Alla facoltà di Giurisprudenza di Palermo dibattito sull'ergastolo ostativo. Con il consigliere togato anche il Presidente del Tribunale Balsamo ed il giornalista Palazzolo

Mancano poche settimane alla commemorazione dei 30 anni dalla strage di Capaci dove morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. In Italia, però, negli ultimi anni, in particolare da quando è al governo Mario Draghi, si sta assistendo allo smantellamento di quella parte di normativa antimafia ispirata e voluta proprio da Falcone e dal collega Paolo Borsellino, anche lui assassinato 30 anni fa da Cosa nostra. Dopo trent’anni sembra che alcune istituzioni abbiano dimenticato il puzzo del tritolo e la minaccia mafiosa, sempre incombente e strisciante, seppur con metodi diversi, più subdoli, della violenza nuda e pura. Questo lo si coglie da questioni chiave come quella dell’ergastolo ostativo, tanto temuta dal gotha di Cosa nostra, e sulla quale è in corso, di fatto, un tentativo di depotenziamento normativo che consentirebbe respiro a vecchi boss irriducibili. Su questa tematica, tanto sottovalutata quanto fondamentale, giovedì pomeriggio a Palermo, un gruppo di studenti, membri dell’associazione universitaria “Contrariamente”, congiuntamente agli attivisti del Movimento Our Voice, hanno organizzato una conferenza pubblica, nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza di Palermo dove a suo tempo si laurearono Falcone e Borsellino, che ha visto come relatori il consigliere togato del CSM, Sebastiano Ardita, il presidente del Tribunale di Palermo, Antonio Balsamo, il giornalista Salvo Palazzolo e il professore costituzionalista Giuseppe Lauricella. Ad aprire l’appuntamento, nelle vesti di moderatrice, è stata Marta Capaccioni, studentessa della facoltà, membra di entrambe le associazioni giovanili e redattrice della testata ANTIMAFIADuemila.


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Da sinistra: Antonio Balsamo, Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita


Alle decine di persone in sala Capaccioni ha ricordato che “il 15 aprile 2021 la Corte Costituzionale, accogliendo i richiami imperativi della Corte Europea dei diritti dell’uomo, ha dichiarato l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo, disciplina espressa nell'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario in cui si vieta di liberare i boss stragisti condannati all'ergastolo, se non collaborano con la giustizia”, in quanto ciò sarebbe “in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo”. La Corte costituzionale - ha sempre ricordato la studentessa alla presenza, tra il pubblico, del consigliere togato del CSM Nino Di Matteo e alcuni dei familiari di vittime di mafia come Flora Agostino, Pina Catalano e Graziella Accetta - “aveva rinviato al Parlamento la discussione e la riforma della legge dando tempo alle camere fino al 10 maggio di quest’anno per legiferare”. Il 31 marzo scorso il testo, dopo varie contestazioni dei parenti delle vittime di mafia, è stato approvato alla Camera dei deputati con delle modifiche. Ma allo stato dell’arte, sembra che il testo presenti ancora falle normative che non soddisfano le valutazioni tecniche di magistrati antimafia in quanto possono ancora rappresentare rischi per la collettività qualora alcuni dei richiedenti i benefici penitenziari riescano ad oltrepassarle.


