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Il padre dell'agente, ucciso il 5 agosto 1989 assieme alla moglie Ida, testimonia in aula e ricorda "Faccia da mostro"

“Ho detto tutto quello che ho visto, di più non potevo fare. Sono anni che ripeto queste cose”. È con il volto provato che Vincenzo Agostino è uscito oggi dall'aula bunker dell'Ucciardone al termine della propria deposizione nel processo sulla morte del figlio, l'agente Nino Agostino, e della moglie Ida Castelluccio, uccisi il 5 agosto 1989.
Imputato per il duplice omicidio è il boss Gaetano Scotto. Di favoreggiamento, invece, risponde Francesco Paolo Rizzuto, amico della vittima. Già condannato per l'omicidio, in abbreviato, il boss del mandamento di Resuttana, Antonino Madonia.
La ricerca di verità e giustizia per papà Vincenzo e la sua famiglia dura da oltre trentadue anni e oggi, con forza d'animo e coraggio, si è seduto sul banco dei testimoni per ricordare, rispondendo alle domande dei sostituti procuratori generali Domenico Gozzo (alla procura nazionale antimafia ed applicato al processo) e Umberto De Giglio, del proprio legale Fabio Repici, e delle difese.
In oltre tre ore di dibattimento di fronte alla Corte d'assise di Palermo presieduta da Sergio Gulotta (Monica Sammartino giudice a latere), Agostino ha mostrato tutta la propria tenacia e coraggio, andando oltre alle lacrime di dolore e di emozione che hanno bagnato il suo viso e la lunga barba, che non taglia proprio dal giorno del delitto.
E così papà Vincenzo ha ripercorso gli ultimi momenti di vita del figlio Antonino, le sue preoccupazioni, le sue paure e le sue speranze, e ancora le ultime parole dette, la corsa contro il tempo e l’ultimo abbraccio dato a terra, in un bagno di sangue, proprio davanti alla villa di famiglia, dove due sicari in motocicletta crivellarono con colpi di pistola Antonino e la moglie Ida, incinta di 5 mesi.
Con lucidità Vincenzo Agostino ha riavvolto il nastro dei ricordi su tutto ciò che i suoi occhi avevano visto e le sue orecchie sentito nei giorni prima e dopo l’attentato: i dubbi, gli interrogativi, le zone d’ombra, i tradimenti e le infedeltà di amici e conoscenti su cui già Vincenzo iniziava a ragionare a quel tempo. Una misera consolazione, quella di poter parlare dopo tutto questo tempo, quando molti dei soggetti coinvolti già non sono più in vita. Un sollievo che purtroppo la moglie, Augusta Schiera, non ha avuto la stessa possibilità di vivere.
Il coraggio di Vincenzo Agostino e le sue lacrime, hanno segnato in maniera profonda gli oltre 40 giovani (membri di Libera ed Our Voice) che hanno assistito dagli spalti in questo processo dove per la prima volta si aprivano le porte al pubblico.


pubblico proc agostino


Il giorno del delitto
“Mentre guardavo la tv sento un botto, pensavo a un petardo. Poi altri ancora. Sento mia nuora che urla, il tempo di uscire e vedo mio figlio che si appoggia al cancello, con una mano si teneva il petto come se si volesse asciugare il sangue, con l’altra teneva la moglie e la gettò per terra. Io ho cercato di abbracciare mio figlio. E sentivo gli spari che lo trafiggevano a destra e sinistra. Mia nuora quando era stata buttata a terra si rialza e dice: 'Io so chi siete'. Non so il motivo perché continuarono a sparare, ma gli spararono un colpo e cadde a terra. Mio figlio cadde a terra e capii che non c’era più niente da fare. Mia nuora a carponi voleva andare da Nino. Mia moglie coraggiosamente assieme a un vicino di casa e uno dei miei figli l’hanno alzata, messa in macchina e portata al pronto soccorso, ma già non c’era più niente da fare: aveva gli occhi girati”. È questo il racconto drammatico di quella tragica sera.
Una giornata in cui non mancarono le anomalie, a cominciare da quell'insistenza con cui Francesco Paolo Rizzuto, che la notte prima era andato a pescare con Nino, chiedeva ripetutamente quando sarebbe tornato da lavoro. Vincenzo Agostino ha ricordato chePaolotto, così chiamava il Rizzuto, aveva dormito a casa loro quella notte e si trattenne anche a pranzo. "Ad un certo punto, Nino e Ida erano arrivati per poi recarsi da una nostra parente, Paolotto scende dalla parte del mare e gira a sinistra come per andare a Punta Raisi e non lo vedo più”.





