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Tra parole vuote, sterili, o pesanti come pietre, il ricordo immortale di Letizia Battaglia

“Non servono lacrime. Occorre soltanto una volontà di lotta e di sacrificio pari a quella con cui i due indimenticabili amici vissero i loro ultimi giorni. Cerchiamo di essere degni di loro!”. Bisognava essere “degni di loro”, scriveva il 23 maggio del 2001 il giudice Antonino Caponnetto ricordando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma cosa resta oggi di quel monito? Celebrazioni in pompa magna per il trentennale delle stragi del ‘92, autocelebrazioni di svariati personaggi, spesso di dubbia provenienza, attacchi mirati ai magistrati “scomodi” mentre la lotta alla mafia continua a non essere una priorità nemmeno per questo governo. E quando si tratta di andare fino in fondo nella ricerca della verità sui mandanti esterni di quelle stragi ecco che coloro che celebrano Falcone - magari promuovendo una riforma della giustizia aberrante - ammutoliscono, mentre i soliti noti attaccano violentemente chi quella verità la sta cercando per dare un volto agli “ibridi connubi” tra mafia e Stato. Squallide meschinità, si potrebbe sintetizzare. Che spesso nascondono rancori, invidie, ambigue complicità, o mere miserie umane. Un clima pericoloso che ricorda quello degli anni che hanno preceduto le stragi del ‘92 e non solo. Anni nei quali Falcone e Borsellino venivano attaccati, isolati, sovraesposti per poi essere ammazzati assieme alle loro scorte. Ed è proprio questo rischioso déjà-vu che deve essere fermato in tempo. Gli attacchi scomposti nei confronti di magistrati come Nino Di Matteo durante le fasi finali di un processo nel quale si cerca di fare luce sul “più grande depistaggio della storia giudiziaria”Di Matteo durante le fasi finali di un processo nel quale si cerca di fare luce sul “più grande depistaggio della storia giudiziaria” sono solo frammenti di una saga nella quale continuano a imperversare quei soggetti che la storia ricorderà con lo stesso dileggio utilizzato da costoro nelle proprie invettive contro i giusti. Contrapporre all’oscenità di questo spettacolo indecente chi invece ha lasciato un’impronta indelebile in questa terra - testimoniando un’autentica sete di giustizia e ricercando la bellezza in ogni essere umano - resta il modo migliore per ricordare Falcone e Borsellino.
Incolmabile è il vuoto che ha lasciato Letizia Battaglia in questo mondo, ma tutto ciò che questa donna indomita ha fatto - con amore, passione, generosità all’ennesima potenza - va oltre il tempo e lo spazio: rimane vivo. Immortale. Come le sue parole, incise su un nastro diversi anni fa in occasione di una lunga intervista realizzata per il libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”, scritto assieme al nostro direttore.
Giovanni Falcone era una persona schiva ma cordiale - raccontava Letizia -. Che non amava esibirsi davanti ad una macchina fotografica. Era una persona molto attenta a quello che diceva, non si lasciava andare a dichiarazioni o a commenti. Io lo trovavo affascinante, davvero una bella persona”.
Rammento ogni istante di quell’intervista con lei: un dialogo - a tratti sofferto - per quel dolore che ancor prima nel fisico le aveva segnato l’anima. “Di quel 24 maggio - continuava Letizia - ricordo il silenzio della folla. Il grande atrio del Palazzo di Giustizia dove era allestita la camera ardente gremito di gente. Tutti in fila per rendere onore a Giovanni Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti di scorta morti con loro: Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Paolo Borsellino era in fondo alla sala, a destra c’erano le bare e in fondo... in fondo... in fondo c’era lui quasi nascosto dalla folla che andava avanti e indietro con la testa china, camminava avanti e indietro,  non vedeva nessuno, non parlava con nessuno e noi eravamo timorati nel guardarlo... Volevamo condividere con lui il suo dolore e condividere possibilmente anche il suo destino... Io credo che in quel periodo eravamo un tutt’uno, non era solo una lotta antimafia, ma era una comunione spirituale fortissima, fortissima... Quel suo andare avanti e indietro con la testa un po’ china mi faceva pensare ad una persona prigioniera…”. Subito dopo Letizia tornava a ricordare la sensazione di  “dolcezza infinita” che “emanava Paolo Borsellino, anche se si capiva che era un giudice attento e preparato”. “Era una persona dolce, che sembrava quasi mite, si intuiva che era una persona molto rispettosa. Mentre con Falcone non ci fu l’avviso del dramma che si sarebbe consumato (per quanto avevamo timore che potessero ammazzarlo perché la mafia aveva già ammazzato tanti uomini dello Stato), con Borsellino fu diverso, tutti si aspettavano che la tragedia si aggravasse”. Con un soffio di voce raccontava ancora l’immagine di quest’ultimo che le era rimasta impressa, per sempre. “Non potrò mai mai togliermi dal cuore e dalla mente il suo sguardo quando parlava, era triste perché lui lo sapeva quello che lo aspettava, tutti sapevamo che stava per succedere qualcosa di terribile. Ci sentivamo impotenti, c’era una disperazione in quella biblioteca comunale... c'era un silenzio totale. Stavamo ad ascoltare quasi il suo respiro quando parlava con quegli occhi tristi e con quella forza interiore che poi sarebbe rimasta dentro di noi, ma che poi non avremmo saputo mettere da parte... era quel suo sguardo, quel suo modo di portarsi la sigaretta e quella tristezza, quell'infinita tristezza... perché non si può non essere tristi sapendo che ti hanno condannato a morte e tu sei una persona innocente e pulita...”