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Dalle stragi ai depistaggi di Stato, lectio magistralis dell'ex procuratore generale intervenuto ieri alla Scuola di formazione M5s

“Oggi ci sono gli eredi e gli epiloghi di quel sistema di potere che si è riciclato e si è adattato ai tempi che tuttavia mantiene come costante il suo DNA originario restando, ieri come oggi, sistema interclassista. Un mix tra un cervello borghese e una lupara proletaria”. A dirlo, parlando dell’annosa e sempre attuale questione del rapporto mafia-politica, è l’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, intervenendo alla Scuola di formazione del M5s, a Palermo, a Villa Filippina, alla presenza del leader del movimento Giuseppe Conte e del candidato sindaco Franco Miceli. “Cambiano i tempi ma nella patria del gattopardo non cambia la sostanza e la storia si ripete”, ha affermato Scarpinato all’evento moderato dalla cronista Eliva Terranova e che ha visto come secondo relatore Umberto Santino, presidente del Centro siciliano di documentazione 'Giuseppe Impastato'. “E proprio per questo resta attuale la diagnosi di impasse della questione mafiosa che il sociologo Leopoldo Franchetti nella seconda metà dell’’800 formulò. ‘Il governo centrale può intervenire nei confronti solo della mafia militare e popolare, ma deve venire a patti nei confronti della borghesia mafiosa perché il governo nazionale per reggersi ha bisogno del voto essenziale delle classi dirigenti isolane’”. Ieri i voti del meridione, direttamente o indirettamente controllati da sistemi di potere mafiosi, erano essenziali per gli equilibri dell’Italia liberale monarchica e “oggi è la stessa cosa”, ha detto il magistrato alle ottocento persone venute a seguire l’appuntamento e quella che potrebbe essere considerata una lectio magistralis del procuratore. “Il ruolo della borghesia mafiosa e para-mafiosa resta centrale come aggregatore e gestore del consenso di un vasto blocco sociale che per il suo peso elettorale è in grado di condizionare gli equilibri macro-politici ragionali e nazionali”.


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Da sinistra: l'ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, la giornalista, Elvira Terranova e Umberto Santino


L’oro del PNRR e il ritorno dei 'gattopardi'
Roberto Scarpinato ha quindi rivolto lo sguardo verso i 235 miliardi di euro previsti nel “Piano di rinascita e resilienza” volto a risollevare l’economia nostrana dopo la pandemia. “L’Unione Europea ha deciso di mettere da parte il patto di stabilità di disastrose politiche di austerity e di agevolare la ripresa economica iniettando nel sistema ingentissime risorse con il piano nazionale di ripresa e resilienza che ammonta a circa 235 miliardi”, ha ricordato. Ora, però, ha messo in guardia Scarpinato, “è iniziato l’assalto alla diligenza dei grandi gruppi di potere, sia in campo nazionale che in campo regionale, per accaparrarsi quote consistenti di questi fondi. Una corsa all’oro”.
Ritornando al rapporto mafia-politica, poi toccata ed esposta anche da Santino, secondo Scarpinato “l’assalto alla dirigenza dei fondi del PNRR è destinato a restare centrale nel piano politico nazionale ma anche in quello locale, in particolare nelle regioni del Sud”. Il piano di rinascita prevede infatti la destinazione del 40% percento delle risorse, pari ad 82 miliardi di euro, al sud. Una quota consistente è stata destinata all’edilizia. Il piano prevede inoltre un piano di privatizzazione dei servizi pubblici locali.


