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di Sebastiano Ardita

Sono passati 29 anni da quando Paolo Borsellino guardò in faccia la morte e scelse di andarvi incontro per amore della sua terra e della democrazia.
Per anni è stato uno scudo per noi magistrati contro i poteri criminali, non solo mafiosi ma anche finanziari, politici e istituzionali. Ma non è più il tempo delle commemorazioni autocelebrative, in cui il valore degli eroi si trasmette da solo ad una intera categoria.
Siamo alla vigilia di una riforma della giustizia che rischia di presentarsi come dannosa per la parte processuale, e quanto meno inutile per la parte ordinamentale. Le responsabilità delle istituzioni politiche si sommano a quelle degli ultimi 30 anni. Ma la crisi di immagine e di rappresentanza grave e profonda che riguarda la magistratura non possiamo affrontarla serrando le fila contro la politica, o contro gli avvocati, e chiedendo un atto di fede verso i magistrati che serva a garantire lo status quo.
Da Paolo Borsellino e dagli altri eroi in questi anni abbiamo ricevuto un grande credito pubblico. Dobbiamo ricambiare con la stessa moneta di dedizione alla funzione, di rispetto dei cittadini e delle altre istituzioni. La nostra forza morale e la credibilità devono abitare nella capacità di raggiungere le istanze dei più deboli, di contribuire alla pace sociale senza rinchiudersi nella corazza di chi ritiene di operare nel giusto, solo perché esercita una funzione che altri hanno pagato con la vita. Occorre mettersi in discussione e guardare le cose con gli occhi dei cittadini, cui a volte si è data l’idea di un potere in lotta al proprio interno o contro altre istituzioni.
La memoria di Paolo Borsellino, il suo sacrificio, oggi non possono più essere cambiali in bianco, crediti che valgono per tutti e per sempre. Dobbiamo conquistarci il diritto di esserne degni.

Tratto da:facebook.com

Foto © Francesco Pedone

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