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Il procuratore Capo di Catanzaro oggetto di una campagna di delegittimazione

Il plenum del Csm si è espresso in maniera favorevole (con 14 voti favorevoli e 10 astenuti) all'archiviazione dell'esposto che era stato presentato a Palazzo dei Marescialli dal presidente dell'Unione delle Camere penali Gian Domenico Caiazza nei confronti del procuratore capo Nicola Gratteri. L'esposto riguardava le dichiarazioni - contenute in un'intervista rilasciata da Giovanni Bianconi e pubblicata poi sul Corriere della Sera nel gennaio 2021 dopo l’operazione denominata ‘Basso Profilo’ - del Procuratore di Catanzaro in merito alla magistratura giudicante. Nello specifico dell’esposto si lamentava come Gratteri avesse “proposto” al lettore una versione secondo la quale i provvedimenti dei giudici fossero ispirati da motivazioni differenti dalle regolari “dinamiche processuali”.
Gratteri nell’intervista aveva detto: “Noi facciamo richieste, sono i giudici delle indagini preliminari, sempre diversi, che ordinano gli arresti. Così è avvenuto anche in questo caso. Poi se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni”.
L’intervistatore ha poi chiesto: “Che significa? Ci sono indagini in corso? Pentiti di ‘ndranghetisti che parlano anche di giudici?”. “Su questo ovviamente non posso rispondere”, aveva risposto Gratteri. Il plenum ha quindi approvato a maggioranza la delibera di archiviazione proposta dalla Prima Commissione ma non sono mancati i dissidi: se per alcuni l’archiviazione è stata doverosa, per altri si è trattato di un errore. Antonio D’Amato, attuale presidente della quinta commissione, ha detto che “gli analisti e i commentatori quando leggeranno questa decisione capiranno che abbiamo perso un'altra occasione per dimostrare la trasparenza del nostro operato. C'era soltanto l'esigenza di affrontare con chiarezza i passaggi dell'intervista”. Ma alcuni si sono spinti oltre definendo l’archiviazione un tentativo di nascondere “la polvere sotto il tappeto” - come ha detto un consigliere - per fare un piacere a Gratteri. Ma, come accade purtroppo in questi casi, i ‘fatti nascosti sotto il tappeto’ sono stati altri. Se da una parte l’intervista di Gratteri è stata oggetto di dibattito in molte trasmissioni televisive (spesso avverse) e riportate anche da esponenti dell’avvocatura in sede pubblica, la stessa cosa non è accaduta per i gravi fatti di corruzione e contestazioni per falso che hanno riguardato, per esempio, la Corte di Appello di Catanzaro.


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Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo © Paolo Bassani


Il consigliere togato Sebastiano Ardita, infatti, ha riportato che le dichiarazioni di Gratteri hanno avuto poi un riscontro: “Sono state svolte indagini su alcuni magistrati che hanno portato ad evidenze gravissime: a contestazioni per falso e in certi casi anche a contestazioni per corruzioni che erano fatti successivi a questa dichiarazione e che dimostrano che il problema c’era. Ma non riguarda il procuratore Gratteri il quale si è limitato a dire non posso rispondere”. Dopo le dichiarazioni di Ardita è stata la volta del collega Nino Di Matteo il quale ha voluto sottolineare che “la polvere sotto il tappeto la vogliono riporre altri: coloro i quali auspicano che in nessun caso un procuratore della repubblica possa illustrare i risultati delle inchieste”; coloro i quali “vogliono approfittare di queste situazioni e di eventuali dichiarazioni” per cercare di mettere contro i pubblici ministeri e i giudici; coloro i quali usano legittimamente “tutte le possibilità di contribuire in fase parlamentare ad approvare nuove leggi partite da un esposto del presidente delle camere penali”. Su quest’ultimo punto Di Matteo ha voluto ricordare che nell’attuale “Parlamento, cioè quello che ha approvato la nuova normativa in materia di esternazioni possibili ai procuratori della repubblica (di cui la legge sulla presunzione di innocenza, ndr)” ci sono oltre un centinaio di avvocati di cui molti di questi penalisti, “aderenti alle camere penali” e impegnati tutt’ora “a svolgere la loro professione di avvocato mentre ricoprono l’importante incarico parlamentare”. Una situazione paradossale che già di per sé dovrebbe suscitare scandalo. Di Matteo ha poi ricordato le affermazioni del consigliere D’Amato secondo cui il dibattito odierno sarà inevitabilmente oggetto di strumentalizzazione da parte di soggetti esterni al Csm. “Le strumentalizzazioni saranno inevitabili - ha confermato Di Matteo - rispetto a questo dibattito che oggi abbiamo affrontato, che, ne sono certo, verrà prospettato come il dibattito di un Csm che si spacca rispetto ad una posizione e sulla condotta e sulle esternazioni del dottore Gratteri. Io credo invece che proprio in relazione a quelle che sono state le esternazioni del dottore Gratteri e a quelle che sono state le lamentele e le osservazioni da parte del presidente delle camere penali, questo dibattito abbia già allargato anche troppo i profili di approfondimento di una questione che dopo l’illustrazione, anche orale da parte del consigliere Celentano, della vicenda nella sua completezza forse non meritava e non merita ulteriore dibattito”.