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Gli albori della normativa ostativa
Tra i magistrati che più di tutti ha osservato criticità nell’attuale testo di riforma c’è Sebastiano Ardita, il quale, per la sua esperienza decennale al Dipartimento di amministrazione penitenziaria, è grande conoscitore della complessa galassia del sistema penitenziario italiano. Ardita, facendo un excursus storico sulla normativa dell’ergastolo ostativo, ha ricordato come l’esigenza di limitare l’accesso a benefici penitenziari a boss condannati per mafia che avessero commesso gravi delitti “nacque dal fatto che molti dei mafiosi coinvolti nel maxiprocesso di Palermo in realtà nei primi anni ’90 erano già liberi per ragioni varie legate al meccanismo del funzionamento del sistema penale italiano”. “Di questo fatto si accorse Giovanni Falcone che andò a dirigere la Direzione degli Affari Penali del ministero della Giustizia accompagnato dalle polemiche e giudizi moralisti di molti magistrati e politici. E in quel periodo dotò il nostro sistema di prevenzione penale di strumenti fondamentali ancora oggi in uso”. Tra questi, la norma che prevedeva il divieto di accesso a benefici penitenziari per mafiosi per i quali non risultavano venuti meno i collegamenti con la realtà mafiosa. “Questa disposizione finì per essere irrigidita dopo la strage di Capaci con una norma inserita nel decreto legge che seguì di qualche giorno il suo omicidio che modificò ulteriormente l’art. 4bis e che creò i presupposti perché venisse creato un altro decreto legge”. “Decreto legge il quale stabilì che solo la collaborazione con la giustizia consentiva a questi detenuti di mafia di poter uscire dal carcere per godere di benefici penitenziari”, ha spiegato Ardita.
Questo sistema normativo nasceva dal fatto che non si dovevano dare seconde chance a persone che fanno parte di un’organizzazione complessa e articolata che lavorano per limitare diritti fondamentali di cittadini innocenti”, ha affermato il magistrato.


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Sebastiano Ardita


I passi indietro della normativa di prevenzione antimafia
Ma con il trascorrere degli anni questa rigidità e intransigenza è stata più volte ritoccata. Per esempio, “all’inizio degli anni 2000, dieci anni dopo circa l’uccisione di Borsellino a seguito della quale venne applicata per la prima volta la norma del 41bis, si stabilisce una normativa che rende effettivo il ricorso dei mafiosi a cui viene contestato il 41bis”, ha ricordato Ardita. “Questa normativa, però, mentre per anni si era lavorato per creare un sistema di prevenzione che fosse unitario che passasse per meccanismi delle Dda, Dna e che si rivolgesse a un gip distrettuale per quanto riguarda le questioni del processo penale, veniva pensata senza nessuna programmazione del genere”. Nel corso del tempo più volte si è tentato di toccare e ritoccare politicamente la normativa e arrivando quindi ai giorni nostri in cui la “Corte Europea ci dice che un giudice deve guardare anche alle domande fatte dai mafiosi che stanno al carcere ostativo per superare l’ostatività, cioè i mafiosi detenuti che hanno commesso reati di mafia, per cui c’è l’ostacolo dell’ergastolo ostativo, possono rivolgersi a un giudice per avere benefici e addirittura siamo arrivati al punto di valutare che possano richiedere la liberazione condizionale”, ha riassunto il consigliere togato del Csm. Nel momento però “in cui si doveva fare la legge il nostro legislatore cosa fa?”, si è chiesto Ardita. “Nel testo di legge stabilisce che occorre che il mafioso che vuole uscire dall’ergastolo ostativo deve dare prova lui del fatto che ha interrotto i rapporti con l’associazione mafiosa, una prova importante e difficile da raggiungere, e dice pure opportunamente che a questo fine non basta la semplice dissociazione, perché sarebbe un’affermazione labiale priva di contenuto, e deve dare quindi una prova concreta e visibile”. “Fin qui ci siamo - ha detto Ardita - era una normativa obbligata che poteva andare bene”. “Però, poi, il nostro legislatore, non si accontenta di aver stabilito un presupposto con un’asticella molto alta, ma con un’ipotetica immagine di corsa ad ostacoli vuole proporre altri ostacoli. E questi altri ostacoli che pone sono tanto bassi, che si possono saltare con un piede solo perché dicono che non basta dare la prova positiva del fatto che si sono interrotti i rapporti con la criminalità organizzata ma bisogna anche desumere queste prove dalle ragioni addotte per la mancata collaborazione, dalla revisione critica del passato criminale - quando avevamo detto che la semplice dissociazione non vale - e poi ancora del risarcimento del danno alle vittime oppure quella di non essere abbienti che in entrambi i casi sembrerebbe una prova a discarico, sembrerebbe una prova di mafiosità”, ha spiegato il magistrato. Il punto, dunque, come già aveva osservato Ardita in commissione antimafia, è che nel testo di riforma c’è un eccesso di dettagli che andrebbe a vantaggio dei mafiosi.


