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Focus su magistratura, economia e politica nel libro-intervista di Lodato a Di Matteo

Parafrasando il titolo di un noto libro di Leonardo Sciascia si potrebbe ribadire lo stesso concetto: “A futura memoria”. Subito dopo basterebbe riprendere il relativo sottotitolo “se la memoria ha un futuro”, all’epoca posizionato tra parentesi. Ma se da quel sottotitolo dovessimo togliere il condizionale avremmo due possibilità: inserire alla fine un punto interrogativo, o lasciare la versione affermativa. Nel secondo caso ci vorrebbe molta determinazione. E soprattutto coraggio. Quello stesso coraggio che traspare oggi nelle parole del consigliere del Csm Nino Di Matteo e in quelle del nostro editorialista Saverio Lodato, trascritte nel loro libro “I nemici della giustizia” (Rizzoli). Sono davvero tanti i volti di quei nemici che spudoratamente, o in maniera del tutto sibillina, remano contro la giustizia. Uomini e donne predisposti a creare una voragine che inghiotte la democrazia e i diritti. Sono i volti di magistrati, politici, alti esponenti delle istituzioni (con il beneplacito di buona parte dell’informazione): tutti uniti dallo stesso obiettivo. Sull’altra sponda resta però chi non intende arrendersi a questo scempio. Probabilmente anche per lasciare traccia. A futura memoria.

Senza tergiversare Lodato focalizza subito l’immagine di un’opinione pubblica “sgomenta” di fronte al “Grande scandalo” del Csm legato al caso Palamara. E sono proprio le confessioni del principale protagonista di questo scandalo, Luca Palamara, riportate nel suo libro “Il Sistema”, ad aver bisogno di una risposta. Che arriva puntuale attraverso quello che Lodato definisce “un libro che facesse da controcanto”, per poi specificare che “la scelta di dare voce, per questo controcanto, a un magistrato come Nino Di Matteo non è casuale” in quanto “componente del Csm e, caso più unico che raro, eletto senza appartenere a una corrente”. “A Di Matteo il Sistema non piace - evidenzia Lodato -. Per niente. Lo delude e lo angoscia profondamente”, lo considera “quasi uno sfregio alla visione che lui aveva della magistratura”. Ma se, come sottolinea l’autore, questo libro “non contiene le ‘pagine gialle’ dello Scandalo”, certo è che “contiene le idee per una magistratura che sia davvero diversa dal passato”, e cioè “radicalmente diversa”, in parole povere “nuova, al servizio del cittadino, dei più deboli, delle vittime troppo spesso dimenticate”.

Maledizione Italia
“Senza la verità completa sui moventi e sui mandanti rimasti ancora occulti, dopo decenni e decenni, l’Italia non ha avuto giustizia”. Risponde così Nino Di Matteo alla domanda sul triste bilancio delle vittime di tutte le stragi impunite figlie di quella che viene definita la “maledizione Italia”. “Solo la verità - ribadisce - può riscattare le sofferenze i dubbi, le angosce, che il popolo italiano si porta ancora dietro. Se sono stati fatti passi avanti, lo si deve all’impegno e al sacrificio personale di pochi magistrati che, nel fare il loro lavoro, hanno dimostrato eccezionale tensione morale e passione civile”. Ma per colmare quei vuoti di verità che ancora persistono, c’è bisogno di “una magistratura forte. E non ripiegata su se stessa per leccarsi le ferite come purtroppo sta accadendo in questo momento”.

Parla di una pretesa di rispetto per la storia della magistratura, il consigliere Di Matteo; ma parallelamente, uno dopo l’altro, snocciola dati inoppugnabili che rivelano una giustizia tradita da chi aveva - e ha - il dovere di amministrarla. Non fa sconti per nessuno. A partire da chi “ha interesse a salvaguardare e consolidare spazi di impunità”. Punta quindi il dito sul quadro politico attuale dove “sembra prevalere una volontà distruttiva” nei confronti dell’autonomia della magistratura. Il concetto è chiarissimo: per “tutti gli orientamenti politici”, così come per il governo “attualmente in carica”, la lotta alla mafia non ha mai costituito “un punto essenziale, principale” sul quale focalizzarsi per ricostruire una democrazia ferita. Un vero e proprio tradimento.

Riflettori puntati quindi sulla “degenerazione del sistema correntizio” che rappresenta “uno degli aspetti principali e decisivi della crisi della magistratura” con il gravissimo risultato di un Csm che “è sprofondato nel discredito”. Quello stesso Csm che negli anni ‘80 e ‘90 si è già macchiato “di gravi colpe nei confronti dei magistrati più esposti” come Falcone e Borsellino; e che, fino a poco tempo fa, ha mantenuto un’identica linea operativa nei confronti di altri magistrati in prima linea, Di Matteo in primis, sia durante le fasi più delicate del processo sulla Trattativa, sia mentre uscivano fuori le intercettazioni relative al progetto di attentato nei suoi confronti. Per non parlare dell’entrata a gamba tesa nel processo Trattativa del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Al di là della recente sentenza di appello al processo Stato-mafia, l’ex pm del pool di quel procedimento
ribadisce con forza che “nessuna sentenza, nessuna motivazione assolutoria nei confronti degli imputati, potrà cancellare i fatti oggettivi che sono emersi nel dibattimento di primo grado. E sono fatti da far tremare i polsi, che resteranno scolpiti nella storia non solo giudiziaria del nostro Paese”. Fatti oggettivi che “raccontano inesorabilmente come Cosa Nostra abbia concepito ed eseguito le stragi del biennio '92/'93 nell’ottica di un dialogo a distanza, ma costante, con lo Stato”. La drammatica conferma che “parte dello Stato ha sempre considerato ‘normale’ trattare con i vertici dell’organizzazione mafiosa per salvaguardare determinati equilibri di potere mafioso e non mafioso. E certe volte anche con proiezioni internazionali”.