Le anomalie dei primi attimi
Agostino con forza ha quindi ricordato tutte le anomalie che si sono verificate sin dai primi attimi. Come l'auto nera che sfrecciò via mentre Vincenzo urlava alle persone che erano al loro interno “Codardi!”. E poi ancora l'ombra dei depistaggi iniziati immediatamente quando dalla casa dell'agente sono state sequestrate le carte importanti che il giovane agente custodiva dentro l'armadio. Quelle carte furono rinvenute grazie ad un bigliettino fuoriuscito dal suo portafogli quando il padre, per la disperazione, lo lanciò contro il muro. “Quando giunse il medico legale e il magistrato diede autorizzazione di perquisizione sul cadavere di mio figlio, trovarono un portafogli e me lo diedero - ha ricordato in aula -. Con rabbia ho scagliato il portafogli e sono usciti tutti i fogli, scritti e non. Ho visto persone, che dicono che erano poliziotti, che raccoglievano questi documenti. Persone che ad uno ad uno guardavono i documenti. In uno rettangolare c’era scritto: 'Se mi succede qualcosa andate a guardare nel mio armadio'. Così si sono presi a Flora, la sorella di Nino che quel giorno faceva diciottanni, e sono andati ad Altofonte”.
Un'altra anomalia è il colloquio avuto con il Capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera (lo stesso dei depistaggi sulla strage di Via d'Amelio) che avrebbe addirittura intimato al padre di arrestarlo se non gli avesse detto tutto quello che sapeva. E quella sera alla Mobile di Palermo incontrò una ex fidanzata del figlio, ai tempi del militare. Perché in principio fu quella la pista che la Polizia portò avanti. Un'inconsistente pista per questione di donne. E La Barbera, ha ricordato Agostino, minacciò l'arresto di papà Vincenzo anche quando questi avrebbe dovuto partecipare, intervenendo come relatore a Samarcanda. “La Barbera voleva sapere di cosa avrei parlato. Io non gli dissi nulla ed urlò: 'Io la faccio arrestare. Lo vuole capire che questo è un delitto di alta mafia. Qui lo dico qui lo nego'. Quindi accadde che a Samarcanda non mi fecero più intervenire”.


corte agostino eff


La caccia a “Faccia da mostro”
Nel proseguo della deposizione Agostino ha ricordato le fatiche fatte negli anni per raggiungere la verità. Un passo importante fu il riconoscimento di Giovanni Aiello, un ex poliziotto e collaboratore del Sisde (deceduto nel 2017) anche noto comeFaccia da mostro. Sarebbe stato lui uno di quei soggetti che, nel luglio 1989, andò a cercare il figlio mentre questi si trovava in viaggio di nozze.
“Vennero a cercarlo due persone - ha ribadito -. Erano in moto, ebbero modi bruschi e quando gli dissi che non c'erano, stavano per andar via. Gli chiesi chi fossero e quello che era in moto rispose: 'Digli che siamo colleghi'. Quello in moto non lo posso dimenticare: aveva la faccia lunga, come un cavallo. Il naso pronunciato. Il volto butterato, come se avesse avuto il vaiolo. Pensavo che fossero falchi (agenti in borghese, ndr), ma nessuno li conosceva”.
"L'ho riconosciuto anche in presenza" ha poi detto rivolgendosi alla Corte d'Assise presieduta da Sergio Gulotta. L'ultimo confronto "all'americana" si è svolto nell'aula bunker dell'Ucciardone nel febbraio 2016.
Agostino ha anche spiegato i motivi dei vari riconoscimenti compiuti in cui aveva indicato altre persone al posto di Aiello. “Io ho sempre parlato di somiglianza - ha spiegato in aula - ma ho sempre chiesto di fare il confronto di persona. Volevo avere la certezza senza sbagliarmi buttando una persona in galera”. Quindi ha ricordato altri dettagli come il nervosismo di Agostino al rientro dal viaggio di nozze. (“Mi chiedeva se qualcuno mi avesse seguito. E quando lo avevamo accompagnato c'era un uomo riccioluto con i capelli neri. Anni dopo mia moglie, vedendo una foto sul giornale si ricordò di lui. Era Scotto”).

Il rapporto con Paolilli
Altro argomento ha riguardato il rapporto con il poliziotto Guido Paolilli, oggi in pensione, in passato indagato sempre nell'ambito del caso Agostino per favoreggiamento in concorso aggravato (inchiesta poi archiviata dalla Procura di Palermo per avvenuta prescrizione, ndr). “Ci frequentavamo. C'era amicizia. All'indomani dell'omicidio venne a noi e quando lo vidi per me era come un parente. Gli dissi: 'Guido mi raccomando. Vedi di scovare chi è stato'. 'Non ti preoccupare', mi rispose. E lo hanno assegnato alle indagini. Non so se hanno fatto fare perquisizioni in casa o altro. Ai funerali lui venne e mi disse: 'Da domani non faccio più parte di queste indagini. Non mi vogliono più. Non c’è bisogno della mia presenza'. Mi disse però che mi doveva far vedere 6 biglietti che non avrebbero fatto piacere a me. E poi parte senza farmi mai vedere biglietti”. E poi ancora ha aggiunto: “Una volta torna e viene a casa nostra via Carlo del Prete. 'Sono venuto qui per non dire al telefono che sono qui perché non mi fido del telefono'. Disse che fu mandato via in malo modo. E poi aggiunse che se per caso ci avessero detto che il fallito attentato all’Addaura era colpa di Nino dovevamo chiamare lui e lui ci avrebbe detto cosa rispondere. A quel punto il rapporto fu definitivamente rotto”. Ovviamente Vincenzo Agostino ha anche raccontato di quel che disse Giovanni Falcone quando si recò alla veglia per il figlio. “Davanti alle bare disse che lui doveva la vita a quei ragazzi. Me lo riferì un parente. Un mio nipote”. Parente che l'avvocato Repici ha oggi chiesto ufficialmente di aggiungere all'elenco dei testimoni.
Il processo è stato poi rinviato al prossimo 5 ottobre quando saranno ascoltati altri familiari, a cominciare dalla sorella di Nino, Flora.

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