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E poi ancora, ha osservato Ardita, “i percorsi di giustizia riparativa offerta in pasto ai mafiosi in questa normativa stringata come strumento per provare la mancanza di un collegamento con la realtà criminale è molto pericoloso”. “Si dirà dunque che se c’è un presupposto già invalicabile, il fatto che ci sono tanti altri piccoli ostacoli che sono stati superati non dovrebbe pregiudicare questa possibilità”. “Invece, no! Non è così”, ha evidenziato il consigliere togato del CSM. “Perché quando un presupposto è realmente difficile da dimostrare, cioè l’avere interrotto i rapporti con la criminalità organizzata, il poter dimostrare di essere comunque in grado di obbedire a tutti gli altri parametri che la legge ha scritto e sacramentato in una norma, mette in condizione il richiedente di dire che il presupposto della prova positiva del fatto che ha interrotto i rapporti è una prova diabolica e difficile da raggiungere, ma dato che ha superato tutti gli altri indici chiede che le si dia comunque l’opportunità di superare l’ergastolo ostativo”. Questo, ha sottolineato Ardita, “è il rischio di questa normativa”. E non finisce qui. “Perché benché sia stata sollecitata la possibilità di concentrare presso un unico tribunale di sorveglianza questo tipo di giudizio, il Parlamento ha deciso di soprassedere del tutto rispetto a questa richiesta”. Quindi, ha concluso sul punto Ardita, “mi permetto di dire che rispetto a queste problematiche che riguardano l’ergastolo ostativo, che sono tutte afferenti al tema cruciale della prevenzione antimafia, noi siamo tornati indietro come nel gioco dell’oca: esattamente alla base”. “Ciò che più dispiace in tutta questa storia, la cosa che più manca è la memoria”, ha detto Ardita. “Ma non solo la memoria delle vittime di mafia e dei loro parenti che si battono tutti giorni perché altri non subiscano lo stesso martirio. C’è anche una memoria degli strumenti dello Stato, strumenti giudiziari di contrasto che va perseguita e rispettata”. “Una memoria che va individuata come canovaccio dal quale ispirarsi”, sostiene il magistrato. “Perché altrimenti abbiamo perso tempo. Cosa si è fatto in tutti questi anni per elaborare una strategia che ci consentisse di giungere a una applicazione uniforme e ad un giudizio uniforme sul 41bis se poi quando materia è la medesima si riparte da zero e si rischia di commettere gli stessi errori?”. Altre domande giungono anche dal docente Lauricella che ha preceduto Ardita. “Siamo sicuri che anche questo aggiustamento del legislatore sia sicuro rispetto a qualsiasi elemento di illegittimità?”, si è chiesto il professore in riferimento alle modifiche della riforma. “Se devo guardare ciò che ha detto la CEDU e la Corte Costituzionale dico che ho qualche dubbio”.


