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Su Rai 3 la trasmissione di Ranucci tratteggia la vera faccia della ‘Ndrangheta, tra accordi e potentati

E’ un viaggio all'origine della ‘Ndrangheta, quello intrapreso ieri su Rai 3 dalla trasmissione Report, condotta da Sigfrido Ranucci. I giornalisti Giorgio Mottola e Paolo Mondani hanno riavvolto il bandolo della matassa della più potente e ricca organizzazione criminale del continente, analizzando carte, testimonianze, confessioni. Report ha sentito in via esclusiva ex affiliati, membri riservati e condannati, ricostruendo la storia della cupola segreta degli Invisibili: politici, imprenditori e professionisti che fanno parte della direzione strategica della ‘Ndrangheta e che hanno consentito alle cosche di mantenere rapporti con le istituzioni, la massoneria deviata e i servizi segreti. La rifondazione della ‘Ndrangheta contemporanea ha una data precisa: il 26 ottobre del 1969. Quel giorno sull'Aspromonte, a Montalto, si svolge un summit dei capi cosca a cui partecipano i leader della destra neofascista. E’ Paolo De Stefano a portarli e a tratteggiare la nuova faccia della ‘Ndrangheta, più imprenditoriale e politica. Sono anni tesi quelli, a Milano esplode una bomba neofascista alla Banca dell’Agricoltura che dà i natali agli anni di Piombo. Poco dopo scoppiano i famosi moti di Reggio Calabria e si prepara il golpe Borghese, sempre di matrice neofascista. È in queste occasioni che la storia della ‘Ndrangheta si incrocia con la P2 di Licio Gelli e nasce la “Santa”, la struttura segreta che consente alle famiglie ‘ndranghetiste di avere rapporti diretti con le logge deviate, entrando nelle stesse e egemonizzandole nel tempo, come raccontò l’ex Gran Maestro del Goi Giuliano Di Bernardo. Da quel momento parte una scalata al potere mai vista prima che ha consentito alla ‘Ndrangheta di entrare nel cuore delle istituzioni italiane, deviando indagini, orientando politiche grazie ai propri emissari politici in Parlamento e facendo arricchire i propri faccendieri di riferimento.


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Invisibili
Come detto, per assicurarsi il potere sulla regione e sul Paese, la ‘Ndrangheta si sarebbe servita, nel corso degli anni, di una vasta quantità di uomini d’affari, politici, avvocati e funzionari di Stato. Tutti soggetti invisibili dalla doppia pelle che si muovono indisturbati nella fantomatica “zona grigia” per interesse esclusivo delle locali di ’Ndrangheta. A inizio servizio si parla di Giuseppe Scopelliti, ex sindaco di Reggio Calabria. Fu contro di lui che la ‘Ndrangheta si pensò avesse ordinato un attentato con un ordigno piazzato nel bagno del comune. L’esplosivo, stando alla ricostruzione di Report, sarebbe proveniente dall’arsenale trovato a metà anni ’80 nel relitto della “Laura C”, da dove negli anni ’90, come testimonia l’ex ‘ndranghetista e collaboratore del Sismi Pasquale Nucera, “venne estratto 3/4 dell’esplosivo”, utilizzato, sempre secondo Nucera, “anche nella strage di Capaci”. Ma la cosa parimenti interessante è il fatto che quella bomba piazzata a Palazzo Giorgione nell’ottobre 2004 in realtà non era funzionante in quanto priva di innesco, come sottolinea l’ex deputato Fernando Pignataro, anche lui sentito da Report. Un attentato fatto ad hoc, dunque, dicono i pentiti, per favorire l’ascesa politica di Scopelliti che si trovava in difficoltà. “E’ stata una bufala”, aveva detto al processo “Gotha” il pentito ed ex assessore della giunta Scopelliti, Seby Vecchio. Una bufala “con l’aiuto dei servizi segreti”. “C’era stato l’interesse di Nicolò Pollari (al tempo numero uno del Sismi, ndr) coinvolgendo anche altre persone esterne ai servizi segreti affinché questo potesse andare in atto e portarlo comunque avanti”.

Il giorno precedente al rinvenimento dell’ordigno venne infatti diramata un’informativa dall’ex agente Sismi Marco Mancini, personaggio più volte trattato nel corso della puntata, in cui si affermava il pericolo di attentato della ‘Ndrangheta contro Scopelliti. Lo stesso Mancini che segnalò la presenza dell’ordigno in Comune e che però, sul punto, ha fatto scena muta alle telecamere di Report.

