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Condanna a 25 anni per ex deputato Romeo. Tredici anni per Sarra e nove per don Pino Strangio. Assolti l'ex senatore Caridi e Raffa

Una sentenza che scatta una fotografia amara e racconta di un intero pezzo di Paese consegnato alla ‘Ndrangheta, che così ha svuotato le istituzioni, reso inutili le elezioni, fagocitato le risorse, cancellato le prospettive di sviluppo per la comunità. Per la precisione, lasciato in mano alla direzione strategica della ‘Ndrangheta, quale sua componente invisibile, riservata, che non si vede ma governa. O meglio non si vedeva, perché la sua esistenza anche in dibattimento è stata provata e i suoi componenti in parte svelati.
Dopo le sentenze in primo grado e in appello del procedimento con rito abbreviato che hanno confermato l’esistenza di una componente apicale e riservata della ‘Ndrangheta, identificando in Giorgio De Stefano uno dei suoi componenti di vertici, anche dal Tribunale collegiale arriva una conferma. I giudici di Reggio Calabria hanno riconosciuto nell’avvocato Paolo Romeo (in foto) - ex deputato del Psdi nonostante una lunga militanza missina, per sua stessa ammissione responsabile della latitanza del terrorista nero Franco Freda, piduista e uomo di Gladio per i pentiti, per decenni imprescindibile punto di riferimento della politica, dell’imprenditoria e persino dell’associazionismo reggino - uno degli elementi di vertice della direzione strategica della 'Ndrangheta.

Condanne e assoluzioni

Per questo motivo è stato condannato a 25 anni di carcere. Ma pene pesanti sono arrivate anche per il suo storico braccio destro, l’avvocato Antonio Marra (17 anni), per l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra (13 anni), per l’attuale parroco di San Luca ed ex rettore del santuario di Polsi, don Pino Strangio (9 anni e 4 mesi), per l’uomo ombra dei clan in Regione Calabria, Franco Chirico (16 anni), per l’ex antenna del Sismi, Giovanni Zumbo (3 anni e 6 mesi), per il dirigente comunale Marcello Cammera (2 anni, ma assolto dall’aggravante mafiosa) come per Vincenzo Carmine Barbieri (3 anni e 4 mesi), Carmelo Giuseppe Cartisano (20 anni), Giuseppe Chirico (20 anni), Alessandro Delfino (5 anni), Salvatore Gioè (16 anni e 6 mesi), Paolo Giustra (2 anni), Angela Minniti (2 anni e 8 mesi) e Giuseppe Rocco Giovanni Rechichi (3 anni e 6 mesi). Assolto invece il senatore Antonio Caridi, imputato per concorso esterno, e l’ex presidente della provincia, Giuseppe Raffa, più altre 13 persone. Per 11 di loro era stata la stessa procura a non chiedere ai giudici la condanna, anche alla luce di una recente sentenza di Cassazione che ha reso inutilizzabili le intercettazioni e alleggerito di molto le prove a carico.

Bombardieri: "Riconosciuta la correttezza dell’impostazione accusatoria"
Soddisfatto il procuratore capo Giovanni Bombardieri, che non esclude in alcun modo “la possibilità per l'ufficio, una volta lette attentamente le motivazioni, di ricorrere contro quelle parti della sentenza in cui non sono state accolte le nostre richieste” ma senza remore afferma “il primo confronto giurisdizionale ci conforta, così come già avvenuto, peraltro, in occasione della precedente decisione in sede di giudizio abbreviato recentemente, sostanzialmente, confermata in appello”. La pronuncia del Tribunale di Reggio Calabria, spiega il procuratore capo “riconosce sostanzialmente la correttezza della impostazione accusatoria, circa alcuni dei metodi attraverso cui la 'ndrangheta, nella sua componente 'riservata', in un certo periodo storico è riuscita a diventare classe dirigente cittadina, giungendo ad orientare scelte e flussi finanziari pubblici".
Un programma criminale che porta la firma di Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. Divinità criminale a due teste - espressione limpida del casato mafioso di cui porta il nome per cui costretto ad una maggiore invisibilità De Stefano, tessitore e baricentro di equilibri e rapporti Romeo - sono stati loro a tessere il piano criminale che ha permesso alla ‘Ndrangheta di prendersi le istituzioni. E “a Palazzo San Giorgio, all’interno della Provincia di Reggio, oggi città metropolitana, o all’interno dei palazzi della Regione Calabria, a Reggio e a Catanzaro - ha detto il procuratore aggiunto Lombardo negli ultimi giorni di requisitoria - non entra chiedendo permesso, ma da padrona dell’istituzione”.


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Il procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri e il procuratore aggiunto, Giuseppe Lombardo © Emanuele Di Stefano


