. Che cosa accade? Si aspettano le stragi del 1992. E chi è il principale esecutore del depistaggio sulle indagini di via d'Amelio? Arnaldo La Barbera”.


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© Paolo Bassani


Romanzo Viminale
Cosa ci vogliono dire tutti questi fatti che sono stati descritti da Repici? “Questa cosa ci dice che ci sono stati nel ‘deep state’, nel cripto stato, nel doppio Stato come lo definiva Norberto Bobbio, delle forze che hanno impedito ad un capo della polizia di rimuovere Arnaldo La Barbera dalla dirigenza della squadra mobile di Palermo, in modo da consentirgli tre estati dopo di praticare un depistaggio che viene commesso con una coerenza davvero impressionante”.
Secondo Repici “parte delle azioni criminali che hanno deciso i nostri destini vengono dal Viminale. All'interno del Viminale ci sono state filiere diverse di comando, c'è stata una catena di comando occulta che ha consentito che avvenisse ciò che poi è avvenuto".

L'attentato al vicequestore Germanà
Ma il ruolo del Viminale si vedrà anche in un delitto che tolte le stragi è il più clamoroso del 1992. "Il 14 settembre del 1992 sul lungomare di Mazara del Vallo, la squadra di killer più clamorosa della storia di Cosa nostra (autista Matteo Messina Denaro e killer cecchini Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella) cercano di uccidere Calogero Germanà vicequestore. La storia del tentato omicidio Germanà ancora non è stata analizzata abbastanza a fondo. Perché la storia del tentato omicidio del vicequestore Germanà è la storia di un funzionario di polizia che aveva due caratteristiche: la prima, Paolo Borsellino anche dopo la strage di Capaci lo voleva a Palermo perché collaborasse con lui e naturalmente il Viminale negò. Me c'è anche una seconda caratteristica: era stato delegato a fare degli accertamenti che lo avevano portato a mettere nero su bianco alcune circostanze particolarmente delicate, che partivano" dal tentativo di aggiustamento "del processo per l'omicidio del capitano Emanuele Basile. Processo che era stato istruito all'inizio della sua attività all'ufficio istruzione di Palermo proprio da Paolo Borsellino, che investigando su quel tentativo di aggiustamento era arrivato a un personaggio, che era un senatore, il senatore Vincenzo Inzerillo".



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© Paolo Bassani


Quest'ultimo era, ha spiegato Repici, "nelle mani dei Graviano. Dello stesso Giuseppe Graviano che poi va a sparare al vicequestore Germanà. Ma nella stessa indagine il vice questore Germanà parla anche di un aggregato massonico, del quale faceva parte il notaio Pietro Ferraro, che aveva avvicinato il presidente della corte d'Assise che doveva giudicare gli imputati dell'omicidio Basile e addirittura arriva a fare il nome di un tale Luigi Savona che poi negli atti giudiziari sarebbe comparso solo dieci anni dopo nelle confidenze di Luigi Ilardo e che era l'uomo che negli anni 70 aveva patronato l'ingresso di Cosa nostra in massoneria".

La comparsa della Falange Armata
Il procuratore Scarpinato ha ricordato come nelle riunioni nelle campagne di Enna a un certo punto Riina sorprese i suoi sodali segnalando che da quel momento in poi gli attentati andavano rivendicati a nome della "Falange Armata”. "Qui c'è una cosa che ancora non è stata abbastanza messa in chiaro" ha sottolineato Repici. "Quell'iniziativa di Salvatore Riina è la esplicita adesione a un progetto golpista. Perché guardate che il primo delitto rivendicato a nome della Falange Armata era stato l'omicidio dell'educatore penitenziario del carcere di Opera Umberto Mormile commesso esecutivamente dagli uomini del clan Papalia ('Ndrangheta). Quindi noi abbiamo Totò Riina che alla fine del '91 decide di aderire a un progetto che è già in atto.

