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20211117 audizione ilardo

La figlia del collaboratore di giustizia sentita per la prima volta in Commissione. “Questo Paese è in debito con lui

Ho deciso formalmente di collaborare con la giustizia dopo essermi reso conto di quanto effettivamente ho perduto durante questi anni passati lontano dai miei familiari e dalle mie figlie, nella speranza che il mio esempio possa essere di monito e d’aiuto ai ragazzi che, come me, si sentono di raggiungere l’apice della loro vita entrando in determinate organizzazioni”.
Luana Ilardo, figlia di Luigi, inizia così, leggendo alcune delle più intime confessioni del padre, la sua audizione dinnanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia, accompagnata dal suo avvocato Felice Centineo. Una giornata storica quella di ieri per la figlia di Ilardo, cugino di Giuseppe Madonia ed ex reggente di Caltanissetta infiltrato per i carabinieri in Cosa nostra ucciso dalla stessa il 10 maggio 1996. Luana in mano regge e legge una piccola parte della trascrizione dei nastri resi dal padre al colonnello Michele Riccio che hanno rappresentato il suo inizio di collaborazione con la giustizia. “Ho deciso di collaborare dando la mia disponibilità anche perché voglio chiudere definitivamente con il mio passato e avere la fortuna di passare ciò che mi rimane da vivere vicino ai miei figli”, recita la donna trattenendo a stento le lacrime. “L’unica cosa che mi ha spinto a fare questa scelta è stata la ricerca di normalità nella mia vita e in quella dei miei figli che tanto amo”, disse a Riccio il pentito. Le pagine che Luana Ilardo sfoglia sono solo l’incipit di un documento preziosissimo redatto da lei e dal suo legale riassunto in 38 pagine che ripercorrono la storia del padre, nonché la sua determinazione e sventura. La sventura di un boss che ha avuto il coraggio di abbandonare un’organizzazione che si lascia solo con la morte, denunciarla e raccontare tutto ciò di quanto di segretissimo è venuto a conoscenza negli anni della militanza, affidandosi però a uno Stato che - volente o nolente - lo ha prima tradito e poi fatto uccidere.
Accanto a Luana siede il presidente della Commissione Nicola Morra - al quale va dato atto di serietà e sensibilità per aver portato a Palazzo San Macuto una vicenda complessa come quella di Luigi Ilardo - che senza nulla mancare alla formalità rivestita dalla sua carica istituzionale, la sostiene come può ascoltandola e aiutandola a sfogliare le fitte pagine dei documento portato all'attenzione dei parlamentari della commissione. Un documento preziosissimo, ha ribadito la donna, “prodotto da atti giudiziari, relazioni di servizio, audizioni di collaboratori di giustizia e deposizioni di addetti ai lavori”, che la Ilardo ha voluto far porre all’attenzione della commissione con la speranza che “possa essere l’inizio di un qualcosa”, di un percorso. Unica nota amara: le sedie vuote di alcuni membri della commissione appartenenti ai gruppi Pd, FdI, Fi, inclusa quella del leader di LeU Pietro Grasso, ex magistrato. Ai presenti, in particolare, viene chiesto di focalizzarsi su tutte quelle attività che non sono andate a buon fine nella gestione della collaborazione dell'ex boss "per evidenti imperizie, responsabilità e omissioni da parte degli uomini del Ros e di tutte le altre istituzioni che rimarranno verosimilmente causa della morte di mio padre”. Ragioni per le quali “questo Paese - afferma con forza Luana - è in debito con lui”.

