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Con Lodato e Purgatori presentato a Roma il libro “I nemici della giustizia”

Etica, indipendenza e coraggio. Sono queste le tre parole che hanno indubbiamente caratterizzato la presentazione del libro “I nemici della giustizia” (ed. Rizzoli), scritto dal consigliere togato del Csm Nino Di Matteo e dal giornalista e scrittore Saverio Lodato. Accompagnati da Andrea Purgatori, noto conduttore della trasmissione Atlantide, i due autori hanno fatto una fotografia drammatica di quella che è la situazione all'interno della magistratura, della politica o dell'informazione. Ad ascoltarli, all'evento organizzato da La Feltrinelli presso la Galleria Alberto Sordi, tanta gente, a dimostrazione che certi temi sono di estremo interesse. Ancor più oggi, a pochi giorni dall'elezione del nuovo Capo dello Stato. Capo dello Stato che, come ha ricordato Purgatori nella sua introduzione, “chiunque esso sia, sarà anche presidente del Consiglio superiore della magistratura. E non bisogna scindere questi due ruoli, che sono fondamentali perché il Capo dello Stato in quanto presidente del Csm - che è l’organo di autocontrollo della magistratura - è il garante di uno dei 3 pilastri del nostro ordinamento democratico, del nostro Stato. Magistratura che ormai da 3 anni vive una condizione di tempesta. Una condizione di grande difficoltà con una caduta di credibilità su cui dobbiamo riflettere tutti”.
Ed è da questo spunto che Di Matteo ha iniziato il suo primo intervento: “I nemici della giustizia sono tanti, sono anche all’interno della politica, delle istituzioni. Sono, lo dico con tanto dolore, anche all’interno della magistratura. È in dubbio che noi dobbiamo approcciarci a questo momento particolare che stiamo vivendo con uno spirito di verità e dobbiamo riconoscere che la magistratura sta vivendo un momento molto particolare di perdita di credibilità a tutti i livelli”.


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Guardando agli scandali che si sono consumati all'interno dell'organo della magistratura (vedi caso Palamara, ndr) Di Matteo ha evidenziato come questi siano “l’epilogo quasi scontato del dilagare nel corpo della magistratura di metastasi vere e proprie che lo hanno guastato: il correntismo esasperato, carrierismo, la burocratizzazione del ruolo, la gerarchizzazione degli uffici di procura che costituiscono il cuore pulsante dell’attività giudiziaria. Non possiamo fingere di stupirci, non dobbiamo soprattutto in questo momento indulgere alla tentazione di minimizzare oppure far credere che sanzionato disciplinarmente il dottor Palamara e qualche altro protagonista di quegli eventi che sono noti a tutti, il problema sia risolto”. Del resto, ha proseguito il consigliere togato, “quelli che sono stati già giudicati erano comunque pedine, anche importanti ma pedine, di un sistema molto più complesso”.
Secondo Di Matteo nello stesso Consiglio superiore della magistratura “si dibatte tra una spinta al cambiamento ed una controspinta di coloro i quali sono ancora incapaci di liberarsi da certi retaggi che hanno condizionato in passato per molto tempo il consiglio: il criterio dell’appartenenza alle correnti, al criterio della vicinanza ad alcune cordate, anche estranee alle correnti, il criterio della logica di spartizione del potere e della spartizione degli incarichi direttivi e semi direttivi”.


