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Invitati per parlare di stragi, segreti di Stato, trattative tra Stato e mafia

Nella giornata di ieri presso la Camera dei Deputati si è svolta la conferenza stampa organizzata dall’onorevole Sara Cunial assieme alla rivista ANTIMAFIADuemila e al Movimento Our Voice. “E la Mafia? Memoria, informazione e cultura per ricordare le stragi e rimuovere i segreti di Stato”, era il titolo scelto per l’evento. A sedere sul tavolo dei relatori sono stati Aaron Pettinari, caporedattore di ANTIMAFIADuemila, Sonia Bongiovanni e Marta Capaccioni, rispettivamente direttrice e caporedattrice del Movimento Culturale Our Voice. Come già annunciato nel comunicato stampa, l’incontro svoltosi presso Palazzo Montecitorio è stato occasione di analisi, anche giuridica e scientifica, di importanti temi sul fronte del contrasto al crimine organizzato. Primi fra tutti il 41bis e l’ergastolo ostativo. A seguire è stata discussa anche la scarcerazione del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca. E, inoltre, sono stati analizzati “step” fondamentali che la Politica deve ancora compiere in tema di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso e, quindi, traguardi ancora da raggiungere affinché la nostra possa essere definita a tutti gli effetti una Repubblica democratica, essendo la mafia un fenomeno che mina le fondamenta di una sana democrazia. In conclusione si è parlato dell’attuale latitanza dorata del super boss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro; dei segreti di Stato dietro le stragi di mafia del biennio ’92-’93; della responsabilità politica e in particolare di una certa fazione partitica che è nata proprio negli anni in cui a Palermo e in altre città italiane l’asfalto grondava di sangue, le autostrade esplodevano e i notiziari venivano aperti da edizioni speciali per raccontare di morti eccellenti.

Aaron Pettinari: “Ci sono punti fermi da cui ripartire. Tra questi alcune sentenze in cui si afferma che la trattativa tra Stato e mafia non è stata una chimera”
“Perché le mafie esistono e resistono da oltre 150 anni? Perché si sono evolute fino a divenire parte, lo dicono fior di magistrati, di un unico Sistema criminale integrato?
Com’è possibile che dietro le stragi che hanno colpito il nostro Paese vi siano ancora numerosi misteri irrisolti? E perché le stragi, improvvisamente, sono finite non certo per bontà di questa o quella organizzazione criminale?”. Ha aperto così il suo intervento Aaron Pettinari: ponendo quesiti leciti. “Dobbiamo porci domande - ha continuato il giornalista - perché siamo all'interno di quei 57 giorni che hanno diviso la strage di Capaci da quella di via d'Amelio”.
“Oggi ci sono dei punti fermi da cui ripartire. Tra questi alcune sentenze in cui si afferma che la trattativa tra Stato e mafia non è stata una chimera. Che c'è stata. Altre sentenze che raccontano dei rapporti tra soggetti delle istituzioni e Cosa nostra. Altre che certificano i depistaggi compiuti”, ha detto fermamente volendo far riflettere non solo il pubblico collegato da casa via streaming, ma anche i numerosi parlamentari (e affini) che si sono avvicinati alla sala per ascoltare. Chi con fare deciso, chi invece con aria timida tanto da origliare dal corridoio quasi intimoriti o sorpresi che, dentro Palazzo Montecitorio, si stesse parlando di mafia, stragi, segreti di Stato e responsabilità politica.


