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I pm avrebbero chiesto una copia della missiva sulla quale però non arrivano risposte ufficiali dal ministero

Giuseppe Graviano, boss stragista e custode dei principali segreti su Cosa nostra e i rapporti con la politica, continua a lanciare messaggi ambigui. Dice e non dice. Vuole essere ascoltato, ma al contempo depista mischiando pezzi di verità con menzogne. E’ notizia di qualche giorno fa l’invio di una lettera di Graviano dal carcere di Terni, dove il capo mafia di Brancaccio è recluso in regime di 41bis, alla ministra della giustizia Marta Cartabia. Su questa lettera, dal contenuto al momento sconosciuto (l’ordinamento penitenziario non prevede il controllo della corrispondenza dei detenuti quando questi si rivolgono ad autorità come il Presidente della Repubblica o il guardasigilli), sta mettendo mano la Dda di Firenze, guidata dal procuratore Giuseppe Creazzo. L’ufficio inquirente, composto dagli aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli, che indaga sulle stragi del 1993 chiederà infatti al ministero della Giustizia di acquisire copia della missiva. Nel frattempo da via Arenula per il momento non arriva alcuna voce ufficiale in merito alla lettera, e non è previsto che ne arriveranno. Al momento si hanno solo alcune indiscrezioni che Il Fatto Quotidiano ha raccolto. Dal dicastero fanno sapere che “all’attenzione del ministero e del Dipartimento amministrazione penitenziaria arrivano centinaia di lettere dei detenuti di ogni circuito e ogni caso viene esaminato e inoltrato agli uffici competenti per le opportune verifiche”. Tra queste lettere è arrivata anche quella di Graviano, hanno detto, che “è stata trasmessa al Dap” che però sembra non avergli dato seguito, almeno per ora.

La lettera alla Lorenzin e il tempismo del boss
Questa vicenda ha un precedente simile e risale al 2013. Nell’agosto di quell’anno il boss stragista aveva mandato una lettera alla ministra della Salute Beatrice Lorenzin che al tempo era in forze berlusconiane (Pdl). In quella missiva, inspiegabilmente inviata alla Presidenza del Consiglio e poi “girata” al ministero, Graviano, fra le altre cose, faceva riferimento alla “provenienza dei capitali per formare il patrimonio della famiglia Berlusconi”, auspicando il coraggio di qualche politico per “abolire la pena dell’ergastolo”. Di quella corrispondenza ha parlato lo stesso Graviano quando a Reggio Calabria, al processo ’Ndrangheta stragista, ha sostenuto: “Il ministero mi ha risposto che stava portando avanti tutto quello che avevo chiesto. Io avevo quella lettera ma è scomparsa quando mi hanno trasferito ad Ascoli nel 2014”. Un esito completamento diverso, almeno per ora, da quello che riguarda la ministra Cartabia. Il caso era stato approfondito sempre dalla procura fiorentina che aveva sentito l’ex ministra come persona informata sui fatti. Da quella missiva sono trascorsi anni, ma oggi, come al tempo, al governo dei “tutti dentro” siede, tra gli altri, anche Forza Italia, il partito del cavaliere Berlusconi. Coincidenza che forse non andrebbe lasciata al caso. Come non andrebbe lasciato al caso il fatto che la missiva sarebbe stata scritta dal boss e spedita solo dieci giorni dopo la formazione dell'attuale esecutivo guidato da Mario Draghi. Non solo, la lettera risale alla vigilia della sentenza della Consulta che nell’aprile scorso ha decretato l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo demandando al Parlamento di modificare l’ordinamento. Coincidenze o precise strategie? Difficile a dirsi. Nel frattempo Nicola Morra, però, lascia intendere un velo di inquietudine sull’intera vicenda. "C'è certamente una singolare coincidenza relativamente ai tempi in cui sono state inviate le missive”, afferma il presidente della Commissione Antimafia all’AdnKronos. “Se è vero quello che è riportato dal Fatto Quotidiano, emerge una tempistica quantomeno meritevole di approfondimento, sia per quanto riguarda la prima lettera che quest'ultima. Anche perché nel frattempo si è interposta l'udienza del processo 'Ndrangheta stragista in cui Giuseppe Graviano ha, secondo molti, detto e non detto volutamente perché doveva inviare 'messaggi'". Il riferimento è al teatrino del boss stragista davanti alla Corte d’assise di Reggio Calabria nel corso del processo ‘Ndrangheta Stragista in cui Graviano ha “lanciato sassi per poi nascondere la mano” mandando “messaggi”, come aveva detto l’avvocato Antonio Ingroia, “a più mondi, sia interni che esterni alla mafia”. E chissà se anche questa nuova lettera non sia una sorta di messaggio rivolto a certi tipi di mondi.

In foto da sinistra: Giuseppe Creazzo, Luca Turco e Luca Tescaroli

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