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"L'estremista nero, Alberto Volo, mi diede una cassetta. Si parlava di Ustica ed altre cose, ma non la trovo più" 

La nascita e l'attività del Commissariato San Lorenzo, il rapporto di collaborazione con l'estremista nero Alberto Volo, gli incarichi svolti dal poliziotto Nino Agostino, gli incontri con l'ex numero tre del Sisde Bruno Contrada. Sono questi i temi principali affrontati dall'ex dirigente del Commissariato San Lorenzo, Elio Antinoro, sentito oggi davanti la Corte d'assise di Palermo presieduta da Sergio Gulotta nell'ambito del processo sul duplice omicidio Agostino-Castelluccio, che vede imputati il boss Gaetano Scotto, in qualità di killer, e Francesco Paolo Rizzuto, accusato di favoreggiamento.
Una testimonianza indubbiamente difficile. Tanto che in più occasioni il Presidente della Corte, Sergio Gulotta, ha invitato l'ex poliziotto, oggi in pensione, a non essere “vago”, “generico” e “criptico” nel rispondere alle domande delle parti.
Perché dalla morte dei due coniugi di verità nascoste ce ne sono state fin troppe.
Certo è che in quegli anni il Commissariato San Lorenzo della Polizia di Stato, nato poco dopo l'omicidio del piccolo Claudio Domino, si era distinto per la professionalità e la dinamicità nell’attività di indagine. Successi ottenuti anche utilizzando strumenti molto al limite come l'uso massiccio di confidenti o di cosiddetti “agenti provocatori” (“nei limiti previsti dalla legge - ha detto il teste - l'uso di soggetti che simulino la controparte nella misura di non prospettare ad una terza persona un'attività che non avrebbe fatto”).
Tra i “confidenti” che Antinoro gestiva in prima persona vi era anche Alberto Volo, l'ex neofascista che amava definirsi "agente al servizio dello Stato", grazie a cui vennero raggiunti anche alcuni risultati. 
“Io ricordo che conobbi Volo in Commissariato - ha detto in aula il teste - Lo spunto era il fatto che lui aveva qualche obbligo di firma. Per me fu un dovere morale provarci. Lo facevo con tutti. Il suo era un bel fascicolo. Si parlava di una sua partecipazione o conoscenza dell'omicidio del giudice Occorsio”.
Tuttavia, rispondendo alle domande del sostituto procuratore generale Domenico Gozzo (applicato al processo dalla Procura nazionale antimafia) Antinoro ha anche confermato che il Volo conosceva uno dei suoi fratelli, Rosario, in qualità di compagni di scuola. “Volo ebbe a vantarsi di questa conoscenza durante la chiacchierata. Mio fratello non era partecipe di organizzazioni di destra, ma era simpatizzante della Giovine Italia. Non aveva nessuna iscrizione - ha detto rivolgendosi alla Corte - Una volta, parlandomi di Volo mi disse che era una persona violenta ed inaffidabile”.
Tuttavia il rapporto con il confidente andò avanti. Ed è noto che di questa propensione collaborativa venne informato anche Giovanni Falcone che lo interrogò più volte.


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Il pubblico ministero, Domenico Gozzo © Imagoeconomica


Sicuramente di rilievo gli interrogatori che avvennero in gran segreto in Procura, tra il 28 marzo ed il 18 maggio.
“Io - ha aggiunto Antinoro - ricordo che il dottor Falcone mi raggiunse telefonicamente, dicendomi che aveva la necessità a livello investigativo di avere la disponibilità a collaborare del Volo. Su cosa? Sulla sua conoscenza su fatti eversivi e sulla sua appartenenza alla destra eversiva. Io lo dissi a Volo che in un primo momento ebbe a pensarci. Poi diede la sua disponibilità. Io accompagnai Volo da Falcone ed era anche presente un altro magistrato, il dottore Natoli. In un primo momento Volo ebbe a dichiarare che non avrebbe reso alcuna dichiarazione se non fossi stato presente. Ma i due magistrati chiesero di farla da solo. Da quel momento in poi io non seppi più nulla”.

