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Oggi la Corte d’Assise ha sentito come testimone l’ex “re del narcotraffico”, dal 2010 collaboratore di giustizia

“In quel giorno (5 agosto del 1989 ndr) qualcuno dei ragazzi che gestivano la mia latitanza ci disse ‘oggi restate a casa’. Si capiva che c’era movimento di polizia in giro, anche se non si scese nei particolari. Era inteso di non andare in giro con la macchina. Poi la sera mentre mangiavamo abbiamo acceso il televisore e vedemmo questa tragedia. Mi colpì il fatto che si parlava di una donna assassinata”. Così Rosario Naimo, ex boss della famiglia di San Lorenzo legato ai Gambino, oggi collaboratore di giustizia, ha testimoniato oggi in udienza al processo per il duplice omicidio del poliziotto Nino Agostino e la moglie incinta Ida Castelluccio, avvenuto il 5 agosto 1989. Davanti alla Corte d’assise d’appello di Palermo, presieduta da Sergio Gulotta (Monica Sammartino, giudice a latere) sono imputati Gaetano Scotto, boss dell’Arenella, con l’accusa di essere stato esecutore materiale del delitto insieme ad Antonino Madonia (già condannato in rito abbreviato la scorsa estate) e Francesco Paolo Rizzuto, accusato di favoreggiamento.

Nel corso dell’udienza doveva essere sentito anche l’altro pentito Francesco Onorato, che però era assente per motivi di salute. L’unico ad aver deposto oggi è stato quindi Rosario Naimo, un uomo talmente influente da essere definito dal capomafia Totò Riina addirittura “più potente del presidente degli Stati Uniti”. L’ex boss di Cosa Nostra era l’anello di congiunzione tra cosa nostra siciliana e cosa nostra americana. In effetti, all’epoca della guerra di mafia, i “Corleonesi” Riina e Provenzano, cacciarono gli Inzerillo, così come altre famiglie mafiose, in America. Avevano salva la vita a patto che non tornassero più nell’isola. Naimo era stato scelto proprio per essere il garante di quell’accordo. Il pentito veniva definito anche il “re del narcotraffico” negli anni ’70 e ’80 e nel 1991 venne coinvolto in una inchiesta chiamata “Sea Port” e condotta da Giovanni Falcone riguardante un vasto traffico di cocaina tra Colombia, Stati Uniti e Sicilia.

Per più di venti anni è stato latitante e il primo posto in cui venne portato fu proprio una casa collocata a Capaci, dove trascorse tutto l’anno del 1989, per poi essere trasferito tra il 1990 e il 1991 a Mazara Del Vallo.





Durante il periodo trascorso in Sicilia, la sua latitanza veniva gestita dal gotha di Cosa nostra, composto da Salvatore Biondino, Salvatore Biondo “il corto” e Giovanni Battista Ferrante: gli stessi che gli dissero di restare a casa il 5 agosto del 1989, quando vennero uccisi Nino Agostino e Ida Castelluccio. Dalla testimonianza di Naimo emergono elementi interessanti. Primo fra tutti, il pentito ha confermato, secondo le sue conoscenze, che la dinamica del delitto, per la metodologia e l’organizzazione sottesa, è “tipica di cosa nostra”.

“‘Lo vogliono quelli dall’alto’. Lo diceva Riina”
Parlando di Totò Riina, il pentito ha riportato una frase pronunciata dal capomafia e che era già stata depositata nel verbale del 23 luglio del 2020, in cui Naimo affermò che “in occasione dell’arresto di Pippo Calò, Riina mi disse di occuparmi di un traffico di droga che doveva andare in America, perché così vogliono dall’alto”. È facile pensare che il capo dei capi si stesse riferendo a soggetti esterni all’organizzazione mafiosa. Forse a soggetti con un potere di decisione ancora più importante dello stesso Riina. Oggi, in udienza il teste ha confermato la sua deposizione, precisando che “la parola ‘dall’alto’ la sentì dire a Riina, specialmente la parola ‘vogliono così’. Non era parola di tutti i giorni, ma era una parola che in qualche occasione la sentì usare a Riina. Un caso particolare al momento non mi viene, ma faceva spesso questa definizione”.