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In Sicilia stanno arrivando, dunque, i fondi del PNRR. E a detta dell’ex procuratore generale di Palermo “non sembra dunque casuale che proprio in questo momento storico si verifichi la pubblica discesa in campo di protagonisti della politica della prima Repubblica, tra i quali specialisti del voto di scambio, che portano in dote enormi catene clientelari già fidelizzate, e uomini simbolo della borghesia mafiosa, condannati per mafia, la cui voce diventa determinante e risolutiva per sedare l’antagonismo dei gruppi locali e per imporre la linea ai candidati”.
“Sembra così che l’orologio della storia rischi di tornare indietro ai tempi bui del passato e che si chiuda la stagione dell’antimafia iniziata negli anni ’80”, ha sentenziato il magistrato ricordando come i siciliani siano “passati da un presidente della Regione, Piersanti Mattarella che si fa uccidere nel 1980 per i suoi ‘no’ al sistema di potere mafioso, a un presidente della Regione che oggi pubblicamente fa accordi elettorali con Marcello Dell’Utri, condannato per gravi reati di mafia”. Dell’Utri, condannato in via definitiva per concorso esterno in mafia, è stato senatore e co-fondatore, insieme a Silvio Berlusconi, di Forza Italia, partito per il quale nel 1993 e nel 1994 “i vertici della mafia ordinarono di far votare”, come emerge “in tutte le sentenze emesse per le stragi del ’92 e ’93” dal dichiarato “di vari collaboratori di giustizia della mafia e della ‘Ndrangheta”. Dell’Utri, ha aggiunto Scarpinato poco dopo, “non ha mai rinnegato il proprio passato”. “E anzi ha pubblicamente definito come eroe non Giovanni Falcone ma il capo mafia Vittorio Mangano per essere rimasto fedele sino alla fine al codice mafioso dell’omertà”. Una stilettata che sicuramente il candidato di centro-destra Roberto Lagalla, ovviamente assente all’evento dei 5Stelle, avrà male incassato visto l’appoggio, nuovamente ribadito oggi, che riceve da Dell’Utri e Totò Cuffaro, condannato per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. 
“Questa non è solo una vicenda locale”, ha sottolineato Scarpinato. “La Sicilia è sempre stata un laboratorio politico d’avanguardia che anticipa a livello locale equilibri poi sperimentati in campo nazionale”.


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Da sinistra: il presidente del M5s, Giuseppe Conte, il candidato sindaco di Palermo di Pd, M5S e Sinistra, Franco Miceli e l'ex ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede


Rapporto mafia-politica, il secondo livello
Scarpinato, ha poi parlato del secondo livello tra mafia e politica. "Un livello ben più pericoloso”, ovvero "quello riguardante il ruolo svolto nel corso dellla storia Nazionale dal sistema di potere mafioso per interferire in alcuni momenti cruciali con stragi ed omicidi eccellenti per condizionare il corso della vita politica nazionale”, ha spiegato il magistrato. “Un ruolo che il sistema di potere mafioso non ha svolto da solo ma in sinergia con altri sistemi di potere e lobbies criminali, tra i quali la massoneria deviata, di cui la P2 è un paradigma, settori della destra eversiva e stragista, da sempre ostile allo Stato democratico e fautore di una repubblica presidenziale di stampo autoritario, settori deviati degli apparati statali”. Tutti soggetti che sono stati protagonisti della strategia della tensione che ha caratterizzato la storia repubblicana fino al 1993. “Non è un caso che la nascita della Repubblica sia tenuta a battesimo da una strage politico-mafiosa, quella di Portella della Ginestra del primo maggio 1947, che segna l’inizio della strategia della tensione e che la storia della prima Repubblica si sia conclusa con le bombe del 1992-1993”, ha ricordato l’ex procuratore. Per questo motivo “la prima Repubblica nasce e muore con le stragi”.
Scarpinato ha quindi voluto evidenziare che “la lotta politica non è solo quella che si svolge alla luce del sole, nei parlamenti, nelle assemblee regionali, nei consigli regionali, Ma c’è un'altra lotta politica che si svolge nell’ombra e che si avvale di omicidi e stragi per condizionare l’evoluzione politica. E in questo senso la storia italiana presenta una vistosa anomalia rispetto agli altri paesi europei. In nessun paese europeo si è verificata una sequenza così lunga e ininterrotta di stragi come in Italia”. 


