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A Report il verbale inedito dell'estremista nero Alberto Volo ai pm Di Matteo e Tartaglia

Nella sua disperata corsa contro il tempo per la ricerca della verità sull’attentato che strappò la vita all’amico e collega Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e alla loro scorta, Paolo Borsellino avrebbe iniziato a battere la pista che vede in simbiosi, in qualità di esecutori e mandanti, mafiosi, neofascisti e agenti dei servizi segreti. E’ questo il nuovo dettaglio che emerge a ormai 30 anni dall’”Attentatuni”. A raccontarlo è l’estremista Alberto Volo, professore palermitano, un tempo allievo ufficiale paracadutista della Folgore a Pisa, e personaggio chiave degli intrecci tra servizi segreti ed eversione nera, in un verbale inedito rilasciato nel luglio 2016 ai sostituti procuratori di Palermo Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia, due dei quattro pm che indagavano sulla Trattativa Stato-mafia, e riportato ieri in esclusiva dalla trasmissione “Report”. Volo, classe 1948 deceduto il 23 settembre 2020, ai magistrati palermitani raccontò di un incontro avuto con Borsellino nel giugno 1992, a cavallo tra la bomba di Capaci e quella che il 19 luglio lo ucciderà in via d’Amelio insieme alla scorta. Volo racconta di essersi visto con il magistrato a Trapani in un locale non lontano dallo svincolo autostradale. Di questo incontro non c’è nulla nell’agenda grigia di Borsellino, ma non è da escludere che possa essere stato appuntato in quella rossa, sottratta da mani non mafiose il giorno della sua morte. Ad ogni modo, l’estremista di destra si sarebbe rivolto a Borsellino che era “l’unica persona che poteva chiarire. Ero disposto - raccontò - a fare l’esca, perché sono convintissimo che ci fosse un unico filo rosso legato a quello, che l’ordine fosse partito da Roma, convinto di nome e cognome del mandante. Proprio convinto!”. Volo si diceva convinto dell’esistenza di burattinai, di mandanti esterni alla mafia della strage del 23 maggio. E affermò che il magistrato era stato della stessa idea. Il periodo era lo stesso in cui il magistrato, riferendosi all’attentato, pronunciò l’indelebile frase “in questo momento, oltre che magistrato, sono testimone”, anticipando la sua volontà di andare a farsi sentire a Caltanissetta sulle informazioni di cui era venuto a conoscenza in quelle settimane.
Gli dissi quello che io temevo e scoprii - ha detto Volo ai pm - che lui era praticamente sulla stessa linea di pensiero, assolutamente. Soprattutto che non credeva assolutamente alla teoria del bottoncino. Io sono troppo intelligente per credere a questa sciocchezza”. Secondo Volo, quindi Borsellino non credeva, come lui, alla formula della matrice esclusivamente mafiosa dell’attentato di Capaci. Di qui l’allusione al bottoncino del telecomando schiacciato da Giovanni Brusca, oggi pentito.

Ai magistrati di Palermo Volo ha raccontato di essere stato agganciato e addestrato in quel periodo alle Canarie da un’organizzazione paramilitare. Dopo aver collaborato con Giovanni Falcone che stava indagando sull’omicidio Mattarella, tema della puntata di Report di ieri sera, insieme alla strage del 2 agosto ’80 a Bologna, tra il 1989 e il 1990 era andato in Spagna, su consiglio di Falcone, a suo dire, per poi tornare in Italia dopo la strage di Capaci per cercare di capire quel che stava accadendo in Sicilia. A Tartaglia e Di Matteo l’estremista ha riferito di aver svolto una sorta di sua indagine personale con tanto di sopralluogo a Capaci. L’estremista di destra era convinto che quella strage non poteva essere solo frutto dei corleonesi di Totò Riina. Volo, a partire dal 1989, aveva incontrato Giovanni Falcone molte volte. Racconta ai pm di averlo visto prima in un appartamento del centro di Palermo per poi verbalizzare le sue dichiarazioni sui suoi rapporti con un’organizzazione paramilitare simile a Gladio di nome ‘Universal Legion’. A Falcone, il professore aveva parlato delle confidenze ricevute, a suo dire, dall’estremista nero Francesco Mangiameli, altro personaggio toccato da “Report”, sull’omicidio Piersanti Mattarella. Poco prima di essere ucciso da Valerio Fioravanti nel settembre 1980, Mangiameli gli avrebbe confidato che “l’omicidio Mattarella era stato deciso a casa di Licio Gelli” e che ad uccidere il politico siciliano sarebbero stati i terroristi Gilberto Cavallini e Valerio Fioravanti stesso. Sul movente sempre Mangiameli “mi precisò che l’omicidio era stato provocato dalle aperture al Partito Comunista in quel periodo in Sicilia di cui Mattarella era il principale sostenitore”.
Ma i giudici che hanno assolti Cavallini e Fioravanti da queste accuse non hanno sposato questa pista, come ha ricordato questa mattina Il Fatto Quotidiano. Tuttavia “Report” però ha ricordato l’audizione di Falcone alla Commissione Antimafia del 22 giugno del 1990 in cui si comprende che il magistrato credeva alla pista nera per quel delitto.

Il verbale rilasciato alla Dda di Palermo nel 2016 è stato depositato agli atti del processo per l’omicidio dell’agente di polizia e cacciatore di latitanti Antonino Agostino, che vede imputato il boss dell’Arenella Gaetano Scotto, vicino ai Madonia e Francesco Paolo Rizzuto (accusato di favoreggiamento) e (in abbreviato Nino Madonia, già condannato in primo grado all’ergastolo).
L’agente ucciso a Carini nell’agosto 1989 con la moglie incinta Ida Castelluccio è al centro di molte domande della testimonianza di Volo di cinque anni fa perché Falcone, secondo lui, avrebbe disposto che Volo fosse protetto dalla Polizia e proprio l’agente Agostino era uno degli addetti al servizio.
All’ultima udienza del processo in corso a Palermo sul caso Agostino, l’ex dirigente del Commissariato competente, Elio Antinoro, ha affermato, sminuendo, che non ci sarebbe stata una scorta ma solo “vigilanza visiva molto scarna”. Il pm Domenico Gozzo ha fatto notare, all’ex dirigente del commissariato, che nelle intercettazioni Volo dice su Agostino che lo “conosceva perfettamente (…) perché mi aveva fatto la scorta per un periodo”. Ma il teste ha insistito sulla sua posizione. Una testimonianza “criptica” la sua, tanto che in più occasioni il Presidente della Corte, Sergio Gulotta, ha invitato l'ex poliziotto, oggi in pensione, a non essere “vago”, “generico”. Sempre su Antinoro e Volo, come riporta Il Fatto Quotidiano, nella testimonianza dell’estremista raccolta dai pm di Palermo, pare che fu l’ex dirigente del Commissariato ad aver organizzato l’incontro con Borsellino. Ma non risulterebbe che Antinoro abbia confermato tale circostanza sulla quale la procura di Palermo è ancora al lavoro. Volo è scomparso circa due anni fa, le sue dichiarazioni, ora che siamo al trentennale delle stragi, avrebbero potuto fornire ulteriori elementi utili ad acciuffare la verità su quei 57 giorni di fuoco che separano le stragi di Capaci da quella di via d’Amelio.

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