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A Firenze la conferenza che apre agli eventi commemorativi. Ammannato: “Necessario processo a Dell’Utri

Sono trascorsi ventinove anni dalla strage di via dei Georgofili a Firenze. Nella capitale della cultura italiana, la notte tra il 26 e il 27 maggio 1993 venne piazzato da mani di Cosa nostra - e non solo - un Fiat Fiorino sotto la torre del Pulci, in un angolo tranquillo ed appartato del centro storico, tra l'Arno, gli Uffizi e l'Accademia dei Georgofili. Il furgone, imbottito di tritolo, brillò alle 1.04 trascinando con sé le vite di cinque persone: Angela Fiume e Fabrizio Nencioni, lei custode dell'Accademia e lui ispettore dei vigili urbani, morirono le loro figlie Nadia e Caterina di appena nove anni e soli due mesi, e lo studente universitario fuori sede, di Sarzana, Dario Capolicchio. Ferite quarantotto persone e ferita anche un’intera città che, se solo il furgone fosse stato piazzato a qualche metro più in là, oggi ricorderebbe un numero più elevato di vittime. Quasi tre decenni dopo, alla comunità fiorentina, che nel frattempo ha visto il celebrarsi in città di tre processi - il primo a carico di Totò Riina e Giuseppe Graviano, il secondo a carico di Francesco Tagliavia e il terzo a carico di Cosimo D’Amato il pescatore che avrebbe fornito il tritolo alla mafia per le stragi in Continente - non resta che proseguire per l’accertamento pieno della verità e la valorizzazione della memoria. Strumenti, questi, che leniscono il dolore e permettono il riscatto di una comunità. Ed è questo lo spirito con il quale è stato organizzato ieri a Palazzo Strozzi Sacrati in piazza del Duomo, sede della presidenza della giunta regionale, la conferenza titolata, “La ricerca della verità, il valore della memoria”. Un incontro che - insieme all’intitolazione la mattina del Parco della Mensola, tra Settignano e Rovezzano, a Nadia e Caterina Nencioni - ha aperto alla due giorni di eventi commemorativi della strage. A partecipare, in qualità di relatori, sono stati politici come il presidente della Toscana Eugenio Giani, l'assessore regionale alla sicurezza e alla cultura della legalità Stefano Ciuoffo e l'assessore alla memoria e alla legalità di Firenze, Alessandro Martini. Ma anche familiari delle vittime dell’attentato, rappresentati dal presidente Luigi Dainelli, che ora guida l’associazione dopo la battagliera Giovanna Maggiani Chelli (deceduta quasi tre anni fa) e l’avvocato Danilo Ammannato. Presenti infine i magistrati della Dda di Firenze Giuseppe Creazzo e Luca Tescaroli - rispettivamente procuratore capo di Firenze e procuratore aggiunto - i quali stanno ottenendo grandi risultati, insieme all’aggiunto Luca Turco, nell’accertamento dei fatti sulle stragi del 1993 e sulla possibile presenza di entità esterne a Cosa nostra che hanno collaborato all’ideazione, progettazione e attuazione di quei fatti di sangue.

La ricerca della verità: cosa resta da sapere?
Sul punto, infatti, Tescaroli prendendo la parola, ha ricordato che “rimangono degli spunti investigativi e degli interrogativi che impongono di continuare ad indagare come il nostro ufficio sta cercando di fare investendo tutte le energie possibili e verificare quindi se ci sia stata una convergenza di interessi di ulteriori soggetti diversi dagli appartenenti a Cosa nostra nell’ideazione della strage di Georgofili come nelle altre sette avvenute in continente e in Sicilia”.
Tali spunti investigativi e aspetti da chiarire sono diversi, secondo il magistrato che li ha elencati al pubblico di Palazzo Strozzi Sacrati. Resta da chiarire, ha esordito Tescaroli, “il perché ad esempio - un personaggio come Paolo Bellini di recente condannato in primo grado come quinto sicario della strage di Bologna, ndr), legato ad ambienti di estrema destra, si sia incontrato con il mafioso Antonino Gioè, uno degli esecutori della strage di Capaci, e perché abbia istillato l’idea di colpire il patrimonio culturale”. “Dobbiamo capire le ragioni della morte in carcere dello stesso Gioè, in circostanze non del tutto chiarite il 29 luglio 1993 nel carcere di Rebibbia, lasciando una lettera testamento con una serie di riferimenti piuttosto ambigui (alcuni dei quali proprio a Bellini, ndr) che meritano una riflessione”, ha detto.





Dobbiamo capire cosa è successo in via Palestro a Milano e in particolare da chi è stata trasportata la FIAT Uno imbottita di esplosivo collocata in quella via. E ancora bisogna capire perché tutti gli episodi stragisti, a parte quello di via Palestro, siano stati rivendicati dalla Falange Armata”, ha continuato. “Dobbiamo capire - ha proseguito il procuratore - le ragioni dell’accelerazione della strage di via d’Amelio, avvenuta a soli 57 giorni di distanza da quella di Capaci, due attentati ravvicinati, cosa che non era mai accaduta nella storia criminale di Cosa nostra”. Attentati, ha spiegato, “che avrebbero indotto, e non poteva essere diversamente, Cosa nostra dal prevedere una reazione veemente, come ci fu, da parte dello Stato”. E occorre capire perché “nel gennaio 1994 la stagione delle stragi improvvisamente si interrompe, quando le risorse di Cosa nostra erano più che sufficienti a commettere quei reati.” “Basta pensare - ha spiegato ancora - che due dei soggetti trainanti di quella campagna stragista, Matteo Messina Denaro e Leoluca Bagarella, erano ancora liberi e nelle condizioni di proseguirla”. Infine, secondo Tescaroli, “dobbiamo capire il dato per cui i vertici di Cosa nostra ricevettero un segnale istituzionale inequivoco che è consistito nell’avvio di trattative da parte di uomini delle istituzioni, una circostanza che venne letta dagli appartenenti dell’organizzazione come una testimonianza da parte dello Stato che la strategia stragista premiava e li indusse a proseguire nella campagna stragista”. Il che induce a chiedersi, secondo il magistrato, “come sia possibile che Matteo Messina Denaro, uno dei protagonisti di quello stragismo, a distanza di 30 anni, sia ancora in stato di libertà tanto più che sono stati pianificati anche in anni recenti altri attentati nei confronti di esponenti delle istituzioni”. Riferimento, questo, al progetto di attentato, ancora in auge, contro il magistrato palermitano Nino Di Matteo, ordinato, secondo il pentito Vito Galatolo, proprio dalla primula rossa di Castelvetrano.