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Le alternative di Antonio Balsamo
Anche Antonio Balsamo, presidente del Tribunale di Palermo, è intervenuto in aula.
Il tema dell’ergastolo ostativo non riguarda solo il mondo della giustizia ma tutta la società”, ha esordito. “Perché sono convinto che proprio la mobilitazione sociale può essere determinante per avere i presupposti per costruire una riforma normativa valida”. Il presidente del tribunale ha quindi parlato di “tre alternative a proposito della riforma dell’ergastolo ostativo”.
La prima via è quella che la stessa Consulta ha definito un ‘intervento demolitorio’”. La Consulta è “consapevole dei rischi di un provvedimento del genere, cioè quello di una mancata approvazione di una riforma da parte del parlamento entro il termine del 10 maggio”. Uno scenario, questo, che a detta di Balsamo “avrebbe effetti sociali assolutamente devastanti negli stessi giorni in cui lo Stato Italiano, l’intera comunità internazionale si sono uniti in un commosso ricordo come quello di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta che hanno accompagnato il giudice in questa fase che voleva rappresentare l’affermazione della mafia e per me invece ne è stata la sua sconfitta più importante”, ha detto commosso il relatore. “In quello stesso momento - ha osservato Balsamo - si potrebbe verificate la situazione assolutamente paradossale della richiesta di scarcerazione da parte di persone che non hanno mostrato il benché minimo segno di resipiscenza e sensibilità per il dolore che hanno causato alle vittime e non hanno contribuito in nessun modo all’accertamento della verità su una stagione che ha un grandissimo bisogno di verità. Quindi la prima alternativa è questa, che come la stessa Consulta ha sottolineato, è portatrice di conseguenze drammatiche per la sicurezza pubblica. Perché non illudiamoci che determinate persone, una volta rimesse in libertà, improvvisamente cambino il loro modo di pensare. A mio parere la versione buonista in questo caso non corrisponde assolutamente alla realtà”, ha dichiarato sperando “che questa prima alternativa venga assolutamente scongiurata”. La seconda alternativa è quella, a detta di Balsamo, del “wishful thinking” (pensiero speranzoso in inglese) “sulla quale avevo pensato con un collega insieme al quale avevamo ritenuto che sarebbe stato importante inserire nel testo di riforma anche due precisazioni: un’alternativa che riguarda la rilevanza del contributo dato da ciascun soggetto richiedente benefici come la liberazione condizionale alla piena realizzazione del diritto alla verità spettante alle vittime, ai loro familiari e all’intera collettività. A mio parere questa precisazione potrebbe essere importante”, ha detto.


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Antonio Balsamo


In quanto consiste nel “vedere nel diritto alla verità, una manifestazione essenziale di alcuni diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita”. Secondo Balsamo, “questa poteva essere un’espressione concreta della capacità della legislazione italiana che può diventare esempio per tanti altri paesi come è attualmente in molti settori come quello del programma di protezione dei collaboratori di giustizia, tema che mi sembra sia stato del tutto sottovalutato nella sentenza del 2019 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo da cui è scaturita la sentenza della Consulta”, ha puntualizzato il presidente del Tribunale. “In quella sentenza c’è una sostanziale adesione all’idea per cui il motivo principale del rifiuto di collaborare con la giustizia consisterebbe nel timore, per i detenuti condannati di reati di tipo mafioso, di mettere in pericolo la loro vita o quella dei loro familiari. Un’affermazione che poteva essere valida negli anni ’80 o all’inizio degli anni ’90, ma non è una conclusione attuale”, ha dichiarato sul punto. “Una scelta che nella stragrande maggioranza dei casi è libera e volontaria, quindi a mio parere queste argomentazioni non corrispondono alla realtà attuale del fenomeno mafioso. Su questa ulteriore indicazione si poteva innestare anche un’altra che riguarda le riforme di controllo della persona scarcerata che potrebbero essere benissimo modellate su quello che fanno gli Stati Uniti in cui ci sono forme di sorveglianza elettronica molto incisive sulle persone scarcerate. Secondo me sarebbe stata una maniera seria di garantire che il soggetto che viene scarcerato non si ritrovi a essere coinvolto in ambienti criminali”. Ma questi due aspetti, purtroppo, non ci sono, ha specificato Balsamo. Il terzo e ultimo aspetto “che non è stato sottolineato” benché “sollevato anche da studiosi di formazione fortemente garantista” riguarda “l’importanza di un grosso investimento in termine di risorse umane e materiali a proposito del programma di collaborazione dei collaboratori di giustizia e dei loro familiari”. Ora però, ha concluso sul tema Balsamo, "dobbiamo confrontarci con un testo di riforma che spero venga approvato in Senato proprio per evitare quella prima alternativa assolutamente inaccettabile che a mio parere è un punto di partenza sul quale c’è un grosso lavoro culturale da fare che riguarda l’intera società e non solo i giuristi".