I rapporti tra boss e dirigenti di polizia e la figura di Contrada
Il procuratore, approfondendo proprio sui rapporti esterni di persone di cosa nostra con esponenti delle istituzioni, come dirigenti di polizia o appartenenti ai servizi segreti, ha letto il verbale in cui sono contenute le deposizioni del teste, in cui Naimo aveva parlato di due dirigenti di polizia che avevano rapporti con Cosa nostra, Bruno Contrada che “copriva tutto” e il questore Di Tommaso Natale. “Questo Contrada lo sentì ai tempi di Riccobono”, ha confermato Naimo, riferendosi alla famiglia di cosa nostra a cui il pentito era affiliato negli anni ’80. “Ci fu un grande matrimonio e c’era uno di cui parlavano. Mi raccontarono un fatto, perché c’erano un sacco di persone. Uno della famiglia di Riccobono mi disse ‘lui è latitante e se n’è andato in questo matrimonio’ e poi disse ‘va be ma tanto c’è Contrada’. Fece una battuta del genere”. Il pentito non ha precisato però a chi si stavano riferendo quando sentì parlare di un boss latitante.





Rosario Naimo: un uomo quanto potente?
I viaggi oltreoceano, l’intermediazione nei traffici di stupefacenti e i rapporti con le famiglie mafiose italiane e di cosa nostra americana. Naimo non era uno qualunque, tanto che lo stesso Totò Riina andò a casa sua a Mazara Del Vallo, durante la latitanza, per presentargli Matteo Messina Denaro. “Saruzzo voglio che conosci, prima che vai via, a mio figlioccio. Per me è come un figlio e voglio che vi incontrate, non si sa mai nella vita. Voglio che state vicino che vi conoscete e state in contatto’”, gli disse Totò Riina, in base a quanto il collaboratore di giustizia ha riportato riguardo a questo incontro nel processo Trattativa Stato-Mafia. Dalle dichiarazioni che il pentito ha oggi rilasciato in udienza è emerso un rapporto molto particolare con il capo dei capi. In effetti più volte Riina gli chiese di uccidere, ma il pentito rifiutò di farlo.

Prima gli chiese di ammazzare John Gotti. “Io gli dissi ‘zio totuccio, ma se ammazziamo John Gotti a New York succede una guerra, succede un macello. Disse ‘fatelo’. Si sentiva che Riina era molto arrabbiato con questo Gotti perché aveva ucciso Paul Castellano e a lui ci teneva di più perché nel 1981 quando ero venuto dall’America con un mandato da Paul Castellano, da allora i due avevano allacciato una relazione con Riina. Poi, quando ammazzarono Castellano diventò rappresentante John Gotti. Riina si voleva immischiare anche in queste cose, dalla Sicilia. Diventò un pazzo. Io gli dissi che sarebbe successo un macello. Mi disse ‘tu fallo con qualcuno di fidato, fate finta che non sapete niente’”. Poi “questo attentato a Gotti non fu fatto”.

Ancora, “mi aveva chiesto pure di ammazzare il procuratore generale di allora Rodolph Giuliani. Questa volta mi arrabbiai sul serio. Con le persone che aveva mandato in America con questo mandato, gli dissi ‘fatevi i fatti vostri’, che questo fatto non si fa. Mi dissero: ‘ma il signor Riina?’. Gli risposi: ‘Con il signor Riina me la sbrigo io’. Di fatti poi sono sceso a Palermo per dire al signor Riina che questo fatto non si faceva. E non si è fatto. E questa è storia, non solo verità. Questa è storia”. Evidentemente, l’influenza e soprattutto il potere decisionale possedute dal Naimo permettevano allo stesso di contrastare persino un ordine del capo dei capi di Cosa Nostra.

La prossima udienza è stata fissata per il 26 novembre 2021, e quel giorno verranno sentiti i testimoni Cassillone Antonio, Genovese Roberto, Gioia Vincenzo, Mandaramo Maria Antonietta, Rizzuto Cosimo, Tranchina Luigi, Troisi Carmelo, Tutino Filippo, Vitale Benedetta.

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