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Il procuratore aggiunto: "Con la nuova riforma c'è il rischio di non dare priorità ai delitti di mafia"

Le verità e le ombre tutt'oggi presenti sul periodo stragista iniziato il 20 giugno del 1989 con il fallito attentato all'Addaura e finito con la mancata strage allo stadio Olimpico di Roma del 23 gennaio 1994 rappresentano un panorama su cui si sono riversati tentativi di depistaggio, manovre di entità esterne a Cosa Nostra e numerose azioni penali, le quali hanno permesso di far emergere molte verità. Nonostante i lavori e gli sforzi dei magistrati e delle forze dell'ordine tuttavia rimangono adombrate ancora le cosiddette verità indicibili, ossia quelle riguardanti la "lunga manus" di possibili apparati deviati dello Stato nella preparazione e/o esecuzione degli eccidi.
Sono proprio questi gli argomenti che il procuratore aggiunto di Firenze Luca Tescaroli, ad oggi titolare dell'indagine che si sta svolgendo nella Procura del capoluogo toscano riguardante i mandanti esterni delle stragi del 1993, ha sintetizzato in un articolo pubblicato su "Questione Giustizia".
Il 19 luglio 1992 - nello stesso anno in cui muore il giudice Giovanni Falcone nella strage di Capaci del 23 maggio - si verifica la strage di Via Mariano D'Amelio in cui a morire sono il giudice Paolo Borsellino e cinque dei sei membri della sua scorta - Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli mentre l'unico a sopravvivere è stato l'agente Antonino Vullo - "un evento senza precedenti" lo definisce il magistrato, che ha consentito "di superare le difficoltà connesse alle contrapposizioni politiche che fino a quel momento avevano accompagnato il difficoltoso cammino parlamentare del D.L. dell'8 giugno 1992, con il quale venivano varate misure repressive di contrasto alla criminalità̀ mafiosa". Questo è il primo punto sul quale vertono da tempo delle domande assai pressanti: Salvatore Riina sapeva che il 7 agosto il Parlamento avrebbe certamente fatto decadere il D.L su 41 bis, allora perché ha preso ugualmente la decisione di fare la strage?
E perché quell'accelerazione improvvisa e per certi versi anche sconsiderata da parte di Riina nell'eseguire la strage di via D'Amelio a soli, 57 giorni da quella di Capaci?
Nella sentenza di ben 5.252 pagine, del cosiddetto processo trattativa Stato - Mafia, i giudici hanno scritto che "l’improvvisa accelerazione che ebbe l’esecuzione del dottore Borsellino" fu determinata "dai segnali di disponibilità al dialogo - ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci - pervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via D’Amelio".
A titolo riflessivo, lo stesso Salvatore Cancemi ha detto anche, in occasione del suo esame dibattimentale nell’ambito del processo per la strage di via D’Amelio: “Io ho capito che Riina aveva preso un impegno e doveva rispondere a qualcuno”.
"Occorre verificare se vi sia stata una finalità di occultamento della responsabilità di altri soggetti per tale strage - ha sottolineato Tescaroli - nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato".
Un altro punto interrogativo è rappresentato dalle attività che il giudice Borsellino stava portando avanti nei 57 giorni che lo separano dalla morte. Come ha scritto Tescaroli infatti, Borsellino era impegnato "nella gestione di plurimi collaboratori di giustizia: Leonardo Messina, il quale aveva iniziato a collaborare a seguito delle stragi di Capaci, spiegando, fra l’altro, come funzionava il meccanismo spartitorio degli affari pubblici tra Cosa Nostra, gli esponenti politici e gli imprenditori; Gioacchino Schembri, appartenente alla stidda di Palma di Montechiaro, che conosceva le dinamiche sottese all’assassinio del giudice Rosario Livatino; Gaspare Mutolo, che aveva iniziato a lanciare accuse nei confronti di appartenenti alle istituzioni e, in particolare, dei Servizi Segreti. Aveva manifestato il proposito di individuare i responsabili della strage di Capaci e, nel corso di un’intervista a due giornalisti francesi, di essere a conoscenza di rapporti tra mafiosi ed esponenti del mondo imprenditoriale". Inoltre, "era stato indicato pubblicamente come naturale successore di Falcone nella guida della Procura Nazionale Antimafia" e se "Borsellino fosse stato informato dei negoziati in corso tra i vertici del sodalizio ed esponenti delle istituzioni si sarebbe certamente opposto".
Inoltre non si conosce ancora l'identità del personaggio indicato da Gaspare Spatuzza (collaboratore di giustizia dal 2008) al momento della consegna della Fiat 126 nel garage di via Villasevaglios e, altra cosa, rimane un punto interrogativo anche, come ribadito da Tescaroli "la provenienza dell'esplosivo utilizzato per imbottire la 126" così come rimane oscura l'identità di chi "azionò il telecomando che fece esplodere l'autobomba".


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Il magistrato Paolo Borsellino © Letizia Battaglia