La chiave di tutto: il mancato arresto di Provenzano
Dopo aver riportato le parole di suo padre, che oggi assumono più la forma di un testamento letto “per rendere dignità e componente umana, spesso totalmente ignorata e dimenticata in queste vicende”, Luana Ilardo, ascoltata con attenzione dalla Commissione per oltre due ore, riassume la vita personale e criminale di Luigi. Partendo dal racconto del contesto familiare che lo hanno portato all’affiliazione, agli anni di carcere, le torture fisiche (“anche con elettroshock”) subite in cella in isolamento per anni, fino alla decisione di collaborare con lo Stato notificata nel ’93, a pochi mesi dalla scarcerazione, all’allora direttore della DIA Gianni De Gennaro e poi gestita da Michele Riccio, “uomo di grande serietà e professionalità”, ribadisce l’audita. Insieme a Riccio, allora alla DIA, le confessioni precise e rilevanti di Ilardo consentirono l’arresto di numerosissimi e importanti componenti di Cosa nostra, nonché la disposizione di sequestri e confische da parte delle autorità. Luana Ilardo rimarca chiaramente che fino a quando Riccio era alla DIA “si celebravano successi di indagini portate a buon fine” ma la “situazione diventò anomala e parecchio confusa quando Riccio, dopo l’andata via di De Gennaro dalla DIA, non sentendosi più adeguatamente tutelato e assistito da chi lo sostituì, si vide costretto ad entrare nell’Arma venendo alle dipendenze del Ros, in particolare del generale Mario Obinu e del colonnello Mario Mori”. Qui però la situazione non migliorò e le anomalie, come noto, divennero sempre più frequenti e gravi. “Fin dall’inizio, infatti, i rapporti tra Riccio e i Ros vennero caratterizzati da atteggiamenti poco collaborativi e di palese disinteresse da parte dei suoi diretti superiori in relazione alle attività e notizie fornite da Ilardo”, ha ricordato Luana ai presenti leggendo il suo documento. Gli venne addirittura chiesto, rammenta, di cedere il suo infiltrato a un altro ufficiale dei carabinieri, “cosa che Riccio si rifiuterà categoricamente di fare”. Come si rifiutò di obbedire all’invito “da parte di Mori di non riferire, tramite relazione di servizio, ogni circostanza appresa all’autorità giudiziaria palermitana”.
Ad ogni modo, da quel momento, “una serie di eventi avversi e anomali caratterizzerà i rapporti tra Riccio e i vertici del Ros”. Tutte le brillanti operazioni concluse positivamente fino a quel momento con la DIA, come in una posizione di stallo si fermarono del tutto “generando una serie di insuccessi e fallimenti”.
Ciononostante, sia Riccio che Ilardo continuarono a perseguire l’obiettivo finale; ovvero la cattura di Bernardo Provenzano, il capo dei capi dopo l’arresto di Totò Riina. Una cattura che però venne incredibilmente meno sebbene nel 1995 Ilardo avesse fornito al Ros tutti gli strumenti utili per l’arresto del super latitante. La vicenda è nota alle cronache. Diversi anni dopo il generale Obinu e il colonnello Mori, incaricati al tempo di coordinare l’arresto, vennero processati per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e poi assolti definitivamente con la formula “perché il fatto non costituisce reato”. Ma Luana Ilardo ha comunque voluto riportare quelle che furono le illogicità e le tragiche condotte dei due vertici del Ros in quello storico tentativo di arresto. Un episodio che la donna descrive come “la chiave di tutto”. Il primo incontro venne comunicato con trepidazione da Ilardo a Riccio a fine ottobre per il giorno 31 dello stesso mese nelle campagne di Mezzojuso. Dopo averlo incontrato, l’infiltrato raccontò al colonnello tutti i particolari dell’incontro con dovizia di dettagli: “I temi discussi e le strategie operative concordate con il latitante, le esatte indicazioni per raggiungere il rifugio del latitante partendo dal bivio di Mezzojuso, le fattezze fisiche del Provenzano (era latitante da decenni, ndr) e dei suoi favoreggiatori, nonché il numero di targa di autovetture e numeri di cellulare di questi”.
