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“Il boss di Resuttana aveva contatti personali che si teneva per sé”

Quando Totò Riina era al vertice di Cosa nostra c'era una “democrazia dittatoria” dove “tutto si regolava con la democrazia finché tutti concordavano con lui. Quando qualcuno non era di suo gradimento si pagavano le conseguenze. Al 99% con la vita”. Una regola che sarebbe valsa per tutti, ma non per Nino Madonia, boss di Resuttana.
A raccontarlo in aula al processo Agostino (imputati sono il boss dell'Arenella Gaetano Scotto, accusato del duplice omicidio aggravato, e Francesco Paolo Rizzuto, accusato di favoreggiamento) è stato il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca.
Oggi, intervenendo dal sito riservato, l'ex boss di San Giuseppe Jato ha deposto dinanzi alla Corte d'Assise presieduta da Sergio Gulotta (Monica Sammartino giudice a latere).
Rispondendo alle domande dei sostituti procuratori generali Domenico Gozzo (applicato dalla Procura nazionale antimafia) e Umberto De Giglio ha raccontato i malumori del Capo dei Capi corleonese a seguito di quell'omicidio del 5 agosto 1989.
Un malumore che lo riguardò in prima persona, tanto che Riina avrebbe anche pensato di uccidere Brusca. “C'è stato un periodo in cui si comportò con me in maniera strana. Mi teneva lontano. Poi capii tutto quando Cancemi disse che Riina voleva uccidere me e Salvuccio Madonia. E ricollegai alcuni fatti. Una volta mi fece il terzo grado e mi chiese se anche io avevo partecipato all'omicidio Agostino. Era convinto che gli esecutori materiali fossimo stati io e Salvuccio Madonia, visti i miei rapporti con Nino Madonia che, secondo Riina, aveva contatti riservati e operava di testa sua. In quel momento capii che lui non sapeva nulla e che cercava l'autore dell'omicidio. Non gli interessava del povero Agostino, ma voleva sapere chi era stato perché lo aveva appreso dalla tv. Non gli avevano chiesto nulla e chi aveva agito lo aveva fatto in un mandamento che non era il proprio. E puntò il dito su Antonino Madonia, senza tanti giri di parole”.


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Il procuratore generale, Nico Gozzo © ACFB


Per l'omicidio il boss di Resuttana è stato già condannato, con il rito abbreviato, all'ergastolo lo scorso 19 marzo. E proprio nelle motivazioni della sentenza di condanna del Gip viene indicato tra i moventi del delitto il riferimento ai rapporti che “la cosca dei Madonia intratteneva con esponenti importanti delle forze dell'ordine soprattutto collegati ai servizi di sicurezza dello Stato”. E il giudice fa riferimento anche alle dichiarazioni di Giovanni Brusca secondo cui i Madonia “riuscivano ad avere notizie da talpe interne alla questura di Palermo riguardo anche a coloro che erano dediti alla ricerca dei latitanti”.
Quindi Brusca è tornato a parlare dei contatti di Madonia: “A Nino Madonia Riina lo amava e lo odiava. Si sentiva preso in giro non solo per quegli omicidi. Ma perché aveva contatti personali che si teneva per sé”.
Alla domanda di Gozzo se tra queste relazioni particolari vi fossero anche contatti con la polizia il collaboratore di giustizia ha risposto ricordando un episodio. “Nel periodo in cui Riina era latitante a San Giuseppe Jato nessuno doveva sapere quale fosse la sua abitazione. Un giorno, però, Madonia si presentò in casa. Da quel momento Riina smise di essere tranquillo. Non disse che era sbirro o che aveva contatti con la polizia, ma non era sereno. Temeva anche per sé”. E poi ancora ha aggiunto: “Era incavolato nero quando parlava di Antonino Madonia. Con affermazioni dure. Aveva timore che potesse mettere in campo una strategia contro la sua persona”.
Un altro episodio criticato sarebbe stato l'attentato all'Addaura a Giovanni Falcone, nel 1989. “Quando festeggiamo la morte di Falcone, dopo Capaci, Biondino si lamentò che se Madonia non fosse stato presuntuoso avvalendosi della collaborazione di tutti l'attentato a Falcone sarebbe stato fatto prima. Anche in quella occasione non fu chiesta l'autorizzazione a Biondino per quell'attentato. E Riina disse 'non ti preoccupare, prima o poi ce ne occupiamo'”.


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Quel legame con Vito Roberto Palazzolo
Proseguendo con la deposizione Brusca ha anche raccontato della “gelosia” che Riina avrebbe avuto per alcuni contatti stretti che il boss di Resuttana aveva, portando come esempio quello con Roberto Vito Palazzolo.
Una figura di primissimo piano considerato come il "re del riciclaggio" e "tesoriere", per conto dei boss corleonesi Riina e Provenzano, delle ingenti somme di denaro provenienti dai traffici di droga e dal contrabbando di sigarette. Fu condannato nel 2009, in via definitiva, a nove anni di reclusione per associazione di stampo mafioso e venne arrestato a Bangkok il 30 marzo 2012, dopo una latitanza di oltre vent'anni.
Rispondendo alle domande dell'avvocato della famiglia Agostino, Fabio Repici, è entrato ancor di più nello specifico: “Madonia se lo teneva stretto a Palazzolo. E questa vicinanza Riina la mal digeriva. Palazzolo si interessava della fornitura della droga a livello internazionale, che dall'Est arrivava in Sicilia e poi fino in America. Ma spesso e volentieri si occupava anche di far rientrare i soldi in Italia”.