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In questo momento di crisi della magistratura, inoltre, “c’è chi si vuole avvalere, per avviare un vero e proprio regolamento di conti contro la magistratura, anzi contro quella parte della magistratura che si è dimostrata in passato capace veramente di tendere il proprio ruolo a 360 gradi, di estendere al controllo di legalità anche all’esercizio del potere da parte di altri”. Una voglia di regolamento dei conti “dettata dalla vendetta nei confronti di quei magistrati che non hanno guardato in faccia a nessuno; una voglia diffusa, trasversale anche ai diversi schieramenti politici, di ricondurre, o meglio di ridurre l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. C’è una grande voglia di portare la magistratura, di portare l’ordine giudiziario a diventare un ordine collaterale e servente rispetto agli altri poteri. C’è una grande voglia di approfittare di questo momento per evitare che la magistratura possa in futuro fare il suo dovere. C’è una grande voglia di dimenticare, di ricondurre la lotta al sistema mafioso a dei livelli più bassi, cioè alla repressione soltanto del livello militare delle organizzazioni e invece ad una sostanziale svalutazione di quelli che sono stati comunque strumenti decisivi e fondamentali per innalzare il livello della legislazione antimafia”.
E non a caso Di Matteo ha ricordato lo strumento del pentitismo, lo strumento dell’ergastolo ostativo, lo strumento del 41bis o il sistema delle misure di prevenzione patrimoniale che sarà anche oggetto di riforma. “Certe volte - ha proseguiti il consigliere togato - ho quasi timore che veramente alcuni dei punti del cosiddetto 'papello' di Riina, cioè delle richieste che in quel momento le teste pensanti di cosa nostra ponevano a fondamento della strategia stragista si possano realizzare”.


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Le riforme da adottare
Di Matteo ha poi parlato della riforma Cartabia (“Ci sono degli aspetti molto significativi che si muovono in un crinale pericoloso: il primo è quello della previsione di un sistema che porta alla improcedibilità di un giudizio penale in grado di appello e in cassazione per l’eccessiva durata di quelle fasi del giudizio. Un altro aspetto che mi preoccupa particolarmente è quella dell’attribuzione al parlamento, quindi alle varie maggioranze parlamentari che di volta in volta prevarranno in parlamento, della individuazione dei criteri generali per esercizio dell’azione penale. Cioè sarà il parlamento che detterà, seppur a livello generale, l’agenda alle procure della repubblica e dirà quali processi si devono fare prima e quali processi si faranno dopo, ammesso ne residui la forza e il tempo”). Grave anche il dato per cui “la prima stesura della riforma Cartabia non prevedeva per la improcedibilità per giudizi di appello e di Cassazione eccezioni nemmeno per processi di mafia”.
Ed ha evidenziato come “anche questa volta è stato necessario che alcuni magistrati antimafia, quelli che ancora hanno il coraggio di parlare e sono rimasti pochi, prendessero la parola ed esponendosi direttamente dicendo 'guardate che in questo modo diventeranno a rischio molti processi importanti per delitti di mafia'”.
A proposito delle riforme utili, secondo Di Matteo per evitare l'influenza impropria delle correnti è necessaria la “previsione di un sistema elettorale che preveda un sorteggio temperato, platea di candidabili, e nell’ambito di questa platea magistrati potranno eleggere coloro i quali ritengono di eleggere. Meccanismo spezzerebbe il correntismo all’inizio”.


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La mentalità mafiosa delle correnti
Rispondendo alla domanda di Purgatori sul ruolo delle correnti e delle cordate il consigliere togato ha evidenziato come sia ancora sviluppata “la mentalità che se tu stai con me io faccio di tutto per portarti avanti, se tu non stai con me non conti nulla. Peggio ancora, la mentalità se qualcuno si accorge e denuncia questi fenomeni deve essere messo ai margini, combattuto, delegittimato, è una mentalità che per certi versi è molto simile a quella che seguono le organizzazioni mafiose. È l’antitesi del concetto di trasparenza nel funzionamento dei pubblici poteri, per questo va combattuta”. Secondo il magistrato “non ci potrà essere nessuna riforma che potrà risollevare la magistratura se, come più volte ha detto lo stesso presidente Mattarella, non ci sarà da parte di ciascuno dei magistrati un forte risveglio del senso etico, che deve appartenere a ciascun magistrato. Quel senso etico che ci deve ricordare sempre che la bellezza del nostro lavoro non è quella di potere fare carriera, di diventare procuratore capo, presidente del tribunale o presidente della cassazione. Ma sta nel lavoro quotidiano di chi indaga, di chi si sforza per accertare la verità, di chi come giudice si sforza poi per applicare la legge in modo uguale per tutti, senza lesinare ogni sforzo per la ricerca della verità, nella piena garanzia di tutte le parti processuali”.