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Il Procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri © Imagoeconomica


La campagna di delegittimazione contro Nicola Gratteri
Arrestato il 19 dicembre del 2019 l’avvocato ed ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli, da poco tornato agli arresti domiciliari, è imputato al maxi processo Rinascita Scott (istruito dal procuratore Nicola Gratteri e dal pool della Dda di Catanzaro) per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i magistrati sarebbe un “uomo cerniera”, che “accreditato nei circuiti della massoneria più potente, è stato in grado di far relazionare la 'Ndrangheta con i circuiti bancari, con le società straniere, con le università, con le istituzioni tutte, fungendo da passepartout del Mancuso, per il ruolo politico rivestito, per la sua fama professionale e di uomo stimato nelle relazioni sociali". Inoltre, secondo i magistrati, “avrebbe messo sistematicamente a disposizione dei criminali il proprio rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano a livello politico-istituzionale, del mondo imprenditoriale e delle professioni, anche per acquisire informazioni coperte dal segreto d’ufficio e per garantirne lo sviluppo nel settore imprenditoriale”. Pittelli è stato indicato da alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Andrea Mantella, come esponente di una rete “aggiustaprocessi”. Altro pentito che ha parlato di Pittelli è stato Cosimo Virgiglio. In particolare quest'ultimo, già sentito in diversi procedimenti come ‘Ndrangheta stragista o il processo Breakfast, ha sostenuto che l'avvocato Pittelli avrebbe avuto una doppia appartenenza, quella "pulita" con il Goi (da cui ora è sospeso) del distretto catanzerese e poi quella "coperta" legata alla Loggia di Petrolo di Vibo.


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L’avvocato Giancarlo Pittelli in uno scatto d'archivio © Imagoeconomica


Nonostante le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e le indagini della magistratura per alcuni l’avvocato Pittelli è stato “sequestrato” in carcere con la sola colpa di “aver scritto una lettera al ministro Carfagna”, tanto che giornalisti, avvocati, politici, aspiranti politici, sardine, ex ministri, ex europarlamentari, addirittura 25 senatori e deputati in carica, registi come Tinto Brass ed ex calciatori come Beppe Signori hanno sottoscritto l’appello per la scarcerazione dell’avvocato con il sostegno di un comitato promotore presieduto dall’ex penalista Enrico Seta. Tra i firmatari figurano soggetti della vecchia guardia democristiana come il condannato Totò Cuffaro e la sardina Jasmine Cristallo. L’assicurare ai detenuti condizioni umane e di vigilare sull’adeguata applicazione della pena è un intento nobile. Meno nobile è invece l’azione di delegittimazione nei confronti del procuratore Nicola Gratteri apostrofato più volte in relazione al caso Pittelli come un tiranno o peggio. Ricordiamo che Pittelli è rientrato in carcere dopo che si era appreso di una lettera che aveva scritto ad ottobre al Ministro per il Sud Mara Carfagna, in cui le chiedeva aiuto per risolvere la questione legata alle sue vicende giudiziarie. La segreteria del Ministro aveva poi inviato la lettera di Pittelli all'ispettorato di Palazzo Chigi che, a sua volta, l’aveva trasmessa alla Squadra mobile di Catanzaro per poi giungere alla Dda. Da qui l'aggravamento della condizione detentiva di Pittelli per violazione delle prescrizioni imposte dagli arresti domiciliari. Il sentire generale comunque è che la vicenda di Pittelli si sia voluto strumentalizzarla al fine di colpire la credibilità delle inchieste di Nicola Gratteri portando avanti una vera e propria campagna di delegittimazione. D'altronde in questo Paese già in passato si sono verificati episodi simili. Primo fra tutti quello dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche loro messi alla gogna per via delle loro inchieste e dei loro processi e definiti “giudici politicizzati” e “sceriffi in carriera”. Oggi come ai tempi del maxi processo di Palermo si attaccano quei magistrati che, come Gratteri, non hanno temuto di alzare il livello delle loro indagini fino ai più alti livelli di potere. Ed è proprio per questo che danno fastidio.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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