L'attentato a Chinnici e quello spunto tratto dall'omicidio Casillo

Durante la deposizione Brusca ha toccato anche altri argomenti, come il ruolo avuto da Madonia nell'attentato al giudice istruttore Rocco Chinnici. “Fu lui a dare l'idea per l'utilizzo dell'autobomba. Prese spunto dall'attentato a Roma di un tale Casillo”. Un omicidio particolare, quest'ultimo, avvenuto il 29 gennaio 1983. Casillo, membro della Nuova Camorra Organizzata, aveva un ruolo chiave durante la detenzione di Raffaele Cutolo. E un dato particolare è che l'esplosione dell'auto avvenne a poca distanza dalla sede del SISMI (il servizio segreto militare).
Brusca ha poi raccontato dell'eliminazione di alcuni soggetti, vicini ai servizi segreti, che negli anni in cui morì Agostino cercavano latitanti: “Una volta nel casolare di vicolo Pipitone c'era mezza commissione. Io, Madonia, Biondino, Cancemi, Ganci e questo signore che strangolammo. Lo accusavano di dare la caccia ai latitanti perché in tasca aveva una lista di soggetti, con accanto la cifra”. L'ex boss di San Giuseppe Jato ha dichiarato di aver appreso solo oggi che questi faceva di cognome Palazzolo. Poi ha ricordato anche un altro omicidio simile: quello di Gaetano Genova il cui corpo fu portato e seppellito a San Giuseppe Jato.


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Fabio Repici, avvocato della famiglia Agostino © ACFB


Altro tema ha riguardato la propria vicinanza con la zia di Ida Castelluccio, Maria Concetta D'Alessandro ed il marito di lei, Santo Sottile. “Ci conoscevamo - ha ammesso in aula - Io ero amico del marito e con lei eravamo diventati buoni amici, anche se qualcuno pensa che fosse una mia amante. Ma avevamo un rapporto di amicizia. Quando ci fu l'omicidio mi chiese se ero stato io. E negai tutto”.
Rispondendo alle domande di Repici, Brusca ha fornito anche qualche particolare in più: “Fu lei a dirmi che era la nipote. In Paese ci conoscevamo tutti. Lo dico in maniera brutale. Disse qualcosa in questo senso: 'Va bene che hanno ucciso lui, che era un poliziotto, ma perché anche lei? Non si poteva risparmiare?”. Sempre stimolato dal legale della famiglia Agostino ha anche confermato di aver dato dei soldi alla D'Alessandro e a Santo Sottile, che fu anche condannato per essere stato prestanome di Brusca. A suo dire “in occasione di un prestito che riguardava un pignoramento. La donna rischiava il carcere per alcuni assegni. E per questo intervenni. Poi nel 2009-2010, da collaboratore cercavo di recuperare questi soldi che avevo prestato e così li contattai tramite mio cugino”. Una vicenda nota, quest'ultima, che costò a Brusca l'accusa di tentata estorsione nei confronti di Sottile (nel 2014 il pentito fu poi assolto).
Infine Brusca ha raccontato dei collegamenti dei Madonia con esponenti istituzionali (“Si sapeva che loro avrebbero avuto informazioni, come per esempio sul fatto della morte di Marino, loro avevano notizie ben precise”), ma anche dei contatti su cui lo stesso Riina poteva contare. Il riferimento è rispetto al periodo in cui Cosa nostra si mobilitò per comprendere la natura di alcuni omicidi e in cui emerse del ritorno di Gaetano Grado e Totuccio Contorno.


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Il presidente della Corte d'Assise, Sergio Gulotta © ACFB


E' in quel periodo che Riina avrebbe fatto un'esternazione che portava dritto all'interno della Procura di Palermo. E' stato sempre l'avvocato Repici a incalzare Brusca chiedendogli se avesse mai parlato con Riina della presenza di Contorno in Sicilia. Il collaboratore ha risposto: "Ma chiacchiere... si diceva che era stato mandato da Falcone e De Gennaro per uccidere alcuni soggetti...”. E a quel punto la domanda di Repici è stata diretta: "Ha mai parlato con Riina di un magistrato che si chiama Di Pisa?”. La risposta di Brusca è stata immediata: “Riina mi disse: ah se parlasse Di Pisa... Secondo Riina sarebbero scoppiate diverse problematiche all'interno della procura di Palermo. Che è quello che stava succedendo esattamente in quel momento. Vuol dire che Riina aveva informazioni, notizie da persone a lui fidate provenienti dalla procura di Palermo”.
Un dato che si inserirebbe nel periodo della stagione dei veleni all'interno della Procura di Palermo con le lettere del “corvo”.
In quella vicenda entrò Alberto Di Pisa, accusato di essere appunto il "corvo". Va ricordato che nel 1993 Di Pisa, che ha lasciato la magistratura per raggiunti limiti di età nel 2015, fu poi assolto definitivamente nel dicembre 1993 “per non aver commesso il fatto”.
Nella prossima udienza, in programma il prossimo 5 novembre, verranno ascoltati diversi testi a riscontro della testimonianza resa oggi da Brusca, tra cui alcuni esponenti delle forze dell'ordine: Mauro Carrozzo, colonnello dei carabinieri ora al comando provinciale di Trieste, Roberto Di Legami, dirigente della polizia di stato e Luigi Savina ex vice capo vicario della polizia di Stato. La procura generale ha inoltre chiesto di sentire anche il fratello di Giovanni Brusca, Enzo Salvatore. “La richiesta - hanno spiegato i Pg Gozzo e De Giglio - è dettata dal fatto che quando è stato sentito ha parlato del proprio coinvolgimento nell'occultamento del cadavere di Genova che si collega anche ai fatti di questo procedimento e potrebbe fornire informazioni in merito all'omicidio di Nino Agostino”. Su questa richiesta la Corte d'Assise si è riservata la decisione.

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