marta aaron camera deputati c ov


“Viviamo un momento delicato non solo per la ricerca della verità - ha proseguito -. Il dibattito che si sta consumando in questi giorni dietro il ritorno in libertà di un collaboratore di giustizia come Giovanni Brusca, e prima ancora ciò che è avvenuto con la decisione della Corte costituzionale in materia di ergastolo ostativo, ci preoccupa. Qui è accaduto ciò che non è accaduto in nessun’altra parte del mondo. Non possiamo dimenticarlo. Sono stati uccisi a centinaia esponenti delle istituzioni, magistrati, politici, sacerdoti, giornalisti, cittadini, bambini. Ciò che ci ha lasciato sconcertati è che lo scorso 23 marzo, infatti, l'Avvocatura dello Stato, che anziché difendere i principi dell'articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario e il decreto legge 306 del 1992 (ispirato da Giovanni Falcone), aveva invitato la Consulta ad emettere una sentenza interpretativa di rigetto, in cui si riconosceva al giudice di sorveglianza il potere di valutare a sua discrezione ogni caso”, “Un segnale grave e preoccupante - ha commentato il giornalista - di un governo che sulla lotta alla mafia resta nei fatti silente. A rischio in questo momento c'è la normativa sui collaboratori di giustizia. Ho letto e sentito di proposte di modificare una tale legge, addirittura facendo passare il fuorviante messaggio che la stessa non è cambiata dal 1992. Ciò è avvenuto grazie a una legge criminogena del 2000 voluta dal centrosinistra, diamo ai pentiti sei mesi per dire tutto. Se si ricordano qualcosa dopo, non ha valore. La legge sui collaboratori va rivista, è vero, ma per favorirla ed ampliarne la portata per arrivare anche a conoscere non solo ciò che si sa sui rapporti tra mafia e potere, politico, economico, finanziario e non solo. Ergastolo, 41 bis, e legge sui pentiti sono tra i primi punti dell'elenco delle richieste che Cosa nostra aveva presentato allo Stato per interrompere quella scia di sangue dei primi anni Novanta”. “Forse non è un caso che avviene proprio ora - ha concluso Aaron Pettinari - Ecco alla luce di questo, non solo dobbiamo riflettere, ma dobbiamo agire. E per farlo dobbiamo capire che l'emergenza della lotta alla mafia non è affatto conclusa”.


capaccioni marta c stefano centofante


Marta Capaccioni: “Vergognoso considerare normativa antimafia italiana arretrata. La lotta alla mafia è un’emergenza come nel 1992”
Sull’emergenza della lotta alla mafia ha preso poi parola Marta Capaccioni: “È vergognoso, per non dire grave e preoccupante, come oggi ci si riferisca alla normativa italiana di contrasto alle mafie, unica in Europa e nel mondo, come una normativa arretrata e in ritardo con il cambiamento dei tempi e con l’attuale contesto economico, sociale, politico e giudiziario”. “È vero che abbiamo bisogno di modifiche legislative per rendere più efficace la lotta alla criminalità organizzata - ha detto -, ma sicuramente non nel senso di abbassare la guardia e l’attenzione sul fenomeno. Perché non è vero che ‘oggi non c’è più la mafia del 1992’, o che quel pacchetto di leggi, ideato e voluto da Giovanni Falcone, non risponderebbe più alle necessità di 30 anni fa, quando le autostrade e le macchine saltavano in aria e sulle strade si potevano calpestare i proiettili e il sangue di civili, magistrati, giornalisti, preti innocenti”. “La mafia è cambiata ma non perché meno pericolosa - ha spiegato -, bensì perché è molto più potente rispetto al ’92: nel silenzio pressoché generale della politica e delle legislature che si sono succedute, è stata in grado di incrementare la sua influenza, prendendo il controllo di molti settori della società ed estendendo i propri tentacoli all’interno di ogni ambito della nostra vita quotidiana, sfruttando le crisi economiche, come quella attuale post pandemica e dimostrando una incredibile capacità di adattamento e di resilienza ai mutamenti politici e sociologici. Tutto questo grazie a stretti rapporti con componenti della politica, dell’imprenditoria, delle banche, e persino con il mondo della massoneria deviata”. L’emergenza della lotta alla mafia, inoltre, è dettata anche da fatti e informazioni emerse “grazie al lavoro di quella magistratura onesta e più esposta nella ricerca della verità, che ha aperto inchieste giudiziarie e istruito processi, dove è emerso come oggi, non solo le mafie, Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, si muovono sinergicamente come una cosa sola, ma agiscono all’interno di un vero e proprio sistema criminale integrato composto da un insieme di soggetti che, in maniera coordinata e organizzata, operano infedelmente negli ambiti strategici a livello mondiale, soprattutto in ambito finanziario, economico, imprenditoriale, ma anche politico e istituzionale. Tali fatti e tali rapporti emergono per esempio dall’inchiesta Sistemi Criminali, dal processo ‘Ndrangheta stragista e dal processo Gotha”.
Un potere mafioso, dunque, tangibile anche e soprattutto a livello economico. “Le organizzazioni criminali producono - ha proseguito Marta -, solo in Italia, un fatturato che si aggira intorno ai 150 miliardi di euro all’anno che se messi a confronto con i ricavi del 2020 di aziende e gruppi imprenditoriali italiani si registrerebbe come la mafia italiana avrebbe 30 miliardi in più rispetto al primo gruppo italiano, Exor, che ha al suo interno Fiat-Chrysler, Ferrari, Cnh, le assicurazioni Partner Re, la Juventus (119 miliardi sono stati i ricavi del gruppo), avrebbe più del doppio dell’Enel (62 miliardi nel 2020), quasi il triplo dell’Eni e dell’Intesa San Paolo, otto volte Telecom e la banca UniCredit, 16 volte Luxottica, 15 volte il gruppo Ferrero e infine 41 volte Mediaset, il gruppo televisivo controllato da Silvio Berlusconi.