Altro dato suscettibile di approfondimento riguarda il possibile segnale istituzionale che Cosa Nostra ha ricevuto durante il 1992 che, ha scritto il magistrato, "nella loro prospettiva suonava come una conferma che la loro attività stragista fosse idonea ad aprire nuovi canali relazionali, capace di individuare nuovi referenti politico istituzionali".
Tutti questi elementi impongono di continuare a domandarsi - e nel caso della magistratura ad indagare - se sia dimostrabile sul piano processuale "una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso nell’ideazione e nell’esecuzione dello stragismo dei primi anni Novanta".
Come riportato anche alla pagina 782 della motivazione della sentenza del 20 aprile 2017 (e depositata il 23 giugno 2001) emessa dalla Corte d'assise di Caltanissetta, inerente ad alcuni punti oscuri .
sulla strage di Via D'Amelio, vi erano "in corso trattative con canali istituzionali che si erano condensate nell’arcinoto ‘papello’, che era una sorta di cahier de doléances che costituiva per Riina la base per una seria trattativa con lo Stato". Inoltre nel medesimo documento si legge che "l’escalation di violenza che contrassegnò la stagione delle stragi era finalizzata ad indurre alla trattativa lo Stato, ovvero a consentire un ricambio sul piano politico che, attraverso nuovi rapporti, potesse assicurare come per il passato le necessarie complicità di cui Cosa Nostra aveva beneficiato". E poi ancora "ritornando al tema delle trattative va rammentato che Cancemi, in sede di riesame ha fatto riferimento ai contatti avuti da Riina con gli onorevoli Dell’Utri e Berlusconi. Contatti che, a suo dire, avevano lo scopo di ottenere provvedimenti legislativi favorevoli all’organizzazione: annullare la legge sui pentiti, abolire l’ergastolo, eliminare la normativa sul sequestro dei beni o di affievolirne le conseguenze. Anche Brusca ha riferito di una trattativa, a cavallo delle stragi, condotta da Salvatore Riina per ottenere benefici in tema di revisione dei processi, di sequestri di beni, di collaboratori di giustizia, nonché del progetto di attentato nei confronti del giudice Grasso, essendosi inaridite le trattative in corso, dopo la strage di Via D’Amelio. Dell’esistenza di contatti tra Salvatore Riina con rappresentanti istituzionali si trae conferma, come ha ricordato lo stesso Brusca, dalle dichiarazioni rese dal gen. Mori e dal magg. De Donno. Tali trattative, nel cui ambito si inserì anche Vito Ciancimino, sfociate nel notissimo 'papello', vennero intraprese nel quadro di una serie di iniziative del ROS, volte alla cattura di Riina e Provenzano. I vertici di Cosa Nostra, subito dopo la strage di Capaci, avevano ricevuto un segnale istituzionale che, nella loro prospettiva, convalidava la bontà delle prospettive che si aprivano in concomitanza con le stragi, tant’è che Riina aveva cercato di rivitalizzare, dopo la strage di Via D’Amelio, la trattativa con il progetto di attentato nei confronti del dr. Pietro Grasso. Difatti, la trattativa condotta dagli ufficiali del ROS con Ciancimino si era bloccata, avendo quest’ultimo chiesto una pausa di riflessione".
Queste parole sono state confermate anche della sentenza della Corte d’Assise di Firenze per le stragi del ’93, (n.3) del 6 giugno 1998 in cui si legge che, "l’iniziativa del ROS (perché di questo organismo si parla, posto che vide coinvolto un capitano, il vice-comandante e lo stesso comandante del Reparto) aveva tutte le caratteristiche per apparire una ‘trattativa’; l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione. Sotto questi profili non possono esservi dubbi di sorta, non solo perchè di ‘trattativa’, ‘dialogo’ ha espressamente parlato il cap. De Donno (il gen. Mori, più̀ attento alle parole, ha quasi sempre evitato questi due termini), ma soprattutto perchè non merita nessuna qualificazione diversa la proposta, non importa con quali intenzioni formulata (prendere tempo, costringere il Ciancimino a scoprirsi o per altro) di contattare i vertici di ‘Cosa Nostra’ per capire cosa volessero (in cambio della cessazione delle stragi). Qui la logica s’impone con tanta evidenza che non ha bisogno di essere spiegata. Quanto agli effetti che ebbe sui capi mafiosi soccorrono, assolutamente logiche, tempestive e congruenti, le dichiarazioni di Brusca. Su questo personaggio si potrà dire, ancora una volta, quello che si vuole, ma il tempo (luglio-agosto 1996) in cui parlò, per la prima volta, di questa vicenda, spazza ogni dubbio sulla assoluta veridicità di quanto ebbe a raccontare. Allora, infatti, l’esistenza di questa trattativa era sconosciuta a tutti i protagonisti di questo processo; Brusca non poteva ‘prenderla’ da nessuno (lo stesso generale Mori ha dichiarato di averla raccontata al Pubblico Ministero di Firenze nel mese di agosto del 1997)".
Sempre seguendo il filone delle responsabilità istituzionali va preso in considerazione "enigmatico il contenuto dell'intercettazione del dialogo di Mario Santo Di Matteo con la moglie" la quale nella fase esecutiva gli ha detto al marito, singhiozzando: "hai capito perchè hanno rapito Giuseppe? Abbiamo un altro figlio. Non parlare degli infiltrati della polizia nella strage". Cosa che infatti non è mai avvenuta.
Tra i punti oscuri vi sono certamente anche quelli relativi al celeberrimo depistaggio che ha avuto come protagonista il "picciotto della Guadagna" Vincenzo Scarantino, definito nelle motivazioni della sentenza del processo Borsellino Quater come uno "dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana". La pronuncia di condanna è stata emessa il 19 novembre 2019 dalla Corte d'Assise d'appello di Caltanissetta la quale ha anche ritenuto prescritto il delitto di calunnia nei confronti di Scarantino le cui dichiarazioni hanno cominciato ad essere smentite nelle audizioni di Cancemi, Di Matteo e La Barbera. "Scarantino mostrò oscillazioni nelle sue dichiarazioni, ritrattando a più riprese" ha scritto Tescaroli, ribadendo che "nella sentenza della Corte d'assise di Caltanissetta del 1999, che ha definito in primo grado il processo Borsellino ter, si è sostenuto che non si doveva 'tenere alcun conto delle dichiarazioni di Scarantino per la valutazione delle responsabilità sulla strage di via D’Amelio'". Tale depistaggio aveva portato alla contestazione del delitto di calunnia nei confronti di Scarantino, Candura, Andriotta e Pulci, a seguito, soprattutto, della collaborazione di Spatuzza, e alla loro condanna con sentenza di primo grado del 20 aprile 2017 della Corte d'Assise di Caltanissetta.
Inoltre, sempre nell'ambito del depistaggio, sono stati accusati anche appartenenti alle forze dell'ordine di cui il relativo processo è in fase di celebrazione.