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La giustizia riparativa
Balsamo, nel suo intervento, ha osservato come nel testo di riforma ci siano “parti prive di significato completo, altre invece sono incidenti”. “C’è un riferimento che a mio parere va approfondito e riempito di contenuto e ci può consentire di recuperare quel concetto del diritto alla verità che è quello della giustizia riparativa che non è un concetto (diverso da quello a cui ha fatto riferimento Ardita, ndr) da intendere in senso riduttivo perché la giustizia riparativa ha legami genetici con il diritto alla verità”. “Il principale esempio di questo era la ‘Commissione per la verità’ istituita da Nelson Mandela nel momento in cui si verifica un completo cambiamento in Sudafrica. Mandela era convinto che attraverso la verità si potevano ricostruire le basi di uno Stato ispirato al principio di dignità umana”, ha rammentato Ardita. “In questo concetto di giustizia riparativa possiamo includere tanti contenuti importanti perché non è una visione ispirata da un percorso di tipo individualistico, nei documenti più recenti dell’ONU ci sono molti che fanno riferimento ad un coinvolgimento della collettività che può essere intesa in duplice senso. Da un lato che la collettività deve essere parte attiva e al contempo che deve essere il soggetto che beneficia di un’azione di giustizia riparativa che tenda a ricostituire la dignità agli autori del reato e al contempo la dignità delle vittime”.
Il modo più serio per realizzare la giustizia riparativa, sostiene il presidente del Tribunale di Palermo, “è quello di un’affermazione piena e di valorizzare come requisito essenziale il contributo dato da ciascuno alla realizzazione del diritto alla verità su tutti gli episodi che rientrano nella strategia del terrorismo mafioso che ha tuttora bisogno di un grande impegno di verità. Si tratta di un lavoro che si può allargare non solo a un ambito giudiziario ma anche ad una serie di altri interventi dello Stato esattamente come accadde in Sudafrica, dove ci fu questa esigenza forte”.


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Salvo Palazzolo


I segreti indicibili dei boss stragisti
L’ultimo dei relatori è stato Salvo Palazzolo, scrittore e giornalista di Repubblica, che ha confessato, parlando di stragi e misteri, tema connesso alla delicata questione dell’ergastolo ostativo, di avere la “sensazione di non capire, oggi come il 19 luglio”, data in cui avvenne la strage di via d’Amelio dove Palazzolo arrivò dopo poco l’esplosione dell’autobomba. Nella sua affermazione, Palazzolo ha spiegato che “c’è un uomo delle stragi, uno che le ha fatte e che era figlioccio di Totò Riina. Un uomo latitante dal 1993: Matteo Messina Denaro”.
Io conosco uomini del Ros, della Dia, le forze dell'ordine e lo Stato che portano avanti un impegno straordinario assieme ai magistrati di Palermo - ha detto il giornalista - ma lui resta un fantasma, non si trova. E non perché è più bravo, ma perché si tratta di una partita truccata”. Il riferimento è alla copertura di boss e uomini infedeli di Stato che come si pensa stiano garantendo la sua latitanza.
Lui, Messina Denaro, è uomo delle stragi”, ha ribadito Palazzolo davanti al pubblico.
Riina in carcere, intercettato, dice di essere amareggiato perché Messina Denaro non continuava la propria strategia, investendo invece tesori nei pali della luce”.
Ecco io ho questa ossessione, che ci stia sfuggendo qualcosa”, ha ripetuto il giornalista. “Noi lo cerchiamo, ma mentre lo cerchiamo lui va avanti in un modello di mafia diverso”. “U siccu”, uno dei soprannomi di Messina Denaro, “ha dato soldi ad imprenditori non per beneficenza, ma per entrare in alcune società e abbracciarle. Di che modello di mafia parliamo? Non ci sono eserciti di killer dopo le stragi, i boss sono morti o al 41 bis e allora qual è il segreto di Messina Denaro?”. La risposta, secondo Salvo Palazzolo, “è nei segreti che Messina Denaro ha di quella stagione di stragi”.