Ma ci sono stati suggeritori di Domenico Papalia e degli uomini del clan Papalia per l'uccisione dell'educatore penitenziario Mormile e per la rivendicazione a nome della ‘Falange Armata’. Lo ha dimostrato il dottore Giuseppe Lombardo nel processo 'Ndrangheta stragista: sono stati uomini dei servizi, aggiungo uomini del Sisde. Perché in ognuna delle vicende delle quali ho parlato, e sulle quali ancora altre se ne potrebbero trovare da parlarci, sono sempre frazioni della Polizia di Stato e del Sisde, i gruppi deviati che in quel momento decidono i destini della nostra storia
”.

"Ma c'è un cuore nero delle deviazioni che è stato il motore dell'epopea stragista di Cosa Nostra che è al Viminale", ha proseguito l’avvocato.


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© Paolo Bassani


'Mi hanno detto che il generale Subranni è punciuto'
"Grazie a Lorenzo Baldo, gli va riconosciuto anche questo merito, l'autorità giudiziaria apprese nel 2005 che esistevano le immagini di un capitano dei carabinieri che mentre le macchine erano ancora a fuoco in via D'Amelio, prendeva la borsa di Paolo Borsellino e la portava via dal luogo della strage. Quel capitano ha un nome e un cognome, si chiama Giovanni Arcangioli. Fu sottoposto a processo e fu destinatario di una sentenza di non luogo a procedere in udienza preliminare. Sentenza confermata dalla Corte di Cassazione. Ma è un fatto certo - ha detto Repici - che la borsa l'ha presa lui senza fare una relazione di servizio o un’annotazione, nulla. L'ha fatto di nascosto e l'ha portata fuori dal teatro della strage. È un altro fatto certo che egli rinunciò alla prescrizione”.

Repici ha anche ricordato quanto dichiarato da Agnese Borsellino sulla considerazione che il marito fece sul generale Antonio Subranni. “Per Paolo Borsellino – ha ricordato il legale - Subranni era un punciuto e Agnese Borsellino ha detto: 'Quando mi riferì questa cosa aveva conati di vomito'. Proprio perché per lui l'Arma era Sacra. L'Arma dei carabinieri. Io non lo so se Paolo Borsellino avesse in mente di attivare proprie attività di indagine sugli appalti. Ma tutto si può dire di plausibile tranne che – ha continuato l’avvocato - volesse collaborare con dei subordinati di un punciuto. Su questo penso che possiamo essere d'accordo”.


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© Paolo Bassani


Corvo 2 e il commercialista Pietro Di Miceli
Paolo Borsellino
il 25 giugno 1992 incontrò l'allora colonnello Mario Mori e l'allora capitano Giuseppe De Donno. L'allora tenente Carmelo Canale "ha dichiarato all'autorità giudiziaria sotto giuramento che quell'incontro l'aveva organizzato lui su richiesta di Paolo Borsellino perché Paolo Borsellino voleva verificare il sospetto che l'autore di un ennesimo anonimo, passato alla storia come 'l'anonimo del corvo 2' fosse stato il capitano Giuseppe De Donno".

"Questa circostanza è stata riferita sotto giuramento da Carmelo Canale, non mi risulta essere mai essere stato processato per calunnia da parte di nessuno".

"Ebbene andiamo a guardare che cosa dice quel documento che aveva acceso le attenzioni di Paolo Borsellino. Ci troveremo centrale una persona che era un commercialista che si chiamava Pietro Di Miceli, che era molto legato ad appartenenti della magistratura di Palermo e anche a un procuratore aggiunto. Ma accade una cosa che Borsellino non avrebbe mai potuto immaginare, che accade casualmente nel 1994 e che ancora oggi è rimasta senza risposta, ed è probabilmente un altro dei segreti di Giuseppe Graviano". Perché nel 1994 il braccio destro di Giuseppe Graviano - Cesare Lupo - viene intercettato dalla sua utenza che risultava intestata a un'impresa di cui era il titolare. E i fratelli Graviano erano stati arrestati il 27 gennaio del 1994. Quindi in quel momento Cesare Lupo era l'uomo più importante dei Graviano fuori; “viene intercettata la sua utenza ma a parlare al telefono non era Cesare Lupo bensì il commercialista Pietro Di Miceli, amico dei magistrati". "Che cosa ne è stato? Parlava pure di rapporti con la segretaria di un ministro del governo Berlusconi del 1994 e ne parlava utilizzando l'utenza cellulare del braccio destro di Giuseppe Graviano che è quello che il 20 gennaio 1994 aveva detto a Gaspare Spatuzza: 'grazie a Berlusconi e Dell'Utri avremo il paese nelle mani'. Forse avevano pure il cellulare però nessuno è riuscito a dare una risposta".