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Strage di via D'Amelio © Shobha


Le verità accertate sulla "stagione delle bombe"
Le certezze acquisite dai procedimenti penali inerenti agli anni dello stragismo, ha puntualizzato Tescaroli, sono stati ottenuti "sulla base del fondamentale ausilio dei collaboratori di giustizia" i quali "hanno consentito di individuare i responsabili appartenenti a Cosa Nostra, di processarli nel pieno rispetto delle garanzie, di condannarli con sentenze definitive, di catturali (tutti tranne Matteo Messina Denaro), di sequestrare e confiscare i loro beni e i depositi di armi ed esplosivo di cui avevano la disponibilità".
Nell'esecuzione dell'eccidio sono stati coinvolti "uomini d’onore appartenenti alle famiglie mafiose di San Lorenzo, di Porta Nuova, di Brancaccio, di Corso dei Mille e della Noce" i cui ruoli sono stati raccontati "ancora una volta - ha scritto il procuratore - con il fondamentale ausilio di più collaboratori di giustizia, fra i quali, Salvatore Cancemi, Giovanni Battista Ferrante, Giovanni Brusca, Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina (collaboratore dall'aprile del 2011), che hanno consentito di smascherare il diabolico depistaggio attuato da un soggetto non appartenente a Cosa Nostra" ossia il sopracitato Vincenzo Scarantino.
Certamente una delle più grandi verità che è emersa durante il corso dell'iter giudiziario che ha avuto come perno principale le responsabilità istituzionali inserite all'interno del 'dialogo a suon di bombe' con lo Stato è stata esaurientemente descritta nella sentenza di primo grado emessa dalla seconda sezione penale della Corte d'Assise di Palermo il 20 aprile del 2018 nell'ambito del processo denominato "Trattativa Stato - Mafia" (tutt'ora in corso in Appello) in cui sono stati condannati il boss corleonese Leoluca Bagarella insieme al medico di fiducia di Totò Riina, Antonino Cinà, gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, l'ex senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri per attentato a corpo politico dello Stato di cui all’art. 338 c.p. (aggravato ex art. 339 c.p. e ex art. 7 d.l. 152/91) perché, "per turbare la regolare attività di corpi politici dello Stato italiano ed in particolare il Governo della Repubblica, usavano minaccia – consistita nel prospettare l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali connessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle istituzioni – a rappresentanti di detto corpo politico, per impedirne o comunque turbarne l’attività (fatti commessi a Roma, Palermo e altrove a partire dal 1992)".
Tornando alla strage di Via d'Amelio, il procuratore aggiunto ha scritto che "La dinamica esecutiva è stata ricostruita nei seguenti termini. Una settimana prima della strage, Fabio Tranchina compiva due appostamenti in via Mariano d'Amelio insieme a Giuseppe Graviano, il quale gli chiese, in un primo momento, anche di procurargli un appartamento nelle vicinanze, per poi dirgli che aveva deciso di piazzarsi nel giardino dietro un muretto in fondo a via d'Amelio per azionare il telecomando che provocò l'esplosione.
Su incarico di Giuseppe Graviano (veicolato tramite Cristofaro Cannella), Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino rubarono una Fiat 126, tra la fine della prima settimana di luglio e la sera del giorno nove. La proprietaria dell’auto, Pietra Valenti sporse denuncia di furto il 10 luglio 1992.
Dopo le iniziali difficoltà, Tutino riuscì a rompere il bloccasterzo con un 'tenaglione' e l’auto venne portata via a spinta. La ricoverarono nel magazzino di via Gaspare Ciprì, n. 19, a Palermo. Dopo il furto, Spatuzza incontrò Giuseppe Graviano a Falsomiele nella casa di Cesare Lupo (cognato di Fabio Tranchina) e lo informò di alcuni problemi che l’autovettura presentava alla frizione e ai freni. Graviano gli raccomandò di ripristinarne l’efficienza e di togliere dalla macchina ogni elemento che potesse consentire di risalire al proprietario. E così fece. Si era, perciò̀, rivolto a un meccanico di sua conoscenza, che lavorava presso l’officina di Agostino Trombetta per farle riparare e per questo aveva pagato 100.000 lire. Poi, Spatuzza la trasportò sabato 18 luglio 1992, mentre Cannella e Antonino Mangano lo precedevano alla guida di due auto per indicargli il percorso, nel garage di via Villasevaglios, ove Lorenzo Tinnirello, Francesco Tagliavia e altri membri del commando operativo la imbottirono di esplosivo: circa 90 chilogrammi di plastico Semtex-H di tipo militare e di produzione cecoslovacca (composto da pentrite, tritolo e T4) usato tra l'altro anche nella strage del treno rapido 904 del 23 dicembre 1984.
Tutino e Spatuzza recuperarono due batterie e un'antenna per alimentare e collegare i micidiali dispositivi destinati a far brillare la carica, nonché́ le targhe, che venivano consegnate a Giuseppe Graviano, da apporre alla 126 rubata per dissimularne la presenza sui luoghi della strage.
Su incarico di Giuseppe Graviano, Tranchina procurò il telecomando. Salvatore Biondo (classe 1955), l'omonimo Salvatore Biondo (classe 1956), Domenico e Stefano Ganci, Cristofaro Cannella e lo stesso collaboratore Ferrante hanno provato il funzionamento del telecomando e dei congegni elettrici che servirono per l'esplosione e segnalato telefonicamente, anche procedendo a pedinamenti, gli spostamenti del giudice Borsellino e della scorta fino a poco prima della strage (dato che ha trovato conferma nell’analisi dei tabulati telefonici delle utenze poste nella loro disponibilità̀). Salvatore Biondino, in particolare, avvisò Ferrante perché́ la domenica 19 luglio si sarebbe dovuto colpire il dottor Borsellino e lo incaricò di segnalare lo spostamento del giudice dalla sua abitazione. Raffaele Gangi, il quale fornì un notevole contributo, informò Salvatore Cancemi che l'attentato sarebbe avvenuto quella domenica sotto casa della madre del giudice. Biondino aveva già̀ riferito a Giovanni Brusca di 'essere sotto lavorò".
Tali risultati, come ha ricordato il magistrato, hanno rischiato la celebrazione fondamentalmente di tre processi (c. d. via d'Amelio bis, ter25 e quater) che "hanno condotto al riconoscimento del coinvolgimento di cosa nostra anche in tale strage, con condanna definitiva dei componenti degli organi di vertice del sodalizio" ossia la commissione provinciale di Palermo e la commissione regionale con la suddetta sentenza emessa il 20 aprile 2018.