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Dunque, secondo Di Matteo, “da sole le riforme non basteranno. La magistratura non deve cadere nell’errore di minimizzare o dimenticare. C’è grande voglia all’interno della magistratura di considerare questi scandali come momenti circoscritti che son stati il frutto del comportamento di pochi. C’è altro pericolo che scorre la magistratura in questo momento.
Dobbiamo dire le cose come stanno al nostro interno, dove e chi vuole approfittare di questo momento per diminuire l’indipendenza della magistratura”.
Per quanto riguarda le porte girevoli tra politica e magistratura, tanto Di Matteo quanto Saverio Lodato hanno evidenziato come attualmente siano solo 3 i magistrati o ex magistrati in parlamento a fronte di una presenza di 123 avvocati in parlamento: “E' inaccettabile che si faccia finta di ignorare un potenziale conflitto di interessi - ha affermato il consigliere togato - L’avvocato che fa parlamentare deve smettere di esercitare, almeno per la durata del suo mandato, per evitare che contribuisca a formare le leggi chi poi da quelle leggi deve difendere il suo assistito in tribunale”.

Le sentenze dimenticate
Nel corso della presentazione sono state ricordate anche sentenze importanti come quella Andreotti o quella Dell'Utri in cui si afferma che l'ex senatore “fu l’intermediario di un patto rispettato da entrambe le parti e in vigore dal 1974, quando questo patto fu stipulato a Milano, e il 1992 tra capi di famiglie mafiose palermitane e Silvio Berlusconi, che questo patto si concretizzò anche nel versamento continuo e periodico di somme ingenti di denaro, quando i morti che cosa nostra lasciava a terra erano centinaia e molti di loro appartenevano alle istituzioni. Ma tutto questo, in questo momento, in questo Paese non impedisce che quell’imprenditore di allora, Silvio Berlusconi, possa diventare Presidente della Repubblica”.


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Lotta alla mafia senza distinzioni politiche
Anche Saverio Lodato, nella sua analisi ha approfondito il rapporto che si è avuto nel tempo tra crimine organizzato, potere politici e giudiziario.
Il soggetto ‘principe’ che si era scontrato già con il rapporto tra quelle figure grigie e potere criminale era stato indubbiamente il giudice Giovanni Falcone “il quale nei brevi, intensi, difficili, tormentati, e che si conclusero poi con la sua morte, anni di carriera assieme al pool antimafia di Palermo guidato da Antonino Caponnetto, Paolo Borsellino, ebbe a che fare duramente con la questione tra i rapporti dei poteri criminali e la politica nella Sicilia di allora - ha detto - che quarant’anni fa vedeva uno strapotere di un partito che si chiamava la democrazia cristiana” la quale “aveva rapporti di ottimo vicinato con le organizzazioni mafiose”. “Molti di voi conoscono la carriera dei Giovanni Falcone, dovette” subire tante sconfitte istituzionali anche “all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, alla procura nazionale antimafia che ancora non si era costituita e all’interno della sua stessa corrente in magistratura che riuscì nel capolavoro di non votarlo”.
Tutto questo è stato fatto con l’accusa che le indagini di Giovanni Falcone, culminate poi nel maxi processo di Palermo, in realtà strizzavano “l’occhiolino a questo o a quel potere politico”.
“Io mi ricordo - ha continuato Lodato - uno sfogo di Giovanni Falcone, io ero allora corrispondente dell’Unità in Sicilia, mi disse: ‘Non ne posso più, un giorno mi attaccano perché sostengono che sono comunista, un giorno mi attaccano perché sostengono che sono socialista, un giorno fascista, un giorno mi dicono che sono cattolico, e un giorno ateo. Gli chiesi: ‘conclusione?’. ‘Conclusione: non vogliono capire che la magistratura se in Italia vuole fare il suo dovere, deve combattere la mafia senza distinzioni politiche di alcun tipo, indipendentemente dagli ostacoli che dovrà trovare sul suo cammino”.