Dopo circa una settimana da tali accadimenti, rammenta Luana Ilardo, “Mori richiamò Riccio lamentando difficoltà nell’individuazione della masseria, chiedendogli di effettuare un ulteriore sopralluogo”. Riccio, nonostante le precisazioni fornite e le perplessità di quella richiesta, provvide a soddisfarla facendo un altro sopralluogo l’8 novembre 1995 in cui Riccio effettuò relazioni di servizio. Ugualmente, però, dopo alcuni giorni ecco che Mori, solo su sollecitazione di aggiornamenti da parte di Riccio, riferì di non aver ancora individuato il nascondiglio. Il colonnello si vide costretto ad eseguire un terzo sopralluogo il 16 novembre di quell’anno. Sopralluogo nel quale “Riccio addirittura trasmetterà coordinate geografiche al superiore comando della posizione esatta di dove si trovava Provenzano”. Nei giorni a seguire arriveranno “quindi richieste di risvolti da parte del colonnello che però resteranno senza risposta, convincendosi sempre di più - sostiene la Ilardo - che quell’atteggiamento fosse strumentale per acquisirsi interamente i meriti della cattura di Provenzano come accaduto per l’arresto di Riina”. Nei fatti però si scoprirà che Mario Mori, Mario Obinu e Di Caprio non “predisporranno nessuna intercettazione telefonica e ambientale, nessuna sorveglianza della masseria e meno che mai l’arresto che arriverà solamente 11 anni dopo”. Dei quali “6 anni trascorsi nella stessa masseria indicata da mio padre” e per altri “5 in una masseria accanto dove poi lo arresterà, forse non a caso, la polizia di Stato l’11 aprile 2006”. Quel cruciale mancato intervento venne motivato dai vertici del Ros - in Aula viene riprodotto dalla Ilardo l'audio della testimonianza di Obinu a processo - con la questione della presenza nei dintorni del casolare “di un gregge di pecore, cani, luce accese e due silos di rilevante dimensione che ne rendevano difficoltosa l’operazione”, commenta indignata la figlia del pentito.

La riunione al Ros di Roma e le confessioni "monstre" di Ilardo
Altro punto di particolare interesse toccato dalla Ilardo a Palazzo San Macuto riguarda l’incontro avuto alla sede del Ros il 2 maggio 1996, pochi giorni prima della morte dell’ex boss (ribattezzato “fonte Oriente”). Nella capitale il confidente e Riccio incontrarono il dottor Gian Carlo Caselli (“mio padre espresse da sempre la volontà di collaborare con lui e non con altri”), il dottor Gianni Tinebra (“voluto fortemente dal colonnello Mori") e la dottoressa Teresa Principato della Dda di Palermo.
In attesa di quell’incontro, Riccio e Ilardo nel corridoio della sede del Ros ebbero un breve colloquio con Mario Mori. “Mio padre lo affrontò in maniera molto decisa dicendogli: ‘Molti attentati che sono stati addebitati esclusivamente a Cosa nostra sono stati commissionati da voi e lo sapete bene’”. Dopo quelle parole, “Mori, irrigidendosi, si voltò di scatto e andò via senza proferire parola, rendendosi irreperibile per tutto il giorno nonostante le circostanze e il ruolo imponessero di presenziare a quell’incontro. Riccio, rimasto di stucco per quell’affermazione detta a Mori, decreterà quella frase pronunciata dalla sua fonte, come la sua vera condanna a morte”, sottolinea in aula Luana Ilardo. Durante l’incontro durato 4 ore, parlando solamente con il dottor Caselli, “mio padre stese gli inizi del target della sua collaborazione, raccontando l’incontro con Provenzano e continuando a parlare per la prima volta di tutti quegli omicidi e stragi mai chiariti avvenuti per mano mafiosa ma che hanno sempre avuto l’ombra di compartecipazioni e volontà di soggetti non appartenenti a Cosa nostra ma di ambienti istituzionali deviati”. In particolare accennò, secondo la donna, “gli omicidi di Claudio Domino, di Giuseppe Insalaco, di Piersanti Mattarella, della strage di Pizzolungo, nonché del fallito attentato contro Giovanni Falcone all’Addaura e di tutti quegli elementi utili per dare una corretta chiave di lettura e un ordine alle stragi accadute nel Paese a partire dagli anni ’70 fino a quelle del 1992”. A tal proposito, riporta la Ilardo, “disse che avendo avuto a che fare con Rampulla molti anni prima sarebbe stato in grado di confermare la sua reale partecipazione come artificiere degli ordigni esplosi a Capaci e via d’Amelio perché ne conosceva il modo di lavorare, in riferimento al tipo di materiale utilizzato e il modo di confezionamento degli ordigni”. “Questi sarebbero stati i fatti principali della dirompente collaborazione che mio padre avrebbe potuto svelare”. Fu in quella stessa occasione, in riferimento all’omicidio del piccolo Claudio Domino, “che per la prima volta in assoluto - viene sottolineato dalla figlia del confidente - qualcuno (Ilardo, ndr) parlò dell’esistenza di un personaggio conosciuto come ‘Faccia da mostro’, successivamente identificato come Giovanni Aiello, ex poliziotto contigui ai servizi segreti". Finito l’incontro, “Caselli si premurò di chiedere a Riccio di iniziare un percorso di registrazione con Ilardo in modo da anticipare i temi che successivamente si sarebbero trattati, a pochi metri di distanza, invece, il generale Subranni, in compagnia del dottore Tinebra che durante l’incontro si alzò più volte disinteressato, avrebbe invitato il Riccio a non effettuare alcuna registrazione in quanto queste sarebbero state inutili perché non avrebbero potuto avere alcune valenza probatoria. Ilardo disse poi a mio padre che avrebbe riferito fatti inerenti anche il generale Subranni”. L’amarezza rispetto a quel famoso incontro durato 4 ore fu che non venne verbalizzato nulla nonostante fossero presenti due procuratori della Repubblica, un pm della Dda di Palermo e un ufficiale dei Carabinieri. La sera stessa Ilardo fece ritorno a Catania senza alcuna protezione disposta e il 14 maggio ci sarebbe dovuto essere il nuovo interrogatorio con Riccio, questa volta in veste ufficiale di collaboratore di giustizia. Ma l’incontro non ebbe luogo perché questi venne eliminato quattro giorni prima.
