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di Giorgio Bongiovanni

Giovedì pomeriggio la Camera ha approvato la proposta di legge di riforma dell'art.4 bis dell'ordinamento penitenziario, il cosiddetto ergastolo ostativo, con 285 voti favorevoli, 1 contrario e 47 astenuti.
Lo diciamo subito. Che nell'anno del trentennale delle stragi, a pochi mesi dal ricordo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, venga colpita una delle leggi fortemente volute dai due magistrati non è solo un'indecente vergogna, ma un vero e proprio schiaffo alla memoria dei martiri, dei familiari e dei cittadini onesti.
Abbiamo letto l'intervista su Il Fatto Quotidiano di Giulia Sarti, deputata e responsabile Giustizia del Movimento Cinque Stelle, con cui abbiamo condiviso diverse battaglie e di cui comprendiamo lo sforzo fatto per cercare di evitare il peggio e far comprendere, anche tra i suoi, proprio la gravità di quanto stava accadendo.
Certo è che restiamo indignati per l'esito finale di questa proposta di legge.
Perché non dimentichiamo che l'eliminazione dell'ergastolo e del 41 bis erano tra i punti del papello di richieste che Riina pretendeva dallo Stato per fermare le stragi.
Ed è un dato di fatto che questo ergastolo ostativo annacquato fa venir meno l’unico vero deterrente temuto dai mafiosi (e proprio la storia delle stragi ce lo ricorda) i quali sono da sempre rassegnati a dovere scontare anche lunghi anni di carcere come prezzo della propria carriera criminale. I boss hanno sempre temuto l’ergastolo perché li priva per sempre del potere acquisito e della possibilità di godere delle ricchezze accumulate.
Ed oggi la speranza torna in maniera prorompente.
Poco importano le clausole per cui si stabilisce che "i boss detenuti al 41-bis potranno fare richiesta di accesso ai benefici, ma possono ottenerli solo se il 41-bis non viene rinnovato o se è stato revocato".
Poco importa che sia a carico del boss che chiede benefici il "portare prove che non ha più collegamenti con la sua organizzazione criminale e che non c’è il pericolo che li ripristini". Poco importa se il mafioso abbia risarcito o meno le vittime o dimostri che era nell’impossibilità di farlo. Poco importa se i Tribunali di Sorveglianza, per decidere, dovranno chiedere il parere ai pm antimafia che si sono occupati del percorso criminale del detenuto.
Queste "paroline e parolette" diventano un inganno alla verità e alla giustizia. Un inganno verso gli elettori che hanno creduto, sbagliando, nel Movimento del non cambiamento. Un Movimento che è diventato debole, nella migliore delle ipotesi, e traditore, nella peggiore.
E' noto che per un membro attivo, affiliato a Cosa nostra, alla 'Ndrangheta e alla Camorra, l'unico vero modo per rompere con il proprio passato è quello della collaborazione con la giustizia o, in alternativa, la morte. Perché quei soggetti che escono dimostrando di non avere più rapporti, una volta usciti dal carcere, restano comunque dei "mafiosi a disposizione" in grado di commettere qualsiasi delitto. E se dovessero negarsi verrebbero immediatamente uccisi dalle organizzazioni criminali.
Non giriamoci attorno. La precedente legge sull'ergastolo ostativo era ottima e non andava modificata, senza se e senza ma.
L'emergenza mafia non è finita ed i legami si spezzano solo quando si collabora con la giustizia.
E queste sono tutte cose che, apparentemente, il Movimento Cinque Stelle conosce perché della lotta alla mafia aveva fatto uno dei propri capisaldi.
Se si è veramente convinti dei clamorosi errori commessi dalla Consulta e dalla Cedu non si possono accettare passi indietro. Si doveva correggere la "Corte anticostituzionale" nel rispetto del ruolo che il Parlamento ha, rispedendo al mittente quelle valutazioni contenute nelle motivazioni depositate nel maggio 2021.