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La contro-riforma della giustizia
“Trovo stucchevole questa discussione attuale sulla riforma della giustizia basata sul fatto che ci sarebbero ‘le porte girevoli’ tra politica e magistratura - ha detto il giornalista - Con Di Matteo siamo andati a vedere quanti sono questi magistrati presenti in parlamento, e lì abbiamo scoperto che i magistrati presenti nell’attuale parlamento sono tre, a fronte di 123 avvocati tra Camera e Senato, presenti tutti nella commissione giustizia della Camera e del Senato, nella quale si occupano degli stessi reati di cui sono accusati i loro clienti la mattina e per i quali nel pomeriggio” vedono “se questi reati possono essere ritoccati”. “Io credo - ha aggiunto - che gli italiani hanno capito molto bene quanto sia ipocrita e retorica questa discussione sulla giustizia italiana. E che sia ipocrita ce lo dicono due dati di fatto incontrovertibili e che nessuno vuole mai scrivere sui giornali o ripetere in televisioni. Che noi siamo l’unico Paese Europeo che dal dopo guerra a oggi ha avuto 28 magistrati assassinati dai diversi poteri criminali, mafia, ‘Ndrangheta, terrorismo e quant’altro. Che siamo il Paese in Europa in cui sono rappresentate le mafie più organizzate, più potenti, più feroci o miliardarie che esistano in tutta Europa.
Non viene detto. Come non viene detto che la nostra classe politica più compromessa con i poteri criminali e con la corruzione di qualunque paese europeo. Cosa voglio dire? Voglio dire che, una riforma della giustizia, se qualcuno ci volesse veramente mettere mano” noi “dovremmo partire da un solo principio ispiratore, la riforma della giustizia in Italia deve puntare alla sconfitta dei poteri criminali, della corruzione e della bonifica della classe politica italiana. Tutto il resto sono chiacchiere. E queste chiacchiere partono da un sogno che qualcuno in questi ultimi mesi sta facendo ad occhi aperti. E qual’è questo sogno? - ha chiesto Lodato - Poniamoci il problema che per un attimo riusciamo a cancellare dall’Italia l’esistenza delle mafie e della corruzione della classe politica. Vi chiedo: a questo punto la magistratura a che cosa servirebbe?


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Non servirebbe a niente. Servirebbe esclusivamente a punire qualcuno che non vuole pagare le contravvenzioni o per mancanza di mascherina. Che cosa voglio dire con questo? Che nell’impossibilità, nell’incapacità e nella mancanza di volontà da parte di questa classe politica di cimentarsi davvero in quella che venne chiamata trent’anni fa ‘la questione morale’, della quale oggi non si parla più perché è un argomento tabù (perché dovremmo discutere di una immoralità diffusa), il tentativo disperato è quello di fare sparire mafia, corruzione e coinvolgimento della politica in tutto questo. Ecco allora che per realizzare questo sogno occorreva un mago. Qualcuno che riuscisse a dire che da oggi in Italia la mafia non c’è più, la corruzione non c’è più. Il mago non l’hanno trovato. Hanno forse trovato una maga che a colpi di bacchetta magica vorrebbe fare scomparire quelli che sono gli ultimi baluardi che in Italia di registrano su questo fronte. Un colpo di bacchetta magica e scompare l’ergastolo ostativo contro i mafiosi, un colpo di bacchetta magica e scompaiono i processi troppo lunghi e difficili da fare per la lunghezza delle indagini, un altro colpo di bacchetta magica e scompaiono i diritti delle vittime nei processi. E alla fine cosa resta? - ha chiesto concludendo - Restano gli imputati, restano gli avvocati. Di tutto il resto non si parla”.


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Saverio Lodato ha inoltre sottolineato la preoccupante ‘patina di silenzio’ che sta avvolgendo il tema della riforma della giustizia. “Recentemente - ha detto - una grossa emittente televisiva che settimanalmente propina i suoi spettatori sondaggi di ogni tipo, alcune settimane fa ha fatto un sondaggio molto analitico per chiedere agli italiani una ventina di cose” tuttavia senza fare una sola domanda sull’attuale “proposta della riforma della giustizia perché tutti hanno capito che è un tentativo che punta quasi per incanto a fare sparire quelle ferite aperte del nostro Paese. Con la giustificazione assai bislacca che questo ce lo chiede l’Europa. Io non credo che l’Europa ci abbia chiesto questo. Non credo che esistano dei protocolli segreti per cui alla ministra Cartabia sia stato detto fai una riforma della giustizia in cui scompaia di incanto la lotta alla mafia, la mafia, la corruzione. E la riprova di questo c’è nel fatto che pur essendo noi il Paese con le più grandi mafie organizzate siamo anche il Paese che ha inevitabilmente i magistrati di eccellenza su questo fronte. Sono esattamente tutti quei magistrati antimafia che sdegnosamente la Cartabia non ha voluto ricevere in queste settimane di tentativo di riforma della giustizia sebbene proprio da quei magistrati venissero le critiche più dure nei confronti di questo progetto di riforma e allora voglio dire dai tempi di Giovanni Falcone non è cambiato gran che e forse ha ragione il dottor Di Matteo quando parla di un disperato tentativo da parte di questa classe politica di dare una spallata definitiva a questa magistratura perché un magistratura con queste caratteristiche in Italia non servirebbe proprio a niente”.