I servizi erano interessati a blindare la persona di Scopelliti affinché prendesse tutto e per tutto sia nel lato politico che nel lato personale di immagine e di successo”, sosteneva Vecchio a processo. “C’era bisogno di formarlo, inventarlo, strutturarlo e portarlo avanti nell’interesse delle consorterie ’ndranghetistiche”. “Peppe Scopelliti - secondo il pentito - rappresentava la famiglia De Stefano”. L’ex sindaco però si difende e a Report nega tutte queste circostanze oltre a negare di aver avuto rapporti con i De Stefano e la ’Ndrangheta. Del coinvolgimento dei servizi nella vicenda anche Nicolò Pollari smentisce. Ma di fatti, quell’attentato, “ha avuto l’effetto di compattare al tempo il centro destra intorno alla figura di Scopelliti e lanciarlo alla guida della Calabria”, sottolinea Ranucci. Infatti la carriera del primo cittadino subì un’improvvisa accelerata, la maggioranza si ricompose e venne eletto sindaco con il 70% dei voti per poi dimettersi a metà mandato perché portato in trionfo alla presidenza della Regione.


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Uomini cerniera
Un altro personaggio particolare che secondo i pentiti sarebbe cerniera tra la ‘Ndrangheta e sistemi di potere istituzionali trattato da Report è l’ex commercialista Giorgio Zumbo, che di recente ha finito di scontare in carcere 11 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Grazie ai suoi rapporti con i livelli più alti dei servizi segreti italiani sarebbe riuscito a pilotare, per conto di alcuni capi cosca, l’arresto di alcuni avversari e a passare soffiate sulle indagini in corso a capi mafia come Giuseppe Pelle, uno dei leader della ’Ndrangheta di San Luca. Una vicenda emblematica che potrebbe essere infatti la prova di un accordo nei primi anni 2000 tra la ‘Ndrangheta e pezzi di Stato. “Ho fatto parte di… e faccio parte di un sistema che è molto più vasto di quello che… ma le dico una cosa molte volte mi trovo a sentire determinate porcherie che a me mi viene freddo!”. “Ci sono servizi militari che sono solo militari cioè che non possono entrare persone che non sono militari. Io comunque faccio parte di questa come esterno”. Una conversazione pubblicata da Report per la prima volta, questa, che Zumbo ebbe in gran segreto con Pelle, incontrato in Aspromonte nel marzo del 2010, pochi mesi prima dell’inchiesta “Crimine infinito”, la più importante indagine della storia della ‘Ndrangheta che per la prima volta ricostruisce la struttura della mafia calabrese. “Io ho di sopra due operazioni scusate?” chiede il boss Pelle a Zumbo che gli risponde in maniera affermativa. “Quando la fanno l’operazione a Milano?”, chiese ancora Pelle. “Ancora di preciso non lo sappiamo ma lo sapremo… una settimana prima… io vi dico tutto quello che…”.
Sul punto Zumbo, intercettato da Mottola, fa il vago, ridacchia, dice e non dice e al giornalista si vanta che “di questa cosa non la sapeva nemmeno la procura di Reggio Calabria”. Ma sentenze definiscono Zumbo come uomo di collegamento tra ‘Ndrangheta e servizi segreti grazie ai quali per dieci anni circa le principali inchieste antimafia sono state depistate o manomesse. Per un lungo periodo infatti, i servizi militari hanno partecipato direttamente alle indagini sulla ‘Ndrangheta, nonostante questi non possano in alcun modo svolgere attività giudiziaria. Durante la sua detenzione, Zumbo, a colloquio con la compagna, disse che c’erano stati dei mandanti scesi addirittura da Roma per incaricarlo, di andare a contattare e dare garanzie a Pelle. In quell’occasione si lasciò sfuggire anche un nome: Mancini. A Mottola però dice di non essere l’ex sismi alle dipendenze di Pollari, Marco Mancini, ma dopo alcune insistenze ammette al giornalista di aver avuto contatti con lui.


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I riservatissimi
Uno dei capi di questa cupola di invisibili, come spiegato da Sigfrido Ranucci, sarebbe stato Paolo Romeo, l’avvocato che il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo questa estate ha fatto condannare in primo grado a 25 anni per associazione mafiosa al processo “Gotha”. Un processo che unifica varie inchieste importantissime - “Mammasantissima”, “Reghion”, “Fata Morgana e “Sistema Reggio” - che sta ridimensionando la storia della ’Ndrangheta.