L'errore dei "parrucconi" si esprime nel momento in cui non si valuta la sicurezza della collettività che viene messa a repentaglio da un'eventuale scarcerazione del capo mafia. E ciò avviene perché oggi, erroneamente, si considera la pericolosità delle mafie in maniera difforme alla realtà. Perché, come abbiamo scritto più volte, la mafia esiste da oltre 150 anni e sopprime ed opprime le libertà di migliaia e migliaia di cittadini.
E quell'errore oggi si replica nelle aule parlamentari. Una storia che si ripete di governo in governo con una lotta alla mafia che viene relegata, quando va bene, al tredicesimo posto del programma politico, o peggio, viene dimenticata.
Il Parlamento è sovrano. E il politically correct quando si è ancora in piena emergenza è un compromesso inaccettabile.
A fine discussione il risultato finale è che ad essere approvato è un testo tutt’altro che adeguato. Anzi, come aveva già anticipato il consigliere togato del Csm Sebastiano Ardita in commissione antimafia, il testo unificato "porterà certamente all'abbattimento dell'ergastolo ostativo" perché "non garantisce quelle condizioni di sicurezza nell'applicazione normativa che consentono diciamo a questa normativa di rimanere in piedi".
A nulla sono valse le audizioni di autorevoli magistrati in commissione antimafia o in Commissione giustizia.
Il consigliere Ardita aveva detto come nella norma non si tenga conto di una questione fondamentale: "Che al di là del reato di mafia la condizione sub culturale della realtà mafiosa si fonda sulla falsità, sulla rappresentazione teatrale delle situazioni che si verificano sulla assunzione di ruoli apparenti e di comune perbenismo". Inoltre “se guardiamo l’aspetto risarcitorio chi ha interrotto i rapporti con la mafia è sul lastrico mentre chi ha i soldi per risarcire le vittime, i rapporti con Cosa Nostra non li ha interrotti”. Anche il magistrato Nino Di Matteo (assieme ad Antonio Balsamo presidente del tribunale di Palermo) aveva espresso forti dubbi su questo particolare aspetto della proposta di legge: il togato aveva espresso "perplessità sulla concretezza degli effetti che si potranno avere perché sarà facile per il mafioso condannato dimostrare di non essere nelle condizioni economiche di risarcire danni" e quindi sarà una "previsione priva di effetti pratici".
Anche la scelta di non prevedere un unico tribunale di Sorveglianza per assumere certe decisioni appare discutibile.
Sicuramente è positivo che la decisione sui benefici spetterà in maniera collegiale e non più monocratica, ma la mancata scelta di un Tribunale unico (era stato proposto il Tribunale di Sorveglianza di Roma) rimane una mancanza gravissima, poiché la frammentazione delle competenze potrebbe produrre effetti pericolosi sotto il profilo della sicurezza dei giudici di sorveglianza, chiamati a decidere in condizioni di rischio, di condizionamenti impropri e di ritorsioni, se concedere o meno i benefici penitenziari.
Unico elemento positivo è l'intervento sui limiti minimi di pena da scontare, aumentati a due terzi della pena temporanea e a 30 anni per chi è condannato all'ergastolo.
Ora non resta che attendere che la proposta di legge venga esaminata dal senato. Nel nostro Paese ce ne sono di cose per cui indignarsi. E una di queste è il fatto che il testo licenziato è passato con la benedizione del "Movimento del non cambiamento" (a cui appartiene anche il relatore Mario Perantoni) assieme a Forza Italia, un partito il cui fondatore Silvio Berlusconi pagava la mafia (come dicono le sentenze) e il cui co-fondatore Marcello Dell'Utri è stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.
Un fatto che gravemente non genera imbarazzi all'interno del Movimento Cinque Stelle, guidato dal comico-buffone Beppe Grillo e da Giuseppe Conte, che sulla mafia ancora oggi appare quanto meno distratto. E questo voto sull'ergastolo ostativo, dopo aver ceduto sulla nomina del nuovo capo del Dap, Carlo Renoldi, è l'ennesimo segno di una caduta sempre più profonda negli abissi.

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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