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Il giornalista ha poi ricordato un altro personaggio di Cosa nostra di altissimo spicco, ancora in vita, e ancora influente, anche se recluso al 41bis: Giuseppe Graviano. Su di lui e sui messaggi in codice che il capo mafia di Brancaccio condannato per le stragi del ’92 e del ’93 oltre che per l’omicidio, tra gli altri, di Don Pino Puglisi, che lanciava dal carcere, Palazzolo ha scritto di recente un libro per “Laterza”. Messaggi in codice li ha lanciati “anche di recente al processo Ndrangheta stragista”, ha rammentato Palazzolo (Graviano, insieme al boss di ‘Ndrangheta Rocco Filippone è condannato in primo grado per gli omicidi ai carabinieri calabresi nel 1994 Antonino Fava e Vincenzo Garofalo). Il boss stragista “parla degli investimenti del nonno materno, di incontri a Milano con autorevoli politici”.
Di Graviano e Messina Denaro - ha spiegato il giornalista - Riina dice che sono la Super cosa”. “L’Idea che mi sono fatto - ha spiegato - è che la verità è nelle cose che Graviano non dice. Non cita mai Messina Denaro e non fa riferimento mai anche ad altri personaggi politici. Poi manda messaggi a qualcuno. E' ossessionato dai tramiti. E cercò anche di approfittare di un compagno che stava per uscire dal carcere. Graviano a chi ricatta?”, si è chiesto Palazzolo. “Io credo che il silenzio di Messina Denaro e le parole del suo compare in carcere hanno lo stesso suono e significato”.
Infine il cronista ha invitato gli studenti ad essere “protagonisti” nel sociale, per contribuire alla ricerca della verità e a rendere l’Italia un Paese migliore. “Ci si deve impegnare a raccontare il fenomeno mafia oggi”. “E’ il cittadino e lo studente che devono impegnarsi”, ha affermato. “Anche perché siete attrezzati per far arrivare il messaggio oltre”, ha sottolineato.
Palazzolo ha anche ricordato l'importanza di un impegno organico, così come diceva Padre Pino Puglisi, che lo ha cresciuto da ragazzo: "E' necessario stare nella città. E come studenti si può creare un percorso organico di studio sul fenomeno della mafia. Un lavoro che metta insieme tutte le facoltà, creando un archivio dell'ateneo”.


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Marta Capaccioni


Appello agli studenti
In ultimo, è stata Marta Capaccioni a chiudere la serata rivolgendo un appello a colleghi e colleghe, dopo aver chiesto ai relatori di dare un messaggio ai giovani. “Non facciamoci mai schiacciare nelle nostre idee dal politicamente corretto o da atteggiamenti perbenisti. Perché l’antimafia non può e non deve mai essere una facciata né un’etichetta, ma una lotta costante e quotidiana”, ha affermato. “Non dimentichiamoci mai dell’importanza della nostra memoria, attiva, e non rassegniamoci a che le cose non cambieranno mai. È vero, la mafia è un problema grave che ci riguarda tutt’oggi, ma ci sono anche uomini e donne del nostro Stato che tutti i giorni sacrificano la propria vita e che ci fanno ancora credere nelle istituzioni e in una magistratura onesta, libera, coraggiosa e indipendente”. “E noi - ha affermato - come giovani, come futuri giuristi, magistrati, avvocati, giornalisti, artisti, lavoratori abbiamo il dovere di sostenerla, difenderla, per far sì che la storia non si ripeta. Noi come giovani abbiamo il dovere di iniziare una vera e propria rivoluzione culturale che parta da un sentimento di indignazione nei confronti di quello che continua ad accadere nel nostro Paese e nella nostra terra”.
La giovane ha quindi citato Paolo Borsellino quando diceva di credere in “un movimento culturale” "che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.


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Da sinistra: Giuseppe Lauricella, Antonio Balsamo, Marta Capaccioni, Sebastiano Ardita e Salvo Palazzolo

Foto © Davide de Bari/Pietro Calligaris

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