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È facile capire quindi come, con tutto quel denaro, le mafie siano in grado di ricattare e condizionare le scelte economiche, imprenditoriali, politiche e persino comunicative del nostro Stato”. L’emergenza della lotta alla mafia, infine, è data anche dai costanti attacchi che subiscono tutti coloro che “cercano di disvelare le ramificazioni di quelle strutture di potere e di quegli ibridi connubi tra mafia e politica di cui parlavamo all’inizio, vengono delegittimati, calunniati e minacciati di morte”. “Quei magistrati che nel tempo si sono spesi e che oggi si stanno spendendo, sacrificando la loro vita, nella ricerca della verità totale sulle stragi del 1992 e del 1993, su quella trattativa, accertata da una sentenza in primo grado, tra pezzi del nostro Stato e Cosa Nostra, sulla rimozione di quei segreti di stato che servono a garantire l’impunità di chi non vuole che tale verità venga alla luce e su quella relazione tra mafia e corruzione, senza la quale Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, non sarebbero state in grado di sopravvivere né di crescere con tale misura, ecco, tali magistrati subiscono isolamenti e destituzioni dai propri ruoli, proprio come accadeva a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino. Tra questi Nino Di Matteo, Giuseppe Lombardo, Sebastiano Ardita, Nicola Gratteri, Roberto Scarpinato che, così come altri, per le indagini scomode che stavano svolgendo sono stati oggetto di pesanti minacce telefoniche, di incursioni nelle proprie abitazioni, di buste contenenti proiettili, di bombole a gas su cui era stato collocato dell’esplosivo, di messaggi e bigliettini intimidatori, di ordigni rudimentali poggiati sulle proprie foto”. “In ultimo, vorrei anche ricordare che contro un magistrato, Nino Di Matteo, attualmente consigliere al Csm, era pronto il tritolo arrivato direttamente dalla Calabria a Palermo ed era stato organizzato, con tanto di riunione tra i capi mafia, il progetto di attentato”, ha detto la giovane di Our Voice, prima di concludere facendo riferimento alla responsabilità politica di chi il Parlamento lo presiede quotidianamente decidendo le sorti della Nazione. “È nostro il dovere come cittadini e cittadine e come giovani di pretendere verità e giustizia da chi ci dovrebbe rappresentare, ma è vostra la responsabilità politica, civile e morale di proteggere la nostra Costituzione e la nostra democrazia”.

Sonia Bongiovanni: “La politica spesso usa le sentenze per negare vicinanze alla mafia. Nonostante le sentenze vanno considerate le responsabilità politiche e civili”
In conclusione, l’ultimo intervento lo ha tenuto la direttrice del Movimento Our Voice Sonia Bongiovanni, la quale si è appellata ai dirigenti politici e alla politica che “dovrebbe rappresentare i principi altissimi della Costituzione, fondata dal sangue dei nostri partigiani e delle nostre partigiane”. “Una politica silente se non anche compromessa alla mafia in alcuni casi, incapace di processare se stessa nonostante i fatti riportati dalle sentenze dimostrino la sua plurima corruzione e collusione con le mafie - ha continuato alludendo alla responsabilità politica -. Tra queste figure politiche abbiamo visto protagonisti i fondatori del partito Forza Italia, nato nel 1994. Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado nel processo trattativa Stato-Mafia, e in via definitiva per Concorso Esterno in Associazione mafiosa. In quest’ultima sentenza c'è scritto che venne stipulato un patto tra le famiglie mafiose e Silvio Berlusconi. E che proprio Marcello Dell'Utri sia stato l’intermediario di quel patto almeno fino al 1992. Silvio Berlusconi, che secondo la stessa sentenza definitiva ha pagato la mafia fino al 1992, è tutt’oggi indagato a Firenze come mandante esterno delle stragi del 1993 insieme a Marcello Dell’Utri. Ebbene è una vergogna che, uomini vicini alla mafia, abbiano ancora voce in capitolo sul dibattito politico, e addirittura si presentino al Quirinale per dare la propria disponibilità politica per formare un governo. Ed oggi, Forza Italia è parte di quel governo”. Nomi altisonanti quelli dei due fondatori di FI. Nomi che a poco a poco hanno spinto sempre più parlamentari (e affini) ad accostarsi alla porta della sala conferenze di Montecitorio per ascoltare o, come detto già scritto in precedenza, per origliare timidamente.