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La sentenza del Trattativa e la corsa per il Quirinale
Tra le domande di Purgatori non poteva mancare anche una sulla sentenza d’appello del processo Trattativa Stato-Mafia quando ci sono state le assoluzioni degli imputati ad eccezione dei mafiosi. “Quella sentenza - ha detto rivolgendo il quesito a Lodato - invece di essere valutata per quello che era, anche facendo una riflessione nel merito di cosa poteva significare, è stata valutata come la sconfitta della magistratura. Ci si è dimenticati che Marcello Dell’Utri, assolto in appello per il processo sulla trattativa, era stato però condannato con sentenza passata in giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa. Cioè un azzeramento non solo di un lavoro durato anni, ma anche un azzeramento di quelle responsabilità ormai accertate e di quelle ancora in corso di accertamento. Perché comunque quel processo è legato ad altre indagini che sono tuttora aperte. E quindi questa è la prova provata del fatto che la politica non aspetta altro che utilizzare, per esempio, una sentenza come quella per dire 'ecco i magistrati che fanno questo tipo di indagini non solo non devono farle ma vengono puniti'”.
“In quel caso - ha detto il giornalista parlando della reazione dei media alla sentenza di Appello del Trattativa - non venne portata sotto processo la magistratura che era stata sconfitta da quella sentenza. Ma quei magistrati antimafia che si contano e si contavano sulle dita di poche mani che avevano osato puntare ai livelli alti delle complicità mafiose”.


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Ricordiamo che a seguito di quella sentenza era stata imbastita una vera e propria campagna mediatica per santificare coloro i quali erano stati coinvolti nel procedimento. Primo fra tutti l’ex senatore Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa (pena finita di scontare). “Dell’Utri in questi giorni - ha detto Lodato - è a casa sua assieme al pregiudicato Verdini e mandano i pizzini ai loro addetti, ai loro attaché politici per dire come bisogna votare Silvio Berlusconi, per evitare che ci siano i franchi tiratori e i giornali italiani dedicano foto a Verdini e a Dell’Utri insieme, come se fosse un gruppo misto al senato costituito da pregiudicati, ex delinquenti e delinquenti in carriera che fanno le loro proposte per il Quirinale! Noi siamo oltre al respiro di sollievo che hanno tirato alcuni sepolcri imbiancati di fronte alla sentenza di secondo grado per la trattativa stato mafia. Perché quella poteva essere una questione di tifoseria come nelle partite di calcio. All’andata hanno vinto quelli uno a zero e, un noto giornalista del Foglio lo scrisse ‘ci sarà la partita di ritorno’ poi c’è stata la partita di ritorno e qualcuno a giudizio di qualcun altro ha vinto la coppa del garantismo. Ma noi qui siamo ben oltre”.