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Strage di Capaci © Shobha


La strage di Capaci
"Il 23 maggio 1992 sembrò che dovesse per sempre sprofondare la speranza degli uomini onesti. Le immagini desolanti dell’enorme cratere, di quella Croma scagliata ad oltre 60 mt. di distanza dall’orrenda deflagrazione, con all’interno i cadaveri straziati di Rocco Di Cillo, di Vito Schifani e di Antonio Montinaro, quella folla enorme e scomposta di persone che si riversavano nell’area aperta a tutti per andare a rendere omaggio alle vittime o semplicemente a curiosare, quelle persone che vendevano panini e merce varie in prossimità̀ del luogo teatro del crimine, il rapido ripristino della viabilità̀ della carreggiata, ove era avvenuta l’esplosione, in vista dell’imminente arrivo della regina d’Inghilterra, che indusse a fare tutto in fretta, mi apparvero come lo specchio su cui si rifletteva l’immagine di uno Stato assente e distratto, che per tanti anni aveva tollerato o, forse, favorito, il dilagare del crimine organizzato". Sono state queste le parole con cui Tescaroli ha descritto il tragico eccidio di Capaci. Per questo a distanza di anni molti cittadini, compreso lo stesso magistrato, non si considerano più abitanti di un Paese democratico. "L’orgoglio ferito di cittadino mi indusse a recarmi, comunque, in Sicilia e nella provincia nissena, dove le tenebre della morte avevano pervaso ogni angolo, per prestare il mio contributo al ripristino della legalità̀, così severamente vituperata - ha scritto Tescaroli - nello scoramento, tra la rabbia, il terrore e lo sconcerto, pochi immaginarono di poter fare giustizia nel volgere del tempo, in un Paese dove le stragi rimanevano quasi sempre un mistero". Infatti durante la sua permanenza nella Procura di Caltanissetta Tescaroli è stato delegato alla trattazione delle indagini, delle udienze preliminari e dei dibattimenti dei procedimenti per le stragi dell’Addaura e di Capaci e, poi, applicato in appello per il processo di Capaci. Tuttavia, come riportato dallo stesso magistrato, "a distanza di trentadue anni, non c’è più tempo per la verità̀ giudiziaria perché il reato di strage si è prescritto. Non sarà più possibile dare un volto a quelle menti raffinatissime che potrebbero avere avuto un interesse convergente nell’ideazione dell’attentato e agli ulteriori esecutori intravisti, e per sciogliere i nodi irrisolti che vi ruotano attorno".
Tuttavia i processi che sono scaturiti dall'azione dello Stato hanno inflitto a Cosa Nostra pesanti perdite, "l'organizzazione - ha scritto il magistrato fiorentino - Cosa nostra è stata piegata e scompaginata, riducendone fortemente la potenza, soprattutto alla fine degli anni Novanta, come un gigante dai piedi d'argilla trafitto. L'organizzazione è stata resa certamente meno pericolosa di quanto non lo fosse stata dal 1989 al 1994, privandola del terrificante potere criminale militare, impiegato per fini di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico. Rimangono, tuttavia, punti oscuri sullo stragismo e cosa nostra non può certo dirsi sconfitta". Inoltre, il magistrato ha raccontato un'udienza tenuta all'aula bunker di Caltanissetta con quello che poi è stato condannato come l'esecutore materiale della strage di Capaci, Giovanni Brusca, sottolineando che il telecomando era stato fornito dal noto estremista di destra Pietro Rampulla e che "l’esito dell’analisi dei contatti telefonici intercorsi nella fascia oraria caratterizzata dall’attentato faceva emergere un colloquio alle ore 17,49 del 23 maggio 1992 della durata di 325 secondi, a ridosso dell’esplosione, avvenuta alle 17:56.48, come si è stabilito attraverso la rivelazione dell’istituto Nazionale di Geofisica della stazione di Monte Cammarata. Un dialogo intercorso tra l’utenza in uso a Gioacchino La Barbera, mentre stava seguendo, a bordo della Delta Integrale sulla strada parallela all’autostrada, il corteo di auto nel quale viaggiava Giovanni Falcone, e quella intestata a Mario Santo Di Matteo in uso in quel momento ad Antonino Gioè, presente a fianco di Giovanni Brusca sulla collinetta che domina il tratto di autostrada, negli istanti immediatamente antecedenti all’attivazione del telecomando. L'input investigativo che ha consentito di ricostruire la fase preparatoria ed esecutiva dell’eccidio, verificatosi a ridosso dello svincolo autostradale di Capaci, è stato fornito da Giuseppe Marchese, nel settembre 1992, all’indomani dell’inizio della sua collaborazione. Ci disse di attenzionare Gioacchino La Barbera, Antonino Gioè e tale Santino Mezzanasca per giungere all'individuazione dei responsabili. La conseguente attività investigativa nei loro confronti fece comprendere che La Barbera e Gioè vivevano in clandestinità in un appartamento di via Ughetti, al civico n. 17, a Palermo e consentito di identificare Mezzanasca in Mario Santo di Matteo. Il riascolto, nel maggio del 1993, dei colloqui intercettati al suo interno consentì di comprendere che, dalle 0,40 alle 1,55 del 9 marzo 1992, La Barbera si rivolgeva a Gioè, dicendogli per indicare un dato luogo: 'ti ricordi u carruzzerivicinu uni aspettai ddocu, ddocu a Capaci uni ci fici (o ci ficimu) l’attentatuni'. Su tali risultanze sono confluite prove pesanti come macigni - idonee a resistere ai tentativi di depistaggio del passato e del presente - in parte significativa costituite dalle confessioni severamente verificate di otto uomini d’onore partecipi al delitto. Mario Santo Di Matteo, Salvatore Cancemi, Gioacchino La Barbera hanno iniziato a collaborare tra il 24 ottobre 1993 e il dicembre 1993; Calogero Ganci, Giovanbattista Ferrante, Antonino Galliano e Giovanni Brusca tra il 7 giugno e il luglio del 1996, durante il primo processo di primo grado; Antonino Giuffrè nel corso del 2002. Le loro dichiarazioni - unitamente all’apporto di altri collaboratori (fra i quali, Francesco Paolo Anzelmo, Francesco Di Carlo, Filippo Malvagna, Leonardo Messina, Vincenzo Sinacori, Francesco Geraci, Ciro Vara) - e i formidabili riscontri acquisiti hanno consentito di ricostruire dettagliatamente la fase preparatoria, esecutiva e ideativa dell’eccidio (che ha visto il coinvolgimento degli appartenenti ai massimi organi di vertice di Cosa Nostra: la commissione provinciale e regionale) e di giungere alla condanna con sentenza definitiva - a seguito di un doppio verdetto della Corte di Cassazione del 30-31 maggio 2002 e del 18 settembre 2008, di 37 mafiosi di rango (tre ulteriori imputati, fra i quali Antonino Gioè, sono deceduti prima dell’intervento della sentenza di primo grado). Come era stato ipotizzato sin dalle prime indagini, gli assassini si mantennero in contatto grazie a telefoni cellulari, che si è provato non essere stati clonati e che hanno permesso di radiografare tutte le loro chiamate".