Sonia Bongiovanni ha poi richiamato l’attenzione verso la responsabilità politica facendosi portavoce delle parole del giudice Paolo Borsellino, barbaramente ucciso con un'autobomba assieme ai cinque agenti di scorta il 19 luglio ’92 a Palermo: “Certe vicinanze tra politici e mafiosi - diceva il giudice -, che non costituivano reato, rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica". “Nonostante certe sentenze non abbiano abbastanza prove per condannare l’imputato - ha commentato Sonia Bongiovanni -, esiste una responsabilità civile, che dovrebbe stare alla base dell’impegno politico, quando invece la politica, spesso, ci ha dimostrato di volersi nascondere dietro allo schermo della sentenza, per negare fatti illeciti e vicinanze alla criminalità organizzata”. E dopo aver spiegato il senso della responsabilità politica, la direttrice di Our Voice ha poi collegato la stessa all’impegno dello Stato nella cattura dei boss latitanti. Primo su tutti Matteo Messina Denaro che, dopo 28 anni, è ancora in circolazione.


bongiovanni sonia c stefano centofante


Partendo da questo aspetto, inoltre, Sonia Bongiovanni si è appellata a vari esponenti politici di primo piano con richieste precise. “Se davvero si vuole combattere la mafia, chiediamo alla Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese di porre come prioritaria la cattura di Matteo Messina Denaro; di rafforzare le forze dell’ordine e stanziare più finanziamenti per la ricerca del latitante. Chiediamo la rimozione dei segreti di Stato sulle stragi, soprattutto quelli riguardanti il ruolo dei servizi segreti. Tutti i familiari di vittime di mafia, insieme a noi cittadini, abbiamo il diritto di conoscere la verità sui padri e sulle madri della patria, uccisi e uccise ingiustamente, da quella parte di Stato contaminata con la mafia, che ancora oggi è presente nelle aule del potere”. “Alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia - ha continuato - chiediamo di difendere la normativa antimafia ispirata e voluta da Giovanni Falcone. Chiediamo alla politica di non essere ipocrita, lamentandosi del fatto che collaboratori di giustizia vengano scarcerati a fine pena, per poi non dire nulla del fatto che si stanno per liberare non i mafiosi che hanno parlato, ma quelli che stanno in silenzio. I quali non avranno più alcun motivo per parlare. Se va fatta una riforma della Giustizia deve essere ai fini di una magistratura indipendente, e non in favore di un controllo o condizionamento politico”. Appelli che rivolge anche al Presidente Mario Draghi. “Signor Presidente - ha detto la giovane - da esperto economista, dei fatturati delle mafie, parli di come quegli ingenti capitali vengano riciclati nelle banche dell’intera economia mondiale. Vorrei chiederle, signor presidente, quale posto dà alla lotta alla mafia? Perché non è ai primi punti dell’agenda politica del governo? Non è forse un’emergenza?
 Dopo queste osservazioni, vorrà ancora rimanere silente?”. “Io non ho vissuto l’epoca delle stragi, ma la mia generazione è figlia del sangue dei martiri, traditi da una parte dello Stato, lo stesso Stato che hanno servito fino all’ultimo dei loro giorni - ha concluso Sonia -. Non ho vissuto le stragi. Ma voglio lottare, affinché né io, né la mia generazione, né quelle future, debbano mai vivere tale orrore. E il mio è un appello alla politica, e a tutto lo Stato, di non accorgersi del problema quando ormai sarà troppo tardi”.

Foto © Our Voice

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