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© Paolo Bassani


Ingroia: “Con il depistaggio si è coperto lo Stato”
Se dovessi fare una considerazione circa le chances di trovare tutta la verità, o quantomeno la parte indicibile, della quale sono state depistate le indagini, dovrei arrivare all’amara conclusione che nelle condizioni date ritengo ci siano poche speranze”. Ha esordito così Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto di Palermo e oggi avvocato, intervenendo alla conferenza.
Trent’anni sono troppi”, ha detto Ingroia. Specie per una verità consegnata “che non ha una sua completezza”. “Sentenze, alcune definitive, altre no” dicono “che la strage di via d’Amelio è stata depistata da uomini dello Stato - non solo da funzionari che suppongo sono stati riconosciuti colpevoli del depistaggio, seppur prescritti - ma da altri vertici giudiziari, di polizia e dei servizi, di cui alcuni deceduti”. “Un depistaggio di questa portata ovviamente ha un senso logico soltanto se serve per coprire lo Stato e non la mafia”, ha spiegato l’avvocato. “E immagino che i giudici che hanno dichiarato prescritto il reato scriveranno questo nella motivazione della sentenza: l’aggravante di mafia non è stata riconosciuta perché il depistaggio non è stato fatto per favorire uomini di mafia ma uomini dello Stato”. Quindi, secondo Ingroia, che ha commentato la decisione dei giudici di assolvere il poliziotto Michele Ribaudo nel processo “depistaggio via d’Amelio” e prescrivere i suoi colleghi Fabrizio Mattei e Mario Bo, “abbiamo una sentenza che ci dice che la strage di via d’Amelio è una strage di Stato”. “Se questa è la consapevolezza diffusa, noi possiamo dire, almeno su questo, che trent’anni non sono passati invano. Abbiamo acquisito la certezza che quella di via d’Amelio è stata una strage di Stato al punto che altri giudici hanno descritto questo depistaggio come il più grande depistaggio della storia del Paese”, ha affermato. “E se così è, vuol dire che siamo a un livello di posta in gioco, che si è cercato di risolvere con quella strage di Stato, quasi senza precedenti”, ha sentenziato.
La strage di via d’Amelio e il retroscena della strage - ha aggiunto sul tema Ingroia - svelavano quel livello di compenetrazione fra Stato e mafia che demoliva la narrazione che agli italiani è stata fatta da sempre su quello che era la mafia. Perché anche i processi agli uomini politici, ai funzionari di Stato erano stati presentati come processi a politici o funzionari più o meno collusi, il classico esempio delle mele marce nel cesto delle mele sane. Quindi magari concentrando l’attenzione su quel singolo imputato per assolvere l’intera classe dirigente”.
La strage di Borsellino, invece, ha spiegato l’ex pm, “secondo la logica del ‘deep-state’, svelava l’esistenza di uno Stato criminale che uccideva uomini dello Stato della legalità”. 


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L'intervento dell'avvocato, ex pubblico ministero, Antonio Ingroia © Paolo Bassani


2012, l’anno chiave
Quindi, nel corso della serata, Ingroia ha ripercorso le tappe che lo hanno riguardato nell’arduo cammino della ricerca della verità insieme ai colleghi magistrati di Palermo ai tempi dell’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia, ancora in fase embrionale ma già temutissima dalle consorterie di potenti del Paese.