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Il magistrato Giovanni Falcone © Letizia Battaglia


Inoltre, "sono state ricostruite dettagliatamente le attività̀ pianificate e attuate di controllo degli spostamenti dell’auto in dotazione del dottor Falcone a Palermo, di ricerca del punto più̀ adatto ove collocare la carica e del relativo idoneo punto di appostamento per il lancio del segnale di attivazione; le modalità̀ di acquisizione dell’esplosivo, il confezionamento della carica e le modalità di collocazione della stessa nel cunicolo sottopassante l’autostrada; gli aspetti relativi al reperimento dei materiali (inclusi gli esplosivi necessari); le reiterate prove su strada svoltesi sul tratto di autostrada interessato dall’attentato e le relative finalità (provare in loco il radiocomando, stabilire l’anticipo di lancio del segnale dal luogo di appostamento, individuando il punto di passaggio del corteo da dove azionarlo, provare le comunicazioni tra i membri del commando); il peso e l’innescamento della carica, tramite l’inserimento nel bidone più grosso contenente circa 50 Kg dell’esplosivo farinoso del tipo tritolo, posto al centro della carica, tramite inserimento nello stesso di due detonatori elettrici affiancati. E, ancora, la dinamica delle condotte tenute il giorno del delitto. Calogero Gangi, dalla macelleria di Palermo ove lavorava, chiamò il fratello Domenico e l’avvisò di aver visto sfrecciare l’auto usata da Falcone; Domenico Gangi mise in moto il meccanismo di comunicazione, allertando Giovanbattista Ferrante, appostato nella zona dell’aeroporto di Palermo, e i membri del gruppo militare che erano a Capaci, che la macchina in dotazione al magistrato aveva imboccato l’autostrada, per dirigersi verso l’aeroporto. A seguito della confessione di Gaspare Spatuzza e, poi, di Cosimo d’Amato ulteriori esponenti dell’organizzazione sono stati individuati e condannati per aver fornito, previa lavorazione, una parte dell’esplosivo impiegato: il tritolo proveniente da ordigni bellici.
Si è appurato che Falcone fu ucciso per tre ragioni. Il sentimento di vendetta che animava i vertici di cosa nostra per quanto aveva fatto: a Palermo quale giudice istruttore, che aveva contribuito soprattutto a istruire il maxiprocesso (che aveva condotto a condanne definitive e al riconoscimento per la prima volta dell’esistenza di cosa nostra e delle sue regole di funzionamento); Roma, quale Direttore generale degli Affari Penali, a far data dal febbraio 1991, per le attività espletate di proponimento legislativo e amministrativo. Vanno, fra le altre, ricordate le misure per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciale e di organi di altri enti locali conseguenti a infiltrazioni mafiose; l’istituzione della DIA, della DNA, del fondo di sostegno per le vittime di richieste estorsive; le norme sull’ineleggibilità di coloro che avevano riportato condanne; le limitazioni dell’uso del contante e dei titoli al portatore; il dl 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, che prevedeva limiti alla possibilità per i condannati di delitti di criminalità mafiosa di usufruire della liberazione condizionale, l’introduzione dell’aggravante a effetto speciale per i reati di mafia e l’attenuante speciale per chi collabora con la giustizia, un regime speciale agevolativo per effettuare le intercettazioni; un provvedimento legislativo che impediva la scarcerazione degli imputati del maxiprocesso, per decorrenza dei termini di durata della custodia cautelare in carcere.
La prospettiva di carattere preventivo: la preoccupazione per l’attività che Falcone avrebbe potuto compiere, soprattutto nel settore della gestione illecita degli appalti, tanto più̀ se fosse divenuto Procuratore Nazionale Antimafia. Le affermazioni di Falcone  'la mafia era entrata in borsa' avevano indotto a temere che Falcone avesse capito che dietro la quotazione in borsa del gruppo Ferruzzi vi fosse effettivamente Cosa Nostra.
La terza si coglie se la strage si colloca nel più ampio progetto terroristico eversivo, ideato nell’autunno del 1991, sintetizzato dalle parole di Salvatore Riina: 'bisogna fare la guerra prima di fare la pace', riportate da Filippo Malvagna, che rappresentano un ragionamento politico. A seguito del nefasto esito del maxiprocesso, derivante dalla sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992 e del conseguente insuccesso dei tentativi di condizionarne l’esito, cosa nostra ha colpito gli acerrimi nemici e i tradizionali referenti politico istituzionali. Con il ricatto a suon di bombe, attuato con otto stragi (due in Sicilia e sei nel continente) e plurimi omicidi" indussero "il premier Carlo Azeglio Ciampi a dire di 'aver temuto un colpo di Stato'".

