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Ieri l’anniversario e il convegno con i familiari delle vittime: “Dell’Utri venga processato”. Tescaroli: siamo al lavoro

“Sbloccare la verità”. E’ questo il titolo e la parola d’ordine del convegno tenutosi ieri nell’auditorium di Sant'Apollonia a Firenze in ricordo della strage di via dei Georgofili, avvenuta nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993. Quello di via dei Georgofili fu uno dei più drammatici attentati compiuti da Cosa nostra in termini di vite umane - morirono Angela Fiume, Fabrizio Nencioni e le loro bimbe Nadia e Caterina oltre allo studente Dario Capolicchio - ma anche in termini di danni al patrimonio artistico con i 250 kg di tritolo e pentrite che fecero crollare parte della Torre di Pulci. Negli anni lo sforzo esemplare di magistrati, giornalisti e familiari delle vittime ha consentito di accertare che quella bomba rientrava in una precisa e nefasta strategia eversiva volta a sovvertire l’ordine democratico del Paese e piegare lo Stato alla volontà di Cosa nostra. A distanza di 28 anni dall’eccidio molto è stato scoperto, ma restano ancora dei punti oscuri. Verità ancora da sbloccare, appunto, come hanno affermato gli illustri ospiti del seminario: il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho, il procuratore della Repubblica di Firenze Giuseppe Creazzo, il procuratore aggiunto di Firenze Luca Tescaroli e l’avvocato dei familiari delle vittime della Strage di Georgofili Danilo Ammannato.

“Via i sigilli di Stato sugli archivi dei servizi”
A prendere parola per primo dopo i saluti del presidente di Regione Eugenio Giani, del sindaco di Firenze Dario Nardella e degli assessori Stefano Ciuffo e Alessandro Martini, è stato il procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho che ha illustrato in breve tutti gli accadimenti delle stragi e dei processi. Fatti sui quali permangono ancora misteri e segreti nonostante i processi e le sentenze passate in giudicato. Ecco perché de Raho, in conferenza stampa, ha lanciato una richiesta importantissima, vale a dire la rimozione dei sigilli di Stato sugli archivi dei servizi segreti riguardanti le stragi di mafia. “Il 9 maggio scorso era l’anniversario del sequestro di Aldo Moro e il presidente della Repubblica ha affermato, riferendosi agli anni di piombo, che ci sono ancora ombre e complicità non pienamente chiarite”, ha ricordato de Raho. “Sia il presidente del Senato che quello della Camera hanno confermato di aver rimosso il segreto sul terrorismo e sulle stragi per gli atti delle commissioni d’inchiesta, quindi la declassificazione di tutti gli atti e documenti sui quali era stato posto il Segreto di Stato”. “E questo costituisce un passo in avanti sicuramente straordinario”. “Un ulteriore passo per superare le