Io credo che l’anno chiave sia stato il 2012, il ventesimo anniversario”, ha esordito sul punto l’ex magistrato. “Perché fu l’anno in cui, anche nel 2011, arrivammo nell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, un momento in cui uomini di Stato erano terrorizzati della slavina di dichiarazioni che venivano fuori a causa dell’input iniziale di Massimo Ciancimino e poi le successive acquisizioni di politici che bussavano alla porta per parlare di cose di cui si erano dimenticati per vent’anni”. Antonio Ingroia si è detto convinto che quello era l’anno in cui “ci poteva essere il momento di vera svolta, il salto di qualità”. Quel “level up” e quegli approfondimenti, però, sono stati fermati dalle cariche più alte dello Stato. “L’ostacolo definitivo ha un nome e un cognome e fu il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che sollevò quel conflitto di attribuzione - ufficialmente per tutelare le prerogative della più alta carica dello Stato che si sentiva minacciato da una procura che osava ascoltare le sue sacre parole - ma che comunque, devo dire ormai a distanza di anni, ebbe un obiettivo, quello di fermare quell’indagine”. Il riferimento è al conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale dopo il caso delle intercettazioni dei magistrati di Palermo riguardanti l’ex ministro Nicola Mancino e Giorgio Napolitano nell’inchiesta sulla Trattativa. Intercettazioni che poi - tra l’altro - la Cassazione aveva stabilito potevano essere distrutte. “Quel conflitto di attribuzione significava che la più alta carica dello Stato puntava l’indice contro una procura eversiva che osava mettersi contro il Capo dello Stato, significava ‘voltate le spalle a quella procura perché non va in alcun modo supportata’”, ha spiegato Ingroia. “E così avvenne all’interno della magistratura, dell’informazione e del mondo politico. Quella stanza della verità si è quindi spenta”.


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© Paolo Bassani


I magistrati che spaventano ministri e correnti
Cosa è accaduto dopo? Dopo altri dieci anni? “Io credo che si sia andati purtroppo indietro, sono più i passi indietro che i passi avanti”, ha detto Ingroia. “C’è stata una progressiva normalizzazione, anche all’interno della magistratura, perché una magistratura che si era rivelata disobbediente rispetto al sistema andava ridimensionata. E questo avvenne con provvedimenti disciplinari o minacce di provvedimenti disciplinari, come quelli nei miei confronti o quelli nei confronti di Di Matteo o di Scarpinato, solo perché aveva letto una lettera indirizzata a Paolo Borsellino troppo ardita, con la circostanza non casuale che se noi torniamo a quei giorni di rabbia del 1992, gli unici che raccolsero quella stessa onda di indignazione e di reazione contro le istituzioni furono otto magistrati, più gli altri”, ha ricordato l’avvocato. “Eravamo noi che presentammo le dimissioni in segno di protesta del procuratore Giammanco, ma non solo lui, ma dello Stato tutto che aveva mandato Borsellino al massacro. E se poi guardiamo quello che è accaduto nei venti anni successivi, quelli che hanno fatto carriera sono gli otto dimissionari o quelli che stavano accanto al procuratore Giammanco? Sono persone che hanno ruoli di vertice dentro e fuori la magistratura ordinaria. Noi le cose le dimentichiamo, i peggiori nemici di Falcone in vita hanno avuto la spudoratezza di presentarsi all’opinione pubblica come gli unici eredi di Falcone, come esempi della prudenza di Falcone e Borsellino che non parlavano mai nelle interviste, quando le più grandi denunce Borsellino le fece proprio nei dibattiti e nelle interviste, rischiando a sua volta il procedimento disciplinare”.