Giuseppe Lombardo ha scoperto la “Cosa Nuova”, un’organizzazione formata da invisibili formata da mafiosi, politici, uomini della massoneria deviata e dei servizi segreti che ha radici lontane. Una cupola, come detto, ideata anche da Paolo De Stefano, boss, massone e fascista che ha rimodernizzato la ‘Ndrangheta e rimodellato i rapporti con le altre mafie, le logge e tutti i sistemi di potere un tempo esterni alla mafia calabrese. Era sua una delle menti raffinate celate dietro alla strategia della tensione nella quale l’Italia subì, tra le altre cose, il golpe Borghese e pianse il rapimento dell’on. Aldo Moro. Al processo ‘Ndrangheta stragista di Reggio Calabria, sempre condotto da un tenace Giuseppe Lombardo, il collaboratore di giustizia Nino Fiume aveva tratteggiato la figura di questa nuova organizzazione.

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C’è una ‘Ndrangheta che può essere paragonata a un treno con tanti vagoni e ogni vagone ha il so capo locale. Poi c’è il capo treno anche se temporaneo. Diciamo un treno locale. Poi c’è un altro treno ad alta velocità dove non possono salire tutti, ci vanno solo i capi e che al di sopra di questo treno c’è gente che viaggia in aereo e non si fa vedere che all’insaputa, anche dei passeggeri che stanno sul treno, dirige gli scambi e lo dirotta per quello che deve fare. Quelli sono i riservatissimi, se vogliamo chiamarli così”. Una metafora chiarissima, in cui i membri più alti di questa cupola sono raffigurati dai riservatissimi che lavorano a cavallo tra il mondo delle cosche, politica e istituzioni deviate. Il suo epicentro risiede in uno degli insediamenti più antichi della città dello Stretto, il quartiere Gallico, feudo elettorale e criminale proprio di Paolo Romeo, viene ricordato nella puntata. L’ex dirigente del MSI a Reggio Calabria, poi deputato del Partito Social Democratico, era un personaggio “inserito nel quarto livello politico”, afferma a Report Nucera, “gestiva un po’ i politici”. Un altro collaboratore sentito da Mottola, Carmelo Serpa, lo definisce come “unicum con la cosca De Stefano, curava rapporti sicuramente tra Paolo De Stefano e gente di Roma: politici e soprattutto esponenti dei servizi segreti”.

Paolo Romeo è infatti considerato cerniera tra massoneria, politica e servizi segreti. E’ sospettato di aver portato acqua al molino dei De Stefano ed è accusato dai pm di essere uno dei riservatissimi di ‘Ndrangheta. Anche Romeo, però, nega ogni circostanza alle telecamere e ironizza “sono lusingato dalle loro considerazioni, ma non è così io non sono nessuno".


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Ma nonostante la sua modestia, la procura reggina lo considera uno degli uomini più potenti della Calabria. Sarebbe stato regista occulto delle candidature degli ultimi 40 anni in Calabria, compresa quella di Scopelliti. E sempre dopo 40 anni è lo stesso Romeo ad aver confessato, solo a marzo di quest’anno, di aver coperto la latitanza del terrorista nero Franco Freda, accusato di aver organizzato la strage di piazza Fontana poi definitivamente assolto per mancanza di prove (cosiddetta "formula dubitativa”). “Fu un gesto politico”, aveva detto Romeo mesi fa. Un gesto che rientrerebbe in una precisa strategia criminale, quella dettata in una masseria a Montalto nel ’69 in cui parteciparono, secondo Serpa che di questo non ne aveva mai parlato davanti a una telecamera, la vecchia ‘Ndrangheta e quella nuova guidata da Paolo De Stefano che per l’occasione invitò “personaggi politici che ci possono portare soldi, armi e insegnamenti”: i neofascisti “Stefano Delle Chiaie” (fondatore di Avanguardia Nazionale), “Pierluigi Concutelli” (tra i capi di Ordine Nuovo che uccise il giudice Occorsio) e “Junio Valere Borghese” (gerarca fascista che tentò il golpe nel '70). De Stefano disse che era “gente che ci poteva mettere in condizioni di avere tutto”.


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Capitolo Matacena
Sempre riguardo ai riservati, nella trasmissione c’è stato anche spazio per la nota questione di Amedeo Matacena, ex parlamentare di Forza Italia, rampollo della famiglia proprietaria della “Caronte Tourist”, linea di traghetti che fa la spola tra la Calabria e la Sicilia.

