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E intanto c'è un altro pentito, Fontana, che vuole parlare della strage

"Sulla strage di via d'Amelio c'è una filiera che parte dal 1992 e arriva a oggi con tentativi di depistaggio attualissimi, come quello di Maurizio Avola che è stato un importante collaboratore di giustizia e che dopo tanti anni tira fuori la storia secondo cui nella strage non c’è nessun mistero. Chi l’ha mandato Avola? Sarebbe stata la quadratura del cerchio. Ci sono anche i tentativi di depistaggio di Graviano, che, processato a Reggio Calabria, depositò una memoria in cui, invece di difendere se stesso, si preoccupò di difendere l’ex 007 Giovanni Aiello, dicendo che non fu lui a partecipare alle stragi e facendo altri nomi che non c’entravano niente. Ma perché Graviano si fa carico di difendere Aiello?”. Era questo uno dei passaggi dell'intervento del Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato alla nostra conferenza “Strage di via d’Amelio, 29 anni dopo. Continua la ricerca dei mandanti esterni”. Parole che risuonano ancora più forte oggi che è giunta la conferma. Maurizio Avola, killer catanese e poi entrato e uscito dal servizio di protezione per collaboratori di giustizia, è ufficialmente indagato dalla Procura di Caltanissetta (guidata dal Procuratore facente funzione Gabriele Paci) per calunnia nei confronti del boss etneo Aldo Ercolano e, con tutta probabilità, sarà presto iscritto nel registro degli indagati anche per auto-calunnia.
Le dichiarazioni incriminate sono quelle dette agli stessi magistrati e raccontate anche a Michele Santoro nel libro “Nient'altro che la verità” (edito da Marsilio), scritto assieme al contributo di Guido Ruotolo.
Già il giorno dopo la presentazione nello speciale “Mafia - La ricerca della verità” realizzato dal TgLa7 e condotto da Enrico Mentana, la Procura nissena aveva diramato un comunicato ufficiale in cui si contestavano all’ex killer le “numerose contraddizioni del suo racconto” e si mettevano in evidenza alcuni “elementi probatori che inducevano a dubitare della veridicità” delle sue affermazioni.
In particolare si rappresentava l'esistenza di una relazione di servizio in cui si attestava come lo stesso Avola fu fermato il giorno prima della strage di via d'Amelio (il che esclude quanto da lui dichiarato sulla sua presenza a Palermo nei giorni precedenti l'attentato) con tanto di braccio ingessato. Ed ora potrebbero esserci altri elementi.
Quindi la notizia dell'apertura di un fascicolo per calunnia non può lasciare sorpresi.
Ma cosa diceva Avola?
Di fatto affermava di aver partecipato in prima persona alla strage di via Mariano D’Amelio, in quella tragica domenica di luglio 1992, di averla preparata e organizzata sull’asse Catania-Palermo insieme con Aldo Ercolano, numero due della mafia catanese e in quel momento sottoposto a sorveglianza speciale.
Non solo. Avola afferma che quell'uomo visto da Gaspare Spatuzza nel garage di Villasevaglios sarebbe stato lui o lo stesso Ercolano.
Una strage di "sola mafia", dunque. Nessun soggetto esterno coinvolto. Ma diversi elementi raccolti in trent'anni di indagini e processi dicono altro.
Alla moglie Agnese, lo stesso Borsellino disse: "Sarà ‘la mafia a farmi uccidere ma quando altri lo decideranno’". Un riferimento chiaro che non c'era solo la mafia, ma qualcuno più in alto a volerlo morto.

Le parole di Gaetano Fontana
Su via d'Amelio, però, potrebbero esservi anche altri elementi. Nei giorni scorsi Gaetano Fontana, figlio del boss dell’Acquasanta Stefano che si è detto disposto a collaborare con la giustizia, ha affermato in un pubblico dibattimento a Palermo di conoscere particolari "inediti" sull'attentato.
E non particolari qualunque, ma elementi sulle modalità e la posizione degli esecutori materiali che fecero saltare in aria la Fiat 126 imbottita di tritolo e parcheggiata sotto l’abitazione della madre del magistrato in via D’Amelio, a Palermo.
Basti pensare che ad oggi è ignoto chi ha premuto il telecomando (anche se l'ipotesi è che a farlo sia stato il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano in persona).
Secondo quanto riportato da livesicilia.it Fontana avrebbe anche detto che la sua famiglia mafiosa, quella dell’Acquasanta, in cui ricade la strada della strage, non fu informata della preparazione dell’eccidio. Ed avrebbe anche sostenuto che il padre seppe delle confidenze ricevute da Totò Riina e cioè che ci fu un’accelerata nell’organizzazione della strage. In aula il boss si è poi stoppato, dicendo di avere paura in quanto non ancora sotto protezione.
Un nuovo "caso Avola"? Forse. O forse no. C'è da dire che la Procura di Palermo, che sta raccogliendo da tempo le sue dichiarazioni, non è particolarmente convinta dei suoi racconti.
Ormai manca un anno al trentennale di Capaci e via d'Amelio. Come ricordava sempre Scarpinato "più trascorrono gli anni e più si comprende che la strage di via D’Amelio non è solo un caso giudiziario, ma è molto di più. È un capitolo della storia della lotta al potere in Italia, una cartina di tornasole del reale funzionamento del potere in Italia, il segreto ritratto di Dorian Gray nel volto feroce e criminale in alcuni settori della classe dirigente. E la strage di via d’Amelio è ancora tra noi, non è finita”.

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