Le conseguenze e le ombre sulla strage di Capaci
Se si analizzano gli eventi successivi all'eccidio di Capaci si può subito notare un celere cambiamento nel panorama politico, Infatti l'onda emotiva dello sdegno ferma la corsa di Giulio Andreotti al Quirinale, al suo posto infatti come presidente della repubblica viene eletto Oscar Luigi Scalfaro.
A tale riguardo, ha scritto il magistrato "Giovanni Brusca ha riferito che, mentre era in corso la fase preparatoria della strage di Capaci, Riina gli aveva esternato l’auspicio che l’attentato a Falcone venisse eseguito prima della nomina del Presidente della Repubblica, perchè in tal modo si sarebbe impedita l’elezione dell’on. Andreotti a quella carica. È un dato di fatto che, quando la mano omicida di Brusca faceva brillare la carica, da dodici giorni regnava forte l’incertezza, da parte delle forze politiche, nell’individuare un candidato alla Presidenza della Repubblica sul quale far convergere i consensi, anche se sullo sfondo rimaneva sempre vitale l’immagine di una candidatura forte come quella dell’On Giulio Andreotti. Il Presidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro, due giorni dopo, al sedicesimo scrutinio, veniva eletto Presidente della repubblica con 672 voti. Veniva così superato “l’impasse” prodotto dal fallimento delle candidature Forlani, Conso e Vassalli.
In altri termini, se la situazione del 16 marzo 1978 aveva spianato la strada alla fiducia al quarto governo Andreotti, la strage, per converso, estrometteva quest’ultimo dalla poltrona di presidente della repubblica, superando, per dirla con Brusca, i 'giochini' intrapresi a seguito delle dimissioni del 25 aprile dell’On. Cossiga".
Ma ci sono anche altri interrogativi puntualizzati dal magistrato, ad esempio, "come mai Paolo Bellini - ha domandato Tescaroli - s’incontrò con l'esecutore della strage di Capaci Antonino Gioè e perché istillò il proposito di colpire la Torre di Pisa"?


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L'ex presidente Giulio Andreotti © Shobha


Infatti tra Paolo Bellini e Antonino Gioè si era istaurato un dialogo che aveva come oggetto "il recupero di quadri rubati di notevole valore, a fronte di benefici per detenuti, indicati in esponenti del gotha di Cosa Nostra, nel quadro di riflessioni relative al compimento di attentati al patrimonio artistico del Paese, tra i quali, sempre ricorrente, la Torre di Pisa. Quei progetti vennero veicolati a rappresentanti dello Stato. Secondo il racconto di Giovanni Brusca, fu Bellini a mettere sotto gli occhi dei mafiosi i beni del patrimonio artistico nazionale e a discutere con loro delle conseguenze di possibili attentati. Il collaborante ha puntualizzato di aver parlato dei suggerimenti di Bellini con Leoluca Bagarella e di aver sempre tenuto informato Riina, sottolineando che elaborarono l’idea istillata da Bellini. Sul versante istituzionale, è emerso che, inizialmente, Bellini si rapportò con il maresciallo dei carabinieri del Reparto Tutela Patrimonio Artistico, Roberto Tempesta, e, successivamente, con il generale Mario Mori", ha scritto Tescaroli.
Un altro elemento da metter in luce sono "le ragioni e le modalità della morte di Antonino Gioè avvenuta il 29 luglio 1993, all’indomani degli attentati nelle città di Roma e Milano del 27-28 luglio 1993" così come "gli incontri di Francesco Di Carlo con esponenti dei servizi segreti nel carcere di Full Sutton, portatori del proposito di eliminare Falcone, e la possibile interrelazione degli stessi con la strage. Colloqui nel corso dei quali Di Carlo indicava Gioè come soggetto idoneo allo scopo, che poi verrà coinvolto nell’eccidio". E poi ancora "il rinvenimento di un guanto in lattice, nell’area dell’attentato di Capaci (in realtà ricadente nel territorio del comune di Isola delle Femmine), con un’impronta genetica che potrebbe far riferimento a una donna. Si noti che Gioacchino La Barbera ha sottolineato l’uso da parte dei membri del commando di guanti di lattice da chirurgo nelle operazioni di carico della stessa tipologia di quelli rinvenuti nel corso del sopralluogo. Più̀ in generale, non si è dimostrato con certezza il perchè sia cessata il 23 gennaio 1994 la campagna stragista, dopo il fallito attentato allo stadio Olimpico.
A distanza di 29 anni dalle stragi di Capaci e di via Mariano d’Amelio (e a 32 dall’attentato dell’Addaura) se possiamo ritenere di avere accertato, con il pieno rispetto delle garanzie degli imputati condannati, una parte davvero significativa della verità attorno a quei delitti, non possiamo trascurare l’impegno a continuare nella ricerca della stessa, che rappresenta non solo un obbligo giuridico. Si tratta, infatti, di un tributo che si deve al vivere democratico, alla memoria delle vittime, al dolore dei loro cari e dei sopravvissuti. È la coscienza critica e morale della società civile che impone questo dovere. Senza verità completa non c’è giustizia. È importante non dimenticare mai ciò̀ che è accaduto, come si sono accertate le responsabilità penali e mantenere un impegno costante nel contrasto, fino a quando continueranno a esistere cosa nostra e le altre strutture mafiose, per non essere costretti a rivivere quel tragico passato".