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© Paolo Bassani


Ingroia ha messo in evidenza l'isolamento a cui è stato sottoposto un magistrato come Nino Di Matteo, in questi lunghi anni. “Di Matteo è stato emarginato prima alla procura di Palermo dal procuratore Franco Lo Voi, poi alla Procura Nazionale Antimafia dal procuratore Nazionale Antimafia e poi, siccome evidentemente costituisce una minaccia, dentro alla riforma Cartabia è stata inserita perfino una norma ad hoc contro di lui, per non fargli venire in mente di fare come Antonio Ingroia di candidarsi in politica; non so se a Di Matteo gli passa in mente una cosa del genere ma intanto qualcuno evidentemente lo teme”, ha denunciato l’ex magistrato con il forte applauso del pubblico. “Ritengo che questa disposizione della riforma Cartabia abbia un nome e cognome cioè quello di Nino Di Matteo. Anche perché si tratta di una norma palesemente incostituzionale che consente ai procuratori più potenti d’Italia di candidarsi, e quindi di poter strumentalizzare, visto che è questa l’accusa, la sua funzione giudiziaria per prepararsi la discesa in campo in politica, mentre per i componenti del CSM, invece, c’è l’incandidabilità assoluta. Qual è la logica di questa cosa, la vorrei sentire dal ministro Cartabia ma naturalmente non ce lo dice perché c’è solo una ragione, ed è una paura legata a Di Matteo”.

La responsabilità di ognuno
Secondo Ingroia “se in trent’anni non si è ancora trovata la verità su via d’Amelio è anche in qualche modo responsabilità di ciascuno di noi in qualità di cittadini”. Per questo motivo “ci deve essere pretesa di verità e giustizia, ci deve essere pretesa di verità sull’agenda rossa, su chi ha depistato le indagini, su chi erano quei funzionari di polizia, sopra ad Arnaldo La Barbera e al procuratore Tinebra. È chiaro che questi sono stati i depistatori, ma avevano a loro volta dei mandanti. Se trovi il mandante ultimo del depistaggio, magari trovi il mandante del depistaggio. Le due cose camminano assieme. Perché se fu strage di Stato, lo stesso mandante del depistaggio è stato mandante della strage”, ha spiegato tecnicamente Ingroia.


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© Paolo Bassani


Bisogna fare piccole battaglie, diamo un segnale – ha proseguito -. Mobilitiamoci contro la legge Cartabia e magari raccogliamo firme per un referendum abrogativo per la legge Cartabia e se dovesse passare l’ergastolo ostativo facciamo un referendum abrogativo per l’ergastolo ostativo. Dico questo perché credo che dobbiamo fare argine contro l’Italia dei depistatori, della menzogna e dello stato criminale e stragista. Noi e voi dobbiamo ciascuno farci portatori di questo messaggio. Falcone e Borsellino sono stati martiri della legalità costituzionale, oggi più che mai anche con la palese violazione della costituzione che viene sfregiata”, ha sottolineato il relatore. “Io penso che ciascuno di voi debba muoversi come Falcone e Borsellino. Non si chiedono atti di eroismo ma atti di cittadinanza nel nome della costituzione per difenderla. Sarebbe il modo migliore per ricordare il trentesimo anniversario della strage di via d’Amelio”.

Un appello per i Borsellino
A fine intervento, l'ex pm ha poi lanciato un messaggio rivolto ai figli di Paolo Borsellino, che in questi ultimi anni si sono concentrati anche per attaccare magistrati, come Nino Di Matteo e altri, in sostanza accusati ingiustamente di aver avuto in qualche modo delle responsabilità nel depistaggio delle indagini sulla strage. “Io credo che il trentennale della strage Borsellino si debba fare anche con un appello ai figli di Borsellino. Hanno pienamente ragione nell’essere così indignati nei confronti di uno Stato assassino e depistatore che ha tradito un uomo fin troppo fedele allo stesso. Ma io ritengo che sbaglino se lasciano strumentalizzare le loro parole e alcuni interventi per attaccare Nino Di Matteo che è un magistrato dalla schiena dritta e che ha fatto, come tutti i noi, il massimo che si poteva fare per scoprire la verità. Ma la verità non possono scoprirla solo i magistrati, serve anche il contributo di ognuno”.


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Sonia Bongiovanni legge Saverio Lodato © Paolo Bassani

Foto di copertina © Paolo Bassani

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