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E se da un lato la storia repubblicana è stata caratterizzata dalle stragi, dall’altro non si può negare la lunghissima sequela di depistaggi di Stato che hanno accompagnato queste stragi. I depistaggi, infatti, “sono l’unico comune denominatore” di queste stragi e “purtroppo l’opinione pubblica non conosce quante sentenze definitive ci sono per depistaggio di esponenti di apparati di Stato”.
“Quel che deve far riflettere sui depistaggi”, ha continuato Scarpinato: “E’ la straordinaria continuità di questi depistaggi posti in essere da apparati dello Stato dall’inizio della storia repubblicana fino alle stragi del '93 anche le indagini della magistratura sulle stragi del ’92-’93 sono state compromesse da una serie di interventi che hanno sottratto elementi essenziali per ricostruire retroscena politici delle stragi e per individuare mandanti occulti”.
Per esempio la sottrazione dell’Agenda Rossa da parte di uomini dei servizi segreti dove Paolo Borsellino aveva appreso da Gaspare Mutolo, Leonardo Messina e altri confidenti e collaboratori sui retroscena politici della strage di Capaci. “Un episodio estremamente significativo”, l’ha definito il relatore. “Perché uccidere Borsellino non bastava, in quanto se la sua agenda fosse comunque finita nelle mani di noi magistrati avremmo saputo i nomi dei mandanti e la sua soppressione sarebbe stata inutile. E questo dimostra il perfetto coordinamento tra uomini mafiosi che eseguono la strage e uomini dei servizi che sono esattamente nel momento giusto sul punto e che sanno cosa devono prendere”, ha affermato. Sul punto, in merito alla ricerca della verità e l’ottenimento della giustizia, ha poi parlato anche Giuseppe Conte che ha promesso: Il M5S si batterà sempre per la verità e la giustizia e perché sulle bombe vengano chiarite anche le responsabilità dei livelli più alti”.


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“Le stragi sono ancora tra noi”
Tornando a Scarpinato, soffermandosi ancora sui depistaggi, a detta del magistrato, questi “non si sono fermati e continuano sino all’attualità”. “E’ per questo motivo che ho detto che le stragi di Capaci e via d’Amelio sono ancora tra noi. Perché se qualcuno continua a depistare è perché si ha ancora paura che qualche punto della rete ceda. E allora ci si pone una domanda: perché apparati dello Stato sono intervenuti per depistare le indagini delle stragi del 1992 e 1993 così come nelle precedenti? Per impedire che vengano alla luce i ruoli di complici e mandanti eccellenti nella pianificazione e nell’esecuzione di quelle stragi e per bloccare indagini a livello degli esecutori materiali di quelle stragi e - ancora - per evitare che vengano alla luce verità di portata destabilizzante perché chiamano in causa pezzi di Stato. Verità e complicità a conoscenza solamente di Riina e di un ristrettissimo numero di persone a lui fedeli”. E ancora. “Esistono numerose rilevanze processuali che attestano che le stragi del 1992 e del 1993 furono eseguite da mafia ma pianificate da un ampio sistema criminale di cui facevano parte, oltre alla mafia, esponenti della massoneria deviata, destra eversiva e servizi segreti. Lo stesso pool che fa la strategia della tensione da Portella della Ginestra in poi”. Parlando della strategia stragista di Cosa nostra, Scarpinato ha ricordato che “il piano discusso a lungo nelle campagne di Enna nel 1991 prevedeva che la mafia avrebbe svolto il ruolo di braccio armato, mentre menti raffinatissime, specialisti della strategia della tensione, avrebbero indicato tempi, modalità esecutive e obiettivi da colpire allo scopo di condizionare, con il linguaggio delle bombe, la transizione dalla prima Repubblica alla seconda Repubblica in modo indolore. E cioè in modo da evitare il rischio che caduto il sistema di potere della prima Repubblica - che fino a quel momento aveva garantito protezione e impunità - si potesse pervenire ad una stagione di regolamenti di conti con il passato nella quale tutti gli scheletri sarebbero venuti fuori dall'armadio”.