i nemici della giustizia cop 2


La peggiore riforma
Il dato è oggettivo: a colpi di “riforme” si è infierito ogni volta di più sulla giustizia, a discapito della verità e in totale spregio di tutte le vittime e dei loro familiari. Uno dopo l’altro vengono quindi affrontati i nodi della giustizia: la mannaia della riforma Cartabia, l’abrogazione definitiva dell’ergastolo ostativo, la forte limitazione dell’obbligatorietà penale, la fine dei maxiprocessi, la consapevolezza “pari allo zero” dell’Europa in tema mafia, fino ad arrivare ad una forma di camuffata “legalizzazione della mafia”.

Il rischio peggiore rappresentato da questa riforma? Di Matteo non ha dubbi: “La discrasia tra il fine dichiarato e il risultato raggiunto”, siamo di fronte a una vera e propria “prescrizione processuale assolutamente estranea alla nostra cultura giuridica” con tanto di “gravi dubbi di legittimità costituzionale e di contrasto con la giurisprudenza europea”.

Più volte Di Matteo ha definito la riforma Cartabia una delle peggiori riforme degli ultimi 30 anni, basandosi su dati concreti: se anni fa fosse stata in vigore, processi importanti come quello per il crack Parmalat, la strage di Viareggio o per le violenze nella scuola Diaz di Genova nel 2001, si sarebbero conclusi nel nulla. Analoga critica viene mossa nei confronti delle indicazioni che il Parlamento potrà dare ai Procuratori capo, sulle “priorità” dei reati da perseguire. Una possibilità a dir poco agghiacciante.

Ma il dado è tratto: “In questo modo - sottolinea Di Matteo - si è realizzato uno degli obiettivi per i quali i vertici della mafia avevano ideato e condotto la campagna stragista del ‘92/’93”. “Oggi anche coloro che hanno portato avanti quella strategia possono sperare di poter tornare presto in libertà” evitando qualsiasi forma di collaborazione con la giustizia.

Un ampio spazio viene di seguito dedicato al prossimo referendum sulla giustizia promosso da Lega e Partito radicale che, nello specifico, riguarderà la riforma del Csm, la responsabilità diretta dei magistrati, l’equa valutazione dei magistrati, la separazione delle carriere, i limiti agli abusi della custodia cautelare e l’abolizione della legge Severino. Nel libro Di Matteo spiega punto per punto la sua posizione contraria a cinque dei sei quesiti. Uno su tutti: la “riforma della responsabilità civile” dei magistrati che comporta la possibilità di consentire al cittadino l’azione diretta contro il magistrato. Per Di Matteo sussistono alcuni rischi effettivi legati ad una incompatibilità relativa al magistrato chiamato in causa, con una conseguenza inevitabile: i magistrati che dovranno giudicare una controversia, civile o penale che sia, potrebbero essere spinti a favorire la parte più forte, che ha tutti i mezzi per rivalersi sul magistrato. Uno scenario raccapricciante.

In merito poi al sesto quesito del Referendum, quello sulle firme necessarie per presentare le candidature al Csm, Di Matteo lo ritiene del tutto inutile in quanto non sortisce minimamente l’effetto di evitare lo strapotere delle correnti.

“Solo persone abituate a vivere senza giustizia - rimarca successivamente l’ex pm - avranno di essa una visione interessata e di parte”. Sintesi estrema quanto indiscutibile.

“I governi vanno e vengono - conclude Lodato -, ma le mafie restano. Non pensa che sia questa una buona chiave di lettura per comprendere come a molti stia venendo l’acquolina in bocca nella speranza di annichilire per sempre la magistratura libera?”. “Vorrei che avesse torto - replica laconico Nino Di Matteo -. Ma non è così. Siamo in presenza di un vero e proprio istinto vorace di chi ha capito che questo è il momento giusto. E la magistratura non sa o non vuole reagire come dovrebbe. Rischia di limitarsi a subire per evitare conseguenze peggiori. Senza rendersi conto che, così facendo, muore ogni giorno di più”. Non c’è spazio però per il disfattismo, ed è la spinta ad andare avanti quella che prevale. “La magistratura saprà reagire superando anche questo momento. E’ la forza delle cose. Non esiste al mondo un Paese civile che possa fare a meno della giustizia, legalità e magistrati che le facciano rispettare”, conclude Di Matteo.

“Noi staremo offerti sulla croce - scriveva tanti anni fa Pierpaolo Pasolini - alla gogna, tra le pupille limpide di gioia feroce, scoprendo all’ironia le stille del sangue dal petto ai ginocchi, miti, ridicoli, tremando d’intelletto e passione nel gioco del cuore arso dal suo fuoco, per testimoniare lo scandalo”. Ed è proprio il coraggio degli autori, di “testimoniare lo scandalo” e proporre un’alternativa alla catastrofe, a rendere questo libro un prezioso manuale per la rinascita della magistratura e per una garanzia della giustizia. Un’accorata testimonianza. Che - obtorto collo per gli ominicchi e i quaquaraquà che hanno denigrato ferocemente questo libro - sarà materia di studio per gli storici.

In foto: Nino Di Matteo e Saverio Lodato, autori del libro ©️ Pietro Motisi/Mondadori Portfolio

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