Il 10 maggio Riccio incontrò il capitano Antonio Damiano il quale gli disse che dalla procura di Caltanissetta era trapelata all’esterno la notizia che Luigi Ilardo avesse intrapreso un percorso di collaborazione con la giustizia individuando le responsabilità delle fughe di notizie nelle figure del dottor Tinebra e del dottor Giordano”. “Riccio - rammenta la Ilardo - chiamò i suoi superiori adirato per poi telefonare a casa nostra”. Ma era troppo tardi. La sera del 10 maggio 1996 a Catania Cosa nostra catanese, su ordine di Giuseppe Madonia e Vincenzo Santapaola, freddò Ilardo. Sua moglie, “io e mia sorella, sentito l’inferno di quegli spari, corremmo subito sotto casa a prendere tra le braccia il corpo inerme di nostro padre tentando di strapparlo dalla morte sporcandoci per sempre vestiti e l’anima del suo sangue”, ricorda Luana. “Mentre due bambini di nove mesi da quel giorno cresceranno senza alcun ricordo di chi li ha messi al mondo ma con un marchio a fuoco che ne ha irrimediabilmente segnato il loro futuro”. La vicenda e i misteri che avvolgono il caso Ilardo, unitamente ai tentativi di depistaggio e delegittimazione, sono continuati anche dopo il suo assassinio. La figlia ne ha elencati alcuni e ha chiesto la convocazione di Michele Riccio in Commissione per essere sentito proprio su questi ed altri elementi. Una richiesta, questa, avallata dal presidente Morra.

Le ragioni dell’omicidio
Secondo Luana Ilardo suo padre è stato ucciso perché rappresentava “una bomba ad orologeria che doveva essere immediatamente disinnescata”. Mio padre, ha precisato, "era quel personaggio che, se gli fosse stato consentito, avrebbe permesso di svelare tutte quelle zone d’ombra che da sempre hanno reso buia la nostra Repubblica perché era conoscenza di tutti quegli eventi e soggetti che collegavano gli ambienti mafiosi e criminali alle istituzioni deviate, alla politica, alla massoneria, alle eversioni di destra e ai servizi segreti". Queste, afferma la Ilardo rispondendo alle domande dei parlamentari Piera Aiello (Misto), Antonella Ascari (M5S) e Mario Michele Giarrusso (Misto) - “sono le reali motivazioni del perché ci fu l’accelerazione del suo omicidio”. “In questo paese chiunque ha toccato i fili dell’alta tensione muore, e lo sappiamo tutti. O meglio, come dice il colonnello Riccio, una variante del sistema quando non può essere gestita viene eliminata”. L’obiettivo di questa interrogazione è proprio capire chi e perché ha deciso di eliminare questa “variante”. Si tratta di domande alle quali Luana e i suoi fratelli cercano una risposta da 25 anni. Risposte che qualora giungessero un domani potranno sancire una sorta di “tranquillità” e “normalità” nella famiglia. La stessa “normalità” che tanto sognava di raggiungere un giorno Luigi Ilardo.

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