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“Quando il risultato è stato raggiunto, i mafiosi sono stati abbandonati al loro destino e condannati al silenzio con la promessa che nel corso del tempo si sarebbe trovata una soluzione per farli uscire dal carcere”. In questo senso, il magistrato ha ricordato che Bernardo Provenzano aveva detto che “sarebbero bastati dieci anni per vedere una norma che eliminerà l’ergastolo ostativo e consentirà ai mafiosi condannati di uscire dal carcere anche senza collaborare”. Di anni, ha riportato Scarpinato, “ne sono serviti trenta ma l’obiettivo è stato raggiunto”. "Stiamo infatti celebrando il trentennale delle stragi con uno Stato che rinuncia a sapere la verità dagli unici, una quindicina di stragisti condannati all’ergastolo, che sanno questi segreti, e che sta procedendo al progressivo smantellamento della normativa antimafia, approvata solo grazie al sangue di Capaci e via d’Amelio”, ha detto senza remore Scarpinato strappando solo qualche timido applauso della leadership dei 5Stelle, anche loro in parte responsabili di questo “smantellamento” compiuto dalla coalizione di governo di cui fanno parte. Scarpinato ha poi puntato ancora più in alto.


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“Questa più che una legge per far uscire i mafiosi in carcere che non collaborano, è anche una legge contro i collaboratori di giustizia, perché considerato che chi collabora è trattato allo stesso modo di chi non collabora, per quale ragione un mafioso dovrebbe decidere di collaborare, esponendosi al rischio di rappresaglie, nuovi incriminazioni, mentre se non collabora ritorna a casa considerato come un eroe perché è riuscito a rimanere fedele al codice di omertà per tutti gli anni”. In questo modo “la mafia ringrazia e la borghesia mafiosa torna a mostrare i muscoli”.
Concludendo il proprio intervento, Scarpinato ha affermato che “la questione del rapporto tra mafia e politica, così come la questione dello stragismo, sono capitoli intrecciati della storia del lato oscuro della lotta politica in Italia. Una lotta che è stata condotta senza esclusione di colpi, che ha inghiottito nei suoi gorghi le vite di centinaia di persone innocenti insieme a fedeli servitori dello Stato. La giustizia è stata impotente, per i motivi che ho accennato, ad andare oltre al livello degli esecutori materiali e dei mandanti intermedi. Dobbiamo impedire che il passato ritorni nell’inconsapevolezza collettiva. Questo è il modo migliore per continuare a dare un senso alla morte dei tanti che si sono fatti uccidere per vivere in un’Italia migliore, per impedire che i nostri morti, oltre ad essere seppelliti sotto la terra, siano seppelliti sotto la coltre della retorica di Stato che come diceva Leonardo Sciascia è il sudario dietro al quale si celano le pieghe infette della nazione”.


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Il ruolo della stampa
Infine, rispondendo alle domande delle persone da casa collegate all’appuntamento, Scarpinato ha parlato del ruolo della stampa. “La seria stampa investigativa ha svolto un ruolo importante non dimentichiamo che nelle indagini sull’Agenda Rossa è stata la rivista ANTIMAFIADuemila a recuperare i fotogrammi che hanno consentito di individuare il capitano dei carabinieri che aveva la borsa in mano ed altro. Ma non possiamo generalizzare la stampa e i giornalisti. In Italia c’è purtroppo la realtà che gran parte dei giornali appartengono ai grandi gruppi di potere nazionali e molto spesso quando leggo la mattina la rassegna stampa, a me sembra di sentire quasi sempre la voce del palazzo e non la voce dei cittadini”. Questo, però, ha detto, “non dipende dai giornalisti”. "Basta vedere come cambia la proprietà di un giornale come La Repubblica come cambia una linea editoriale. E se noi accertiamo chi sono i proprietari dei giornali che leggiamo nella maggior parte, abbiamo un censimento dei grandi gruppi di potere italiano. Per quanto riguarda la mafia abbiamo una parte consistente di questi giornali che continuano a narrare all’opinione pubblica che la mafia è un’organizzazione di brutti, sporchi e cattivi e che tutti quelli che parlano di mandanti e politici si inventano una realtà inesistente. E’ la lingua del potere. Dall’altra parte abbiamo un giornalismo investigativo che cerca di svolgere, a volte, anche un ruolo di pungolo della magistratura e di critica che a volte però si trova in grande difficoltà e subisce l’aggressione dei giornali che sono espressione del palazzo”. 

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Foto © Deb Photo/Pietro Calligaris

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