Il fallito attentato all'Addaura
Molto spesso l'inizio della stagione stragista viene collocata al 23 maggio 1992, giorno della strage di Capaci in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Francesca Morvillo assieme ai tre uomini della loro scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, ma è possibile tirare indietro la linea temporale fino al 20 giugno del 1989, in cui è stato messo in atto quello che è stato ricordato come il fallito attentato all'Addaura di cui si è occupato a fondo il procuratore aggiunto Luca Tescaroli:
"Alle 11 del mattino del 9 luglio 1996 mi trovavo nel mio ufficio di Caltanissetta e ricevetti una telefonata dell'avvocato Alessandro Bonsignore, con la quale mi comunicò che il suo assistito Giovan Battista Ferrante, uomo d’onore di San Lorenzo, voleva urgentemente essere sentito da me, ma che poi non avrebbe più̀ potuto curare la sua difesa. Nel pomeriggio mi recai a Palermo e iniziai l'interrogatorio. Ferrante ammise la sua partecipazione alla strage di Capaci, manifestando il proposito di dissociarsi da cosa nostra. Pochi giorni dopo iniziò a collaborare a pieno titolo e, il 15 luglio, aprì uno squarcio sulla verità̀ di uno dei più̀ misteriosi e inquietanti episodi stragisti, da cui tutto partì: il fallito attentato all'Addaura, a Mondello, che avrebbe dovuto essere eseguito il 20 giugno 1989, ai danni del giudice Giovanni Falcone e dei componenti della delegazione elvetica (il giudice istruttore Claudio Lehmann e il pubblico ministero sottocenerino Carla Del Ponte; il commissario di polizia Clemente Gioia) in quei giorni presenti a Palermo per il compimento di una rogatoria. Ferrante mi raccontò che tre giorni prima Antonino Madonia aveva richiesto a Salvatore Biondino di procurargli l'esplosivo e che quest'ultimo, avuta l'autorizzazione da Salvatore Riina, si era attivato per recuperarlo, chiedendo il suo aiuto; prelevarono dal deposito clandestino, ubicato in un terreno di contrada Malatacca, alla periferia di Palermo, i candelotti rivestiti di carta oleata di colore marrone del tipo Brixia, riconosciuti dal collaborante in una foto che avevo mostrato in aula durante un'udienza del processo di Capaci e che ritraeva l'esplosivo rinvenuto il 21 giugno 1989 nella casetta metallica inserita nella borsa di plastica riposta sulla piattaforma in calcestruzzo antistante alla villa abitata nel periodo estivo da Giovanni Falcone. Raccontò di essere certo che 'l'artefice di tutto' fosse stato Antonino Madonia". Successivamente, ha scritto il magistrato "Francesco Onorato confessò il proprio coinvolgimento nell'attentato e consentì con le sue dichiarazioni di ampliare le conoscenze sulle modalità organizzative ed esecutive, riferendo di una riunione preparatoria tenutasi presso l'abitazione di Mariano Tullio Troia, delle attività di sopralluogo svolte nella zona teatro dell'attentato e che era stato Angelo Galatolo a collocare 'la borsa' contenente l’ordigno". E poi ancora, "gli esiti delle indagini eseguite, l'apporto di altri collaboratori di giustizia (fra i quali, Giovanni Brusca e, in seguito durante il giudizio d’appello, Antonino Giuffré e Baldassare Ruvolo) hanno consentito di ottenere importanti e granitiche verità, riconosciute da un duplice verdetto della Corte di Cassazione del 6 maggio 2004 e del 26 marzo 2007, che hanno individuato: Riina, quale mandante; Biondino, Madonia, Onorato, Vincenzo e Angelo Galatolo, quali esecutori del delitto di strage; Ferrante quale responsabile della detenzione e del porto dell'esplosivo.