. Ed erano i giorni immediatamente dopo la strage di Capaci quelli che Letizia rammentava con maggiore intensità. Mentre ne parlava tornava a rivedere davanti a sé lo sguardo del giudice “così triste che sembrava che guardasse l’infinito, guardava oltre anche se parlava e ci diceva che si poteva lottare...”. “Borsellino ci diceva che dovevamo lottare - sospirava - analizzava i fatti, le circostanze, ma sapeva quello che sarebbe successo perché conosceva le dinamiche, sapeva chi erano i suoi nemici, lui era consapevole che non potevano tenerlo in vita”. I ricordi di Letizia affondavano le radici in quel periodo così appassionato della sua esistenza. “Sono stati anni incredibili e forse i più ricchi della nostra vita perché abbiamo creduto che si potesse lottare, che si potesse sconfiggere anche nel dolore della morte suprema, perché erano morti anche altri giudici, altrettanto degni, altri poliziotti, altri carabinieri, tanti morti ammazzati... Sono stati gli anni forse più degni di essere vissuti, perché quando credi nella lotta per la giustizia questo ti riempie la vita”. Ogni volta che ricordava pezzi di vita vissuta, Letizia riviveva le emozioni provate, mentre il suo cuore ferito accelerava i suoi battiti. “Quel pomeriggio del 19 luglio ero con mia mamma, da anni ogni domenica pomeriggio stavo con lei. Mi ricordo che avevamo parlato di tutto quello che era successo dopo la strage di Falcone. Mancavano pochi minuti alle 5, sentimmo un grande boato, dopodiché credo che sentimmo alla televisione che era successo qualcosa. Chiamai Franco Zecchin che era a casa e poco dopo lui passò a prendermi di corsa. Non sapevamo di Borsellino, non sapevamo niente”. “Arrivammo lì e c’era la devastazione - la voce di Letizia si appesantiva parola dopo parola - ricordo che non ho voluto fotografare, non volevo fotografare pezzi di corpi... Neanche lo voglio ricordare com’era Borsellino. Eravamo lì attoniti, davanti a noi la gente piangeva. Poi ricordo il silenzio, un silenzio così rispettoso che è abbastanza inusuale nella nostra terra dove la gente è vociante ed esprime a voce alta i suoi pensieri, invece lì ricordo i silenzi immobili… Ricordo tutti che correvano o camminavano scavalcando pezzetti di corpi umani, io non mi avvicinai neanche, ero lì, vedevo tutto e non alzai la macchina fotografica”. “Oggi mi dispiace – si rammaricava Letizia – perché sicuramente è bene essere testimoni e documentare e raccontare al mondo quello che è avvenuto, ma allora io non ebbi più la forza, non l’avevo più da un po’ di tempo, non ce la facevo più a fotografare tutto questo dolore, tutta questa disfatta che ormai era arrivata con Falcone e Borsellino ammazzati, eravamo arrivati al peggio che potevamo…”. “Qualunque creatura che venga ammazzata è il peggio - evidenziava - però da un punto di vista sociale, politico i due giudici erano simboli della giustizia, lo erano per noi tutti, forse anche per il mondo intero...”. “Non era possibile immaginare una cosa simile. In quei momenti io non ho visto nient'altro... non ho visto qualcuno che portava via una valigetta... non ho visto niente.... In quegli istanti io non capivo niente... però sicuramente si stava muovendo qualcosa di ancora peggio che aveva proprio il compito alterare la verità...”. Tanto dolore e tanta amarezza si fondevano nell'animo di Letizia mentre rammentava il giorno dei funerali degli agenti di scorta di Borsellino. Rivedeva se stessa che correva da Corso Vittorio Emanuele verso la Cattedrale insieme alle donne di Mezzocielo e ripensava a quell'uomo delle forze dell'ordine che non voleva farla passare e che l’aveva bloccata. Letizia si era divincolata, aveva gridato la sua indignazione, si era liberata da quella morsa e insieme alle migliaia di palermitani che avevano rotto i blocchi delle forze dell'ordine era riuscita ad entrare in chiesa. Ma quel suo gesto di ribellione le era costato un avviso a comparire davanti l’autorità giudiziaria. “Arrivai in quell'ufficio - ricordava - e dissi al funzionario che mi interrogava: ‘Mi sembra una cosa incredibile, andavamo lì a piangere, gli assassini non sono stati arrestati e volete incriminare me perché ho fatto un gesto in un momento così terribile?!... Non ci si poteva impedire dopo tanta sofferenza di andare a piangere lì in quel luogo...’”. L'impiegato aveva taciuto e verbalizzato, la pratica sarebbe stata chiusa successivamente senza alcun risvolto giudiziario.