Uno degli uomini più ricchi della Calabria vive a Dubai una latitanza dorata per evitare il carcere (è condannato per concorso esterno in associazione mafiosa). Riguardo alla vicenda “Caronte Tourist”, secondo il collaboratore Carmelo Serpa i Matacena “non sono mai stati proprietari di niente” ma sono stati scelti dalle cosche De Stefano, i Piromalli, gli Alvaro, i Serraino perché sapevano fare il loro mestiere ossia “fare camminare le navi”. Ma l’impero dei trasporti “non era dei Matacena era della ‘Ndrangheta”. Dal Canto suo Matacena - che la Procura di Reggio Calabria considera uno dei più grandi componenti riservati della ‘Ndrangheta - nonostante una condanna definitiva non è stato estradato in Italia. “Se lo stato italiano non riesce a farmi espletare la pena entro giugno 2022, decade la pena - dice soddisfatto ai microfoni di Report -. Ma non tornerò a vivere in Italia, non vi preoccupate, non è mio interesse”.


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La ‘Ndrangheta tra squadre e compassi
In quel summit veniva poi delineata una terza collaborazione, non stipulata ufficialmente, quella con la loggia P2 di Licio Gelli, regista che si cela dietro la strategia della tensione. “Per avere il controllo delle logge, del territorio e delle votazioni, Gelli - afferma Nucera - ha inserito un boss di ogni clan dentro alla P2, uno per ogni locale. Gelli ha rifondato il potere che ancora dura.” Nello stesso anno in cui viene costituita la P2 di Gelli, la ‘Ndrangheta si dotò di una nuova struttura interna, la “Santa”, con la quale “in origine si è data la possibilità solo a 33 ‘ndranghetisti di avere la doppia affiliazione”, ha spiegato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, anche lui intervistato. “Cioè entrare a far parte di una loggia massonica deviata, ovvero interagire con il mondo delle professioni e classi dirigenti. E quindi entrare nella stanza dei bottoni”. E’ grazie alla nascita della santa che il livello più alto della ‘Ndrangheta si fonda alle massonerie deviate dando vita e un nuovo sistema criminale. La mafia calabrese compie così, spiega la trasmissione, un vero e proprio passaggio di stato: da organizzazione statica si evolve, spezzando la ruralità delle vecchie regole, verso una struttura incorporea capace di permeare qualsiasi sistema politico e istituzionale. “La santa è il cervello della ‘Ndrangheta”, sostiene Nucera. Sempre secondo pentiti ora il potere della P2 sarebbe confluito in altre logge, tra le quali una dal nome mitologico chiamata “La Fenice”, fondata a San Marino da un certo Conte Ugolini, personaggio ai più sconosciuto poi divenuto ambasciatore della Repubblica di San Marino, che avrebbe ereditato parti del potere di Gelli. Anche questa loggia era legata a doppio filo con la ‘Ndrangheta, come ha raccontato il pentito ed ex massone Cosimo Virgilio al processo “Gotha”. “Dalla loggia P2 passa il potere ma non allo stesso modo della vecchia propaganda 2, non interessava a tutti i costi la politica, né una fazione, in mano però bisognava avere il potere economico finanziario, l’ingresso delle merci”.


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Questo era il sistema”, aveva spiegato Virgilio in aula. Non solo. Sempre Virgilio, sul tema, aveva parlato di Gianni Letta, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio. “Era un referente importante in quegli anni da un punto di vista politico per la ‘Ndrangheta, era l’espressione di questo sistema Ugolini sulla Calabria”. Secondo Virgilio, Gianni Letta sarebbe stato quindi uno dei referenti messo in piedi da Ugolini. Sempre Virgilio aveva parlato di un incontro con Gianni Letta in un ristorante di Catanzaro, avvenuto agli inizi degli anni 2000, per discutere di un investimento dei Lloyds di Londra in presenza di imprenditori e massoni calabresi. Raggiunto da Report l’ex sottosegretario, oggi 84enne, ha negato ogni circostanza dicendo di non saperne nulla e presumendo che Virgilio, ritenuto collaboratore attendibile dai magistrati, “si stia inventando tutto”. Certo è, tuttavia, che Gianni Letta, oggi pensionato a capo di numerosissime fondazioni di natura finanziaria economica e sanitaria, pur non essendo mai entrato in Parlamento, ha gestito il potere più di qualsiasi altro politico. E’ lui, per esempio, ad aver spinto Silvio Berlusconi a fare il patto del Nazareno e sempre per il cavaliere sta tessendo la tela per la sua nomina a Presidente della Repubblica, ora che è finito il mandato di Mattarella e si stanno caldeggiando le nomine per la poltrona del Quirinale.

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