addaura da palermotoday

La villa del fallito attentato all'Addaura


Una verità che è stata corroborata, a seguito di una successiva indagine, dal rinvenimento dell’impronta del DNA di Angelo Galatolo sulla maglietta rinvenuta a ridosso dell’ordigno e che ha resistito ai tentativi di depistaggio dell’artificiere Francesco Tumino e derivanti dalle dichiarazioni del mafioso dell’Acquasanta Angelo Fontana, che si è accusato falsamente di aver partecipato all'agguato. L’attentato è risultato diretto a uccidere, l’ordigno era nelle condizioni di esplodere e aveva un raggio di letalità pari a circa 60 metri. Fu preceduto da una raffinata intossicazione dell’informazione finalizzata al discredito e all’umiliazione di Giovanni Falcone, con la falsa accusa, contenuta in numerose lettere anonime, di aver impiegato il collaboratore di giustizia Salvatore Contorno per catturare latitanti e per eliminare appartenenti al gruppo dei 'corleonesi' e con la diffusione della falsa notizia di un incontro a Palermo di Tommaso Buscetta con il barone Antonino D’Onufrio. Un’attività preparatoria capace di giustificare dinanzi all’opinione pubblica, l’uccisione del magistrato, di delegittimare i collaboratori di giustizia, che costituivano gli elementi probatori fondamentali del processo 'maxi uno' - istruito dallo stesso Falcone, vero e proprio elemento propulsivo del pool guidato da Antonino Caponnetto - di scardinare il sistema antimafia con le sue proiezioni internazionali. Falcone doveva essere ucciso per motivi di vendetta, ma non solo".
Per capire la gravità dei fatti è necessario inserirli nel particolare contrasto storico in cui sono avvenuti, ossia quelli della 'Prima Repubblica', fondata, come ha scritto il magistrato, "su frequenti e taciti accordi tra mafiosi ed esponenti di partiti politici, basati su una sostanziale non belligeranza in funzione anticomunista, incominciò a mostrare i suoi primi cedimenti determinati sia dall’azione di magistrati indipendenti, come Falcone e Borsellino (tanto osteggiati in vita quanto osannati da morti), sia dalla progressiva caduta della contrapposizione internazionale Est-Ovest".

Il futuro dell'antimafia
Molte cose sono state fatte nel corso della storia giudiziaria che ha riguardato il periodo stragista. Tuttavia nei giorni recenti è stata approvata una riforma che rischia di mettere una pietra tombale sui processi di mafia, ossia la neo riforma della giustizia firmata dal Guardasigilli Marta Cartabia.
A questo proposito si è espresso ancora una volta il magistrato Tescaroli in un'intervista rilasciata al Fatto Quotidiano.
“La riforma Cartabia rischia di diventare un’amnistia mascherata: ogni volta che scatterà l’improcedibilità, lo Stato avrà fallito e la giustizia non fornirà più un servizio ai cittadini” ha detto il magistrato, sottolineando che "il pericolo è concreto" e che si sta "mettendo a rischio anche la nostra democrazia". "Apprezzo lo sforzo che è stato fatto dalla commissione Lattanzi - ha puntualizzato Tescaroli - e dal ministro che hanno offerto delle soluzioni, ma mi chiedo se l’obiettivo di assicurare il servizio della giustizia ai cittadini sia raggiunto. Ai cittadini interessa, in tempi ragionevoli, sapere se un imputato è innocente o colpevole. In caso contrario, lo Stato ha fallito e la giustizia non fornisce più un servizio utile. Il primo problema è la nuova prescrizione" poiché una volta che viene abolita i processi devono essere portati a termine entro determinante scadenze, ossia due anni per l'Appello e un anno per la cassazione; sforata la scadenza il processo cade nell'improcedibilità e viene soppresso. Ma le vittime rischiano di essere abbandonate totalmente a se stesse mentre le sentenze di primo grado andranno inevitabilmente buttate al macero. Per gusto c'è rabbia e sconcerto.
"C’è il rischio che venga vanificato l’esito di molti procedimenti - ha detto Tescaroli - le procure sono in difficoltà perché manca il personale e molte Corti d’Appello, 11 in tutta Italia, non potranno più celebrare i processi perché hanno carenze di organico che andava potenziato: una riforma andrebbe fatta in relazione alle risorse che si hanno, non viceversa. Così si rischia un’amnistia mascherata inaccettabile. Anche perché l’improcedibilità scatta dopo 2 anni e un giorno anche per quei reati gravi che hanno tempi di prescrizione più lunghi: rapine, estorsioni e molti altri rischiano di non essere più puniti".
La totale impunità quindi è uno spettro che torna ad aggirarsi nelle aule di giustizia, soprattutto per quanto riguarda i cosiddetti 'colletti bianchi i cui reati, per certi versi più di altri, "incidono sulla nostra democrazia". Rispondendo alle domande Tescaroli ha spiegato che esiste una modifica all'interno della riforma che prevede l'annullamento della pena carceraria per condanne sotto i sei anni e che questa rappresenterebbe un serio rischio poiché "nessun colletto bianco andrà più in carcere. Con un effetto disastroso perché verrebbe meno l’effetto di deterrenza: questi criminali sono calcolatori che soppesano rischi e benefici. Prima di intascare mazzette, un corrotto si chiede: cosa rischio? Se è qualche anno ai servizi sociali invece che il carcere, potrebbe anche decidere di correrlo".
Inoltre siccome la priorità del reato da perseguire sarà decisa dal parlamento, Tescaroli ha commentato questo punto dicendo che "è una norma molto pericolosa perché per la prima volta il potere legislativo controllerebbe quello giudiziario incidendo sull’obbligatorietà dell’azione penale" e ciò potrebbe portare ad una situazione in cui "in futuro una maggioranza potrebbe chiedere di non dare priorità ai delitti di mafia e terrorismo. Così saremmo costretti a non perseguire mafiosi e terroristi in via prioritaria".
Infine il procuratore di Firenze ha spiegato che una soluzione concreta al problema della giustizia indicata per molti anni da numerosi addetti ai lavori passa attraverso un aumento degli organici e della "possibilità di accedere ai riti alternativi, ma anche una coraggiosa depenalizzazione per sfrondare i processi dai reati che potrebbero essere puniti più adeguatamente con sanzioni amministrative. Servirebbe una riforma di sistema e speriamo non sia un’altra occasione persa".

Foto di copertina © Paolo Bassani

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