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L’indifferenza del popolo e l’abitudine a dimenticare: tante le emozioni messe in scena dai giovani artisti per fare memoria della strage

Un viaggio nelle emozioni, nelle abitudini e nella natura umana più profonda: l’apatia per dimenticare ciò che è stato, l’omertà per scappare dal sentimento di paura, l’indifferenza per non sentire l’angoscia del peso della propria responsabilità. Sono stati continui i momenti di suggestione, di turbamento e anche di commozione che hanno tenuto stretto il pubblico davanti allo spettacolo intitolato “Il peso del sangue” realizzato dall’attrice e direttrice di Our Voice Sonia Bongiovanni e dagli altri giovani artisti del Movimento e portato per la prima volta sul palco lo scorso 20 luglio in via d’Amelio. Una rappresentazione scioccante, che apre il significato complessivo dell’opera teatrale a diverse interpretazioni.
La recitazione onirica e drammatica dei giovani attori e delle giovani attrici. La musica e la danza che hanno accompagnato ogni scena. Le melodie e i movimenti che hanno permesso agli spettatori di interpretare i sentimenti e le reazioni dei personaggi. Tutto ruota intorno ad una ragazza, Tari, interpretata da Sonia Bongiovanni e ad un ragazzo Colani, interpretato dall’artista uruguaiano Diego Grachot: i due sono “legati da qualcosa di eterno”. La prima ha uno sguardo pesante al limite della depressione, e dal suo aspetto traspare lo stato di malattia in cui si trova, causato dalla delusione, dallo sconforto e dall’angoscia provocati dalla morte di Paolo Borsellino e dei suoi alti ideali di giustizia e democrazia. Colani invece resta in silenzio per buona parte dello spettacolo, è rinchiuso in sé stesso e rifiuta di vedere e di ricordarsi ciò che è veramente successo nella strage di via d’Amelio. Entrambi, in modo diverso, sono incapaci di agire, o meglio, di reagire e di opporsi. “Come fai ad essere così freddo e cinico? A volte penso che non abbiamo vissuto insieme quel giorno. Eppure c’eri anche tu. Ma hai scelto di voltarti dall’altra parte mentre la speranza moriva Tu sei un testimone di ciò che è accaduto. Come fai a non sentire quell'urgenza di agire?”, Tari si dispera di fronte all’apatia di Colani, perché i suoi occhi hanno visto e non possono dimenticare, le sue mani hanno toccato il sangue dei propri martiri. Ma il ragazzo la lascia in una solitudine interiore che la attanaglia: la giovane così si aggrappa ad una lunghissima corda cercando di rimanere ancorata ai suoi ricordi passati insieme al magistrato, quando era fiduciosa e si affidava alle prospettive e alle promesse di cambiamento e di sradicamento del sistema mafioso dallo Stato italiano.





“Il mio riflesso fermo, che si guarda alle spalle, piangendo su qualcosa che è ormai perso per sempre, e resta inerme, mentre lì fuori i suoi assassini camminano liberi per le strade, come se le loro mani non si fossero mai sporcate e torneranno nel silenzio generale a mietere coloro che oggi ricoprono il suo posto”.
Sogni bruciati, prima con la strage di Capaci, poi 57 giorni dopo con la strage di Via d’Amelio e ancora successivamente con l’indifferenza del popolo e le garanzie di impunità per i responsabili. La delusione di aver visto festeggiare corvi e infedeli sopra quelle vite: chi si professava amico o chi si era impegnato a proteggerlo aveva sparato il fuoco alle spalle di Paolo Borsellino. Ed è con una scena animalesca che i giovani artisti decidono di rappresentare l’istinto di sopraffazione e la sete di potere che animarono quel giorno gli uomini deviati delle istituzioni che si trovavano nel luogo dell’attentato e decisero di tradire il proprio giuramento davanti alla Costituzione.
Colani invece rifiuta di vedere e di essere testimone di quel tradimento. Si nasconde dietro l’imperturbabilità e dietro il distacco rispetto a ciò che è successo, convinto che le stragi non hanno toccato la sua vita e che quella di Tari sia solo una fissazione, una follia, una malattia da curare: “Se tu vuoi dannarti per qualcosa che non cambierai sei la benvenuta, fallo, la gente è libera di fare le sue scelte. Io non mi sento responsabile”. La ragazza però, non riesce a sopportare da sola quel peso, e decide di togliersi la vita. Così come si tolse la vita Rita Atria, 17enne, testimone di giustizia, legata da un profondo legame, quasi paterno, con Paolo Borsellino. Anche lei si suicidò una settimana dopo l’attentato al magistrato e i suoi tormenti e la sua solitudine rimandano molto alla storia di Tari. Le parole strazianti di Rita sono state interpretate in un monologo nel finale dello spettacolo dalla giovane attrice del movimento, Elisa Pagano: “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l'unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà. Credevo che il tempo potesse guarire tutte le ferite. Invece no. Il tempo le apre sempre più fino ad ucciderti, lentamente. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta”.


Uno spettacolo che non riporta dati né fatti specifici, ma denuncia l’abitudine del popolo a dimenticare ed a restare inerme mentre i veri servitori dello Stato vengono isolati, delegittimati e minacciati di morte; mentre la verità viene vilipesa e stuprata nelle aule del Parlamento, nelle aule dei tribunali o in quelle televisive; mentre manca giustizia e in pochi si sacrificano per ottenerla. La storia si ripete senza sosta, come un ciclo incessante dove gli assassini sono gli esecutori, i mandanti e anche chi volge lo sguardo dall’altra parte.
Così è successo per la strage di Capaci, per la strage di Via D’Amelio e per tutti gli attentati degli anni ’80 e ’90. Così accade oggi, di nuovo, con nuove calunnie, nuove delegittimazioni e nuove sentenze di morte verso quei nuovi magistrati sulle cui gambe camminano le idee e le azioni di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Ancora una volta in pochi vedono, in pochi si oppongono e in pochi decidono di stringere a sé il peso del sangue, di sostenere il dolore e toccare con mano il sacrificio per pretendere che le nuove generazioni non debbano rivivere la stessa storia.
Ma nella disperazione e nella solitudine di Rita c’era ancora speranza e in nome di quel sogno che le strapparono via ognuno di noi può decidere di abbracciare parte di quella responsabilità: “Forse un mondo onesto, non esisterà mai. Ma chi ci impedisce di sognare. Forse, se ognuno di noi prova a cambiare, ce la faremo”.

Foto © Jacopo Bonfili e Our Voice

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