Il piano eversivo della direzione strategica dei clan

Obiettivo, trasformare lo Stato e le sue istituzioni in una gigantesca macchina di riciclaggio, necessaria per rimettere in circolo i capitali sporchi e dare da mangiare alla base. È quell’esercito visibile di picciotti e luogotenenti, che ancora si baloccano con riti e santini e a stento intuiscono l’esistenza di un organismo sovraordinato e riservato che le governa. Truppe, tanto sacrificabili quanto necessarie. Per controllare il territorio. Per dimostrare nelle strade la violenza di cui l’organizzazione è capace. Per ricordarlo a quei poteri altri “che mafiosi non nascono ma lo divengono” e che della ‘Ndrangheta di vertice sono interlocutori necessari e stabili. Perché non c’è esercito senza fanteria e ai massimi vertici dei clan non lo hanno mai dimenticato. “Perché senza consenso, noi siamo finiti” predicavano intercettati i Piromalli, che della componente apicale dei clan sono storicamente parte. E nessuno nella direzione strategica - è emerso nel processo Gotha - lo ha dimenticato.
Ecco perché all’organizzazione tutta serve non un singolo intervento, ma un progetto di lungo periodo per disporre delle grandi ricchezze che i clan hanno accumulato e distribuire le briciole per cementare i ranghi. Un piano eversivo dell’ordine democratico costruito nel tempo, elaborato in modo preciso e attuabile solo in un determinato momento storico e in un luogo preciso. Come? Costruendo in vitro politici e amministratori - e sono diversi gli imputati di Gotha che hanno ricoperto questo ruolo - da muovere come pedine per far funzionare a dovere amministrazioni e governi locali, regionali, nazionali ed europei. Quando? Solo nel momento in cui i quadri di comando della ‘Ndrangheta visibile e invisibile si trovano perfettamente allineati, con il crimine tornato in mano ai De Stefano e Peppe tornato a impugnare lo scettro che era stato del padre per poi passare al superboss Pasquale Condello. Dove? A Reggio Calabria, "laboratorio a cui tutta la 'ndrangheta del mondo è chiamata a ispirarsi" perché è qui che per la prima volta i clan hanno capito che dovevano cambiare volto, metodo e strategia. Dove per la prima volta è stata concepita la necessità di una gestione unitaria per mettere a sistema l’enorme flusso di denaro in arrivo sul territorio.

Soldi pubblici, affari di clan: il cemento dell’unitarietà della 'Ndrangheta

Erano gli anni Settanta, i fuochi dei Moti e del golpe Borghese sono stati spenti con il pacchetto Colombo, sulla carta tesoretto da investire nello sviluppo, in realtà assegno per i clan. Anni dopo, l’esigenza che ha ispirato la strategia dei clan non è cambiata. È in questo - ha spiegato il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nel corso della requisitoria - che va cercata “la vera unitarietà della 'Ndrangheta. Le somme virtuali di cui dispone la 'Ndrangheta non sono spendibili in questo territorio, se non passando dall'unica grande industria presente che è l'apparato statale attraverso le varie articolazioni di cui è composto".
Da qui la necessità di controllarlo, con uomini selezionati e costruiti allo scopo. Politici, come Alberto Sarra considerato garante del sistema il primo. Per la procura antimafia, anche l’ex senatore Antonio Caridi faceva parte della batteria come “riservato” della direzione strategica, ma il quadro accusatorio non sembra aver convinto fino in fondo i giudici. Ma per controllarlo, l’apparato statale va anche presidiato dall’interno con soggetti come Franco Chirico, uomo di 'Ndrangheta sempre tenuto sottotraccia ma ben collocato nella pubblica amministrazione. Anche qui, nello schema la pubblica accusa aveva inserito anche il superburocrate Marcello Cammera, potentissimo dirigente comunale di Reggio Calabria, condannato a due anni ma assolto dall’aggravante mafiosa.

Paolo Romeo "Dio della 'Ndrangheta e della politica, adesso è caccia al 'pantheon'"
Un quadro che - a quanto pare - i magistrati hanno solo iniziato a disegnare. Insieme a loro, sullo scacchiere la direzione strategica - è emerso dalla lunga istruttoria dibattimentale - ha mosso altre pedine, come l’ex sindaco ed ex governatore Giuseppe Scopelliti, indagato in procedimento connesso, messo alle strette con una crisi politica costruita a tavolino quando inizia “a fare il potestà”, per dirla con le parole di Romeo, e rimesso in piedi con una bomba che era “una buffonata” piazzata dai servizi di Marco Mancini, o ancora l’ex senatore Giuseppe Valentino o l’ex europarlamentare Umberto Pirilli, anche loro sotto inchiesta per aver avuto a che fare con quel sistema e le sue strategie.
Non semplici elucubrazioni, ma progetti con ricadute concrete. Il pentito Seby Vecchio, che in quegli anni era assessore comunale di Reggio Calabria e oggi è un pentito del clan Serraino, parla della Reggio Calabria dei tempi come un “modello di cartone” governata da un cerchio magico che sedeva fuori dalle istituzioni. E che ha fatto ingrassare i clan. Nel regno in cui Paolo Romeo era “il dio della ‘Ndrangheta e della politica” le municipalizzate che in città hanno gestito manutenzione, raccolta rifiuti, riscossione tributi sono state spartite fra le famiglie di mafia ancor prima di vedere la luce. Appalti e lavori pubblici erano bancomat per i clan e alle loro esigenze subordinati.
Il Decreto Reggio, ufficialmente riserva pari oggi a più di mezzo miliardo di euro destinato allo sviluppo, in realtà inesauribile rubinetto di denaro per i clan, uno strumento da presidiare anche a costo di forzature istituzionali. “Uno strumento delicatissimo perché nel bilancio di Reggio - come la vicenda Fallara insegna - le voci sono fasulle, ma i soldi sono veri” è stato fatto notare in corso di requisitoria. Uno strumento unico “che ha un equivalente solo in Roma capitale che per questo ha una legge speciale. Roma Capitale d’Italia, Reggio capitale della mafia”. Un regime che la città dello Stretto ha pagato e continua a pagare.

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