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Le colpe del giornalismo
Alla fine del suo intervento Saverio Lodato ha fatto presente che la gravità della situazione odierna è da attribuire anche all’operato dei giornalisti poiché “noi ci siamo prestati alla favoletta che Cosa Nostra era una cosa e la politica era un’altra cosa e che poi crescendo la mafia avrebbe stretto i suoi rapporti con la politica”. “Pensiamo ad esempio agli anni '60, '70, '80, alle relazioni che le commissioni parlamentari d’inchiesta tenevano in tema di mafia e politica. Io credo che abbiamo la 18esima commissione parlamentare di inchiesta in Italia sul fenomeno mafioso. La prima venne costituita all’inizio degli anni '60, cioè sessant’anni fa in prossimità in coincidenza o subito dopo prima o subito dopo la strage di Ciaculli in cui vennero ammazzati a Palermo sette tra carabinieri e rappresentanti dell’esercito. Non esiste al mondo e in nessun Paese che studia un fenomeno criminale da sessant’anni con 18 commissioni parlamentari di inchiesta senza avere capito che ormai non c’è più niente da capire. Bisognerebbe soltanto agire ed intervenire. Ma noi abbiamo - ha continuato - raccontato questa favoletta e forse se fossimo partiti dal primo delitto eccellente che si ebbe a Palermo nel 1893, pensate bene, la mafia già c’era. Il delitto di Emanuele Nottarbartolo, direttore del Banco di Sicilia, assassinato dalla mafia perché volava sin da allora (120 anni non esisteva ancora la repubblica italiana) voleva bonificare il Banco di Sicilia con i suoi inquinamenti con la mafia e i prestiti a perdere che faceva nei confronti dei mafiosi, venne assassinato con 27 coltellate. Mandante di quel delitto venne considerato un senatore del Regio Senato di allora, Palazzolo, ma per ottenere la sua assoluzione si dovettero ottenere quattordici anni di processi fin quando Palazzolo venne finalmente assolto e rientrò a Palermo dal carcere di Firenze, da una manifestazione oceanica al grido di ‘Viva Firenze! Viva la giustizia! Viva il senatore Palazzolo’. Già allora la mafia aveva nel suo Dna i rapporti con la politica. In questi decenni siamo anche noi caduti, forse grossolanamente nella favoletta per giungere oggi alla considerazione che forse è diventato davvero difficile distinguere in natura dove finisce il mafioso e dove comincia il politico, dove finisce il politico e dove finisce il mafioso, e non mi si dica perché lo so benissimo che ci sono uomini politici per bene ma sono gli uomini politici che in Italia contano di meno perché quelli che contano di più sono gli altri”.


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Nel concludere l'evento Di Matteo ha evidenziato un'altra problematica come la gerarchizzazione delle Procure: “Oggi ho notato certe volte nei giovani colleghi, l’accettazione di un ruolo di gregario, qualsiasi cosa viene adottato solo se gradito al procuratore o all’aggiunto. Anche questo mi preoccupa tanto. Credo che magistrati non debbano stare in silenzio, devono parlare, devono spiegare senza violare mai il segreto delle investigazioni, devono spiegare all’opinione pubblica anche quello che fanno. Con la scusa di rafforzare la presunzione di innocenza, che non c’entra nulla, si vieta ai magistrati di parlare con giornalisti persino di inchieste e processi non più coperti dal segreto, se non con comunicato stampa o con conferenza stampa. Ma noi cosa avremmo saputo della stagione delle stragi se anche i magistrati non avessero contribuito a spiegare la loro attività? C’è necessità di trasparenza che deve prevalere su ogni altra cosa, e che invece si sacrifica perché determinate riforme ce le chiede l’Europa”. Ed infine ha affermato: “L’Europa è quella che non conosce il reato di associazione mafiosa, l’Europa è quella che ha creato presupposto per abrogazione dell’ergastolo ostativo, quella che non riesce nemmeno a comprendere la specificità del fenomeno mafioso e quindi pronuncia anche delle sentenze nelle sue corti, come quella del caso Contrada. L’Europa, mentre le mafie stanno distruggendo economie altri stati non fa nulla per copiare quel sistema processuale italiano concepito negli anni '80-'90: sistema misure prevenzione patrimoniale, sistema del 416bis, doppio binario. Ci fosse una volta in cui noi tentassimo di esportare le esperienze migliori in termini di azione politica nella lotta alla mafia. È questo che noi dobbiamo denunciare. Ormai ci stiamo abituando ad un sistema nel quale un magistrato che esprima la sua opinione viene subito segnalato per l’eventuale iniziative disciplinari. Non è questa l’esigenza di libertà e di democrazia che possiamo perseguire in questo mondo”.


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Foto © Paolo Bassani

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