La cassetta scomparsa
Nel corso della deposizione è stata anche ricordata la sparizione di una cassetta registrata che il Volo consegnò ad Antinoro all'epoca. “Diedi un ascolto veloce al tempo, ma forse neanche in maniera completa. Di cosa parlava? Di Ustica e c'era un accenno vago al dottor Falcone. Lui ebbe a dire che sapeva chi aveva ospitato nei giorni dell'omicidio Mattarella, Fioravanti e Mambro, evidentemente l'interesse era questo. Quella cassetta non l'ho più ritrovata. Ma ne parlai spontaneamente durante uno degli interrogatori. Quando la ricevetti da Volo? Prima di andare dal magistrato. Credo di avergliene parlato a Falcone. Ma non lo ricordo”.
Successivamente Antinoro, su domanda dell'avvocato Fabio Repici, non ha saputo dire se nel nastro vi fosse anche un riferimento alla strage alla stazione di Bologna.
Ciò che è certo è che la collaborazione di Volo era tenuta in alta considerazione nel momento in cui nei verbali raccolti da Falcone, finiti all’interno degli atti processuali per i delitti Mattarella, Reina e La Torre, egli confermava a Falcone la pista dei killer neofascisti per l’omicidio del presidente della Regione. Inoltre veniva rivelata per la prima volta l’esistenza di un’organizzazione segreta, chiamata “Universal Legion”, che coincideva perfettamente con quanto successivamente emerse su Gladio. Un dettaglio ritenuto importante proprio perché nel 1989 l’esistenza di Gladio non era ancora nota.

Il servizio di tutela
Un altro argomento critico è quello del servizio di sicurezza e tutela che fu organizzato proprio per l'ex estremista di destra. “Falcone mi disse che, avendo iniziato questa attività collaborativa, sarebbe stato opportuno darci un'occhiata. Al che dissi che avremmo potuto organizzare una vigilanza visiva, ma molto scarna. Cioè, senza fare nessun ordine di servizio o ordine di protezione, fare dei passaggi della volante da casa o da scuola, ma senza farsi vedere o fermarsi”. In tal senso il teste ha ribadito che nessuna persona fu incaricata a questo ruolo e che non ci furono incarichi di servizio.


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L'avvocato della famiglia Agostino, Fabio Repici © Imagoeconomica


Eppure
E che non sapeva nulla di quando si spostava in Tribunale. Un'anomalia se si considera, come ha ricordato Gozzo, che forse proprio quello poteva essere uno dei momenti più importanti per la sicurezza di Volo.
Nel corso dell'esame Antinoro ha escluso che Agostino potesse aver partecipato ad uno specifico servizio di tutela o scorta. Al che il pm Gozzo ha ricordato l'intercettazione, agli atti, del 23 giugno 2016 e del 4 luglio 2016. “Ci sono queste intercettazioni di Volo nell'ambito delle quali viene espressamente detto che 'quando ero in Gladio, quando era nei Servizi hanno ammazzato lui e sua moglie. Era un agente dei Servizi'. Poi dice che lo 'conosceva perfettamente' e successivamente dice 'il ragazzo lo conoscevo perché mi aveva fatto la scorta per un periodo'”. Ma Antinoro non si è spostato nella risposta. A suo modo di vedere Agostino non fece alcun servizio di tutela. Non solo.
Ha anche ribadito che l'agente “non ha mai fatto parte della squadra di polizia giudiziaria”. Sulla tutela, comunque non ha potuto escludere che Agostino possa aver fatto parte dei servizi di passaggio della volante a tutela del Volo.
Nel 2016, però, disse ai pm di Palermo che “normalmente quel servizio veniva svolto dal commissariato non addetto alla squadra di polizia giudiziaria. Tra gli agenti che se ne occupavano credo di ricordare con elevata probabilità anche Antonino Agostino e La Monica. Comunque non c'era un numero fisso di agenti addetti a quel servizio”. La giustificazione rispetto alla contestazione del pm è che comunque “gli agenti nelle volanti cambiavano”.

La morte di Agostino
Non poche le perplessità rispetto ad altri episodi di cui il teste ha parlato anche in passato. Come l'incontro con Giovanni Falcone, in Prefettura, avvenuto poco tempo dopo l'omicidio del poliziotto Agostino: “Ci incontrammo casualmente. Lui era già in macchina. Scese e salutandomi mi chiese: 'Ci potrebbe essere qualche possibilità che la morte del poliziotto Agostino potesse avere dei collegamenti con quello che ci stiamo occupando?'. Capii che parlava di questa attività del Volo. Ed io dissi di no. La mia idea è che se non ci fossimo incontrati neanche ne avremmo parlato”.
Al di là di considerazioni e pensieri, però, il dato di fatto è che questo episodio venne riferito per la prima volta, seppur in maniera spontanea, soltanto nel 2016.
E quando l'avvocato di parte civile Fabio Repici ha chiesto come mai - sentito il 18 giugno 1992, a pochi giorni dalla strage di Capaci - non disse nulla di quell'incontro "casuale", Antinoro ha risposto: "Io ho risposto alle domande, nessuno mi ha chiesto. E comunque, oltre al fatto che lo ritenevo un fatto casuale per cui se non ci fossimo incontrati non me lo avrebbe detto. O al contrario se lo avesse ritenuto fondamentale mi avrebbe telefonato chiedendomi di andarlo a trovare in tribunale".