I prossimi sforzi
Sono aspetti, quelli elencati da Tescaroli nel suo lungo intervento, che il procuratore Creazzo e il suo ufficio stanno cercando di chiarire: “Sono in corso indagini se possibile per fare ancora più luce rispetto a quella che è stata già fatta”, ha detto in sala il capo della procura fiorentina. "Sulla storia delle stragi, anche quelle continentali, di cui si occupa la procura di Firenze, stiamo facendo uno sforzo per tentare di arrivare a chiarire gli aspetti che ancora rimangono oscuri - ha aggiunto Creazzo -. Speriamo di riuscirci”. “C’è sempre qualche aspetto da chiarire". Aspetti come, ad esempio, la trattativa Stato-mafia che “c’è stata”, come ha ricordato Dainelli, “tanto che dal 1994 le stragi sono finite” e dal 1998, come ha ricordato Ammannato se ne “attesta l’esistenza l’esistenza in sentenze passate in giudicato dal 1998”. E in questo senso restano anche da chiarire aspetti come le responsabilità di politici come i due fondatori di Forza Italia - il partito al quale Cosa nostra ha fatto riferimento nel ’94 dopo aver abbandonato, a suon di attentati e minacce, la DC - Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, entrambi indagati proprio a Firenze come mandanti esterni delle stragi del ’93 e sui quali sia Tescaroli che Turco, su coordinamento di Creazzo, hanno svolto interrogatori, accertamenti e diverse perquisizioni negli ultimi mesi. Di Dell’Utri ha parlato anche l’avvocato di parte civile Ammannato. “Secondo noi resta da chiarire il ruolo di due persone - ha affermato dopo aver riassunto ampiamente le vicissitudini e le risultanze processuali sul biennio stragista di Cosa nostra - quello di Paolo Bellini, nel 1992, mandato da servizi segreti metastasi a indicare alla mafia di colpire i beni culturali e poi quello di Marcello Dell’Utri perché nei processi di Firenze e Palermo ci sono 26 indizi che meritano una discussione pubblica in un pubblico dibattimento”. Ammannato, a nome dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, ha detto di chiedere “alla procura di Firenze di finire quello che è stato il grossissimo successo e il grandissimo onore di debellare la mafia stragista” compiuto dalle autorità giudiziarie della città nel tempo. “Cerchiamo la verità completa e abbiamo assistito in diverse udienze penali fare il nome di Dell’Utri sulle stragi del 1993”. Per tale ragione Ammannato è tornato a ribadire, come aveva fatto un anno fa, che ci sono gli estremi per processare Dell’Utri: “Pensiamo che un dibattimento pubblico sia necessario, anche perché le associazioni dei familiari delle vittime, io ricordo la signora Giovanna Maggiani Chelli che ci ha dato la vita come Gabriele Chelazzi per la ricerca della verità completa, chiedono l’accertamento di tale verità, convinti che la verità e il bene trionfano sempre sul male, sulle stragi, sulla cattiva politica, sui cattivi servitori dello Stato che hanno tradito la Costituzione Italiana”.

Le note di Camera e Senato per i parenti delle vittime
Tra le altre cose, a inizio intervento, Ammannato ha letto due note inviate dal Senato e dalla Camera dai rispettivi presidenti - Elisabetta Casellati e Roberto Fico - all’associazione delle vittime che sono state applaudite da Ammannato. “Le istituzioni devono farsi carico del debito di verità che ancora pesa su quelle tragiche vicende, così come su tante altre pagine del nostro passato intrise di oscurità” ricorda, in un passaggio, la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati sottolineando, al riguardo, la desecretazione degli atti delle Commissioni parlamentari che hanno indagato gli anni delle stragi e del terrorismo. “Non vi possono essere verità indicibili - scrive, a un certo punto, il presidente della Camera Roberto Fico, nella lettera che anche lui ha voluto inviare ai familiari -: soprattutto non si possono evocare ragioni di Stato che, dopo tanti anni, hanno per lo più perduto la loro ragione di essere”. “La lunga storia dello stragismo ha evidenziato - aggiunge - connivenze tra criminalità organizzata, gruppi terroristici e pericolose metastasi all’interno degli apparati dello Stato: devianze finalizzate a provocare un corto circuito della democrazia”. Quelli dei capi della seconda e della terza carica dello Stato sono messaggi incoraggianti che rappresentano un grande sostegno per i familiari delle vittime e un unicum politico in questi anni in termini di narrativa sulla vicenda stragi. La speranza, però, è che a distanza di 29 anni queste parole si tramutino in fatti ed esercizi politici per l’accertamento completo della verità anche quando questa rappresenta motivo di inconvenienza, imbarazzo e paura per certe forze politiche.

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