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Morto per aver condotto inchieste su mafiosi, politici e massoneria



Parlare di Giuseppe Aldo Felice Alfano - per tutti "Beppe" - sarebbe ipocrita se non si mettesse l’accento su cosa stava lavorando prima di essere ucciso, sui depistaggi che seguirono il processo, sulle rivelazioni del pentito Carmelo D'Amico e su quei patti inconfessabili tra mafia e massoneria deviata da sempre presenti nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto, 'rifugio' dell'eminenza grigia Rosario Pio Cattafi - “zio Saro” per il capo dei capi Totò Riina - su cui è stato riconosciuto il sigillo della mafia almeno fino a marzo del 2000. Beppe Alfano è stato assassinato l'8 gennaio del 1993 a soli 47 anni, i mandanti esterni, cosi come gli esecutori materiali e le cause dell'omicidio sono ancora oggi oggetto di indagine nonostante la celebrazione di ben quattro processi. Una delle ipotesi si orienta verso la latitanza nel barcellonese del boss catanese Nitto Santapaola: Alfano, in base agli atti del processo trattativa stato - mafia sarebbe venuto a conoscenza della presenza del capomafia in quei luoghi. Ma anche in questo caso la macchina del depistaggio si era attivata e le indagini ne erano state profondamente danneggiate. La storia giudiziaria ebbe tuttavia un nuova svolta nel novembre 2021 quando nell'ambito dell'inchiesta "ter" - rivolto all'individuazione di "possibili ulteriori mandanti dell'omicidio" - Stefano Genovese, la cui posizione era stata archiviata nel dicembre 2020 assieme a Basilio Condipodero, è nuovamente tornato ad essere iscritto dalla Dda di Messina nel registro degli indagati. Nello specifico Genovese era accusato di essere uno degli esecutori materiali dell'omicidio del giornalista ma al tempo, secondo il gip di Messina Valeria Curatolo, non c'erano prove sufficienti contro la sua persona. Era stato il collaboratore di giustizia Carmelo D'Amico a definire Genovese e Condipodero rispettivamente sicario e basista dell'omicidio. Dichiarazioni poi confermate dal fratello Francesco D'Amico che aveva riferito in merito notizie "de relato". Ed anche un altro pentito, Nunziato Siracusa, aveva tirato in ballo Genovese. Inoltre a supportare le dichiarazioni del pentito D’Amico, ci sarebbero anche quelle del collaboratore Biagio Grasso che ha raccontato di aver saputo da Antonino Merlino (che gli confessò la propria innocenza) il nome del vero responsabile dell’omicidio, e cioè il killer barcellonese Stefano Genovese.
Merlino, occorre ricordare, era stato imputato assieme ad Antonino Mostaccio, ex presidente dell’Aias e al boss Giuseppe Gullotti durante il primo processo per la morte di Beppe Alfano, iniziato nel 1995. Gullotti venne condannato in via definitiva come mandante e Antonino Merlino come esecutore materiale dell’agguato mentre per Mostacchio era stato assolto. Ma sul caso sono rimasti aperti tanti aspetti, a cominciare dai motivi che hanno portato Cosa nostra a compiere questo omicidio eccellente. Secondo l'avvocato Fabio Repici il delitto rappresenta il "più grave dei crimini commessi a Barcellona Pozzo di Gotto da Cosa nostra". Non solo. "E' questo il crimine sul quale maggiormente organi istituzionali hanno mostrato il loro volto peggiore, con la commissione di sconvolgenti omissioni e veri e propri depistaggi". Nella memoria depositata infatti - come ha riferito in un’intervista all’agenzia Agi Sonia Alfano - vengono “descritti documentalmente gli innumerevoli depistaggi che sono stati adoperati da Olindo Canali (il pm al quale Alfano avrebbe rivelato di sapere della latitanza di Nitto Santapaola, ndr) il quale chiaramente non ha agito da solo, ma con la complicità di apparati istituzionali deviati con cui lui era in contatto”. Olindo Canali è attualmente accusato di corruzione in atti giudiziari con l’aggravante, scrivono il procuratore della Repubblica, Giovanni Bombardieri, e l’aggiunto, Gaetano Paci, di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività di Cosa nostra e in particolare della famiglia di Barcellona Pozzo di Gotto. La data del processo è prevista per il 10 giugno 2022. Canali era l’autore di una lettera anonima presentata durante il processo Mare Nostrum. In quella lettera, oltre a venir screditato l’avvocato Fabio Repici, veniva esternato il dubbio che la persona condannata al processo per omicidio di Beppe Alfano, cioè Pippo Gullotti, non fosse il responsabile dubitando anche la validità delle indagini condotte da Canali stesso.

I buchi neri ancora irrisolti
Resta in primo piano la vicenda della mancata cattura del boss Nitto Santapaola a Terme Vigliatore, con il boss catanese che avrebbe trascorso l'ultima fase della sua latitanza proprio nel messinese.
Di questo aspetto Alfano sarebbe venuto a conoscenza e, secondo quanto sostenuto dalla figlia Sonia Alfano, il padre era stato ucciso proprio per aver rivelato al pm Olindo Canali la presenza di Santapaola a Barcellona. Sempre la Alfano ha raccontato di documenti spariti riguardanti traffici di armi e uranio sui quali il padre stava indagando.
Quegli appunti - ha ricordato in più occasioni - sono spariti da casa la sera stessa dell’omicidio, dopo la perquisizione delle forze dell’ordine. Alle 22.45 dell’8 gennaio 1993 piombarono a casa nostra oltre 50 agenti di vari corpi che portarono via numerose carte ed effetti personali, ma non tutto ci è stato restituito. Tante cose, anzi, non sono state neanche verbalizzate”.
Tra i buchi neri ancora irrisolti, vi è inoltre il mistero della Colt 22, l'arma usata per l'omicidio, mai sottoposta a perizia balistica, le cui tracce sono state scoperte dall’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia Alfano. In un verbale del 28 gennaio ’93, acquisito agli atti del processo, veniva riportato che 20 giorni dopo l’assassinio di Alfano, Olindo Canali (all’ora titolare dell’inchiesta) aveva scoperto che l’imprenditore Mario Imbesi possedeva una Calibro 22 e se l’era fatta consegnare con un iter quantomeno insolito. Il magistrato, infatti, invece di sequestrare l’arma, aveva atteso un’ora e mezza che l’imprenditore fosse andato a casa a prelevare la pistola per poi prenderla in consegna. Dopo otto giorni, il 5 febbraio, il revolver era stato restituito al proprietario, ma agli atti del processo non risulta alcuna perizia balistica sull’arma. Solo diciassette anni dopo la morte di Alfano, nel 2011, la Scientifica dimostrerà che quell’arma, con l’omicidio del cronista, non c’entra niente.
La fitta coltre che è stata sollevata attorno all’omicidio Alfano è indice che qualcosa di inconfessabile si è verificato nel 1993. Qualcosa che ha come protagonisti la “Cosa Nostra”, i “fratelli” Barcellonesi e la latitanza di Nitto Santapaola. Ora rimangono tre filoni ancora da seguire: l’indagine su Stefano Genovese, il processo a Olindo Canali e il processo di revisione per il boss Giuseppe Gullotti in corso a Reggio Calabria. Vedremo se alla fine riusciremo ad avere la verità.

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