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Il poliziotto, Nino Agostino, e la moglie, Ida Castelluccio


Successivamente Antinoro ha raccontato della sua conoscenza con Agostino: “Lo avevo avuto già al Commissariato Palazzo Reale e poi a San Lorenzo. Lo conoscevo e non manifestò mai volontà di partecipare alle investigazioni - ha detto in un primo momento per poi correggersi dopo la contestazione - che l'unica volta, quando c'era all'ospedale civico era previsto un reparto detenuti, l'Agostino si propose di andare là per apprendere qualche notizia utile per le investigazioni, in genere. Ma quando ebbi a chiedere questa notizia nel vuoto, mi disse che non c'era niente”.
Contraddizioni che si sono nuovamente manifestate quando Gozzo ha contestato un primo verbale del 1989 in cui disse di essere a conoscenza di una relazione di servizio, redatta da un agente, suo amico (di Agostino) in cui questi afferma di aver avuto confidato da Agostino che lo stesso era in attesa del rientro a Palermo di un altro collega con il quale avrebbe iniziato un'attività informativa tesa a raggiungere un risultato importante. “Se è la mia dichiarazione in quel momento, chissà cosa pensavo e che ricostruzione mi ero fatto - ha detto diversamente oggi - la escludo. Io, per la mia conoscenza, escludo che lui abbia mai fatto attività investigativa”.
Ma perché allora disse al tempo di essere stato a conoscenza della relazione di servizio?
“Non escludo di aver dichiarato di poter essere a conoscenza. Avrò fatto quella dichiarazione, e se l'ho fatta è sicuramente vera. Ma parliamo di una relazione di servizio fatta da un collega che parla di un altro collega”. Ma la contraddizione è evidente.

I servizi ed il “prezziario” dei latitanti
Un ultimo argomento è stato poi il rapporto tra il Commissariato ed i servizi segreti. “Erano scarsi. I colleghi dei Servizi in quel periodo erano soliti raggiungere gli uffici per ottenere informazioni. E in quelle occasioni veniva usato, forse, anche un foglio spesa per cui, se si collaborava all'arresto di un latitante c’erano dei soldi. - ha riferito il teste - C'era questa brutta abitudine per invogliarci all'investigazione più completa per la cattura dei latitanti. C'era un prezziario diverso per le persone che si catturano. Con somme che non vanno immaginate per l'operatore di polizia, ma per il collaboratore che sa dove si trova il latitante”.
Una cosa diversa rispetto a quanto indicato da altri testi già auditi i quali avevano parlato di liste dove venivano identificati, diversamente prezzati, i principali latitanti di mafia ricercati. che portò alla entrata in campo di veri e propri “cacciatori di taglie” preposti alla loro cattura.
Ma diverso anche rispetto a quanto da lui stesso dichiarato nel verbale del 20 luglio quando parlava, come ha evidenziato Gozzo in contestazione di “elenchi con il calapino, prezzi, e milioni”. Oggi tutto questo, per Antinoro, si riduce alla “disponibilità di un valore per la cattura di un latitante”.
Antinoro, poi, se da una parte ha dichiarato di non aver mai avuto rapporti con i servizi, dall'altra ha però confermato che ebbe un incontro con un capocentro di Palermo, nel 1990, per arrivare all'arresto di Armando Bonanno. Un fatto che, quando fu interrogato nel 2017, aveva dichiarato come “non possibile”. “Ricordo qualcosina - ha detto oggi - Prima che mi ponesse domanda specifica ebbi a dire che loro venivano agli uffici ed erano interessati alla cattura di latitanti. L'obbiettivo era il latitante di competenza di commissariato. Se in quegli anni, avendo avuto la notizia della possibilità di catturare Bonanno, se loro hanno scritto che l'hanno contattato ci sarà anche stato. Perché è normale. Ma non ricordo la fonte”. Quindi oggi non ha escluso il contatto con i Servizi. Ma di questo non avrebbe parlato con Bruno Contrada, nonostante lo abbia incontrato per tre volte (come dimostrano le agende dell'ex numero tre del Sisde).


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Il presidente della Corte, Sergio Gulotta © ACFB


Il teste ha detto di aver incontrato Contrada almeno due volte a casa, che conosceva in quanto gli fu presentato, quando era giovane, dal padre. Non ricorda, invece, i termini dell'incontro che vi fu al Commissariato.
Il processo è stato poi rinviato alla prossima udienza del 27 gennaio quando sarà convocato ancora una volta Guido Paolilli.
Verrà differita all'8 febbraio, invece, la citazione di Bruno Contrada. Il presidente della Corte di assise ha comunicato di avere ricevuto, via pec, una memoria da parte del legale di Contrada, l'avvocato Stefano Giordano, avente ad oggetto "veste che deve assumere il dichiarante Bruno Contrada". Alla memoria - ha comunicato Gulotta alle parti - è allegato un corposo numero di documenti per cui ha invitato le parti ad interloquire, dopo aver preso visione della memoria, già dalla prossima udienza.

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