In quel continuo flashback tra passato e presente si faceva largo una grande disillusione. Che Letizia non cercava minimamente di dissimulare. “Non credo che arriveremo alla verità dopo tanti e tanti anni, Falcone e Borsellino sono stati ammazzati, io sono molto scoraggiata, in questi ultimi anni ho sempre pensato che sono morti invano nonostante il loro lavoro giusto, attento, generoso… hanno vissuto una vita durissima, non avevano libertà, niente di quello che abbiamo tutti noi. Sono morti, non ci sono più...”. “Sono scoraggiata, delusa, ho tanta rabbia addosso... La rabbia non è bella, ma è sete di giustizia! E’ la voglia di capire come hanno fregato noi e tutti quelli che sono morti. Noi abbiamo vissuto una vita umiliante, in balia di un sistema di potere che è disposto a tutto pur di gestire soldi e potere politico. E questo vale per tutti i politici che si sono avvicendati, quelli che c’erano prima e quelli che sono venuti dopo”. La violenza di quegli anni si era radicata nell’anima di questa donna e aveva eroso quel debole filo di speranza che nonostante tutto si muoveva ancora nei suoi pensieri. “Io sarei molto felice di finire la mia vita conoscendo la verità e sapendo che la giustizia è arrivata, non solo sapendo chi è stato e perché... ma ancora non ho la sensazione che la maggior parte delle coscienze si stia ribellando, vedo molte coscienze addormentate. Non c’è un popolo in rivolta. Ci sono piccoli gruppi di giovani che vogliono lottare contro la mafia e vogliono vivere una vita onesta ma comunque sia sono piccoli gruppi, piccoli giornali come il vostro, piccoli gruppi di gente brava che vuole un mondo migliore, ma non ci siamo ancora arrivati... e mi dispiace tanto che la lotta debba essere solo dei magistrati e delle forze dell’ordine. Ma ora basta...”. Avevo interrotto immediatamente la registrazione perché la sua soglia del dolore era stata ampiamente superata. Guardavo questa donna e pensavo che la ferita di un cuore che ha amato tanto non si rimargina mai. Qualche istante ancora di silenzio e poi Letizia si era ripresa, come sempre: “Andiamo avanti, continuiamo a lottare e vediamo che succede, giorno per giorno...”.
Qualche anno dopo, in occasione del suo 80° compleanno, Letizia aveva risposto al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che le aveva mandato i suoi auguri. Era il periodo delle polemiche al Csm per la mancata nomina di Di Matteo alla Dna e Letizia non ci aveva pensato due volte. “I miei occhi hanno visto troppi morti ammazzati, troppe stragi, troppi funerali - aveva scritto di getto -. Non voglio pensare che tutto questo possa ancora ripetersi perché significherebbe che abbiamo perduto, e che anche noi siamo stati complici. Non voglio altri eroi morti, voglio che Nino Di Matteo possa continuare il suo lavoro da vivo e che anche lui possa vedere rinascere questa terra martoriata”. Parole vere, forti e pregnanti. Che ci impongono di continuare a fare la nostra parte, e che si contrappongono con vigore a quelle - vuote e sterili, o pesanti come pietre - che rimbombano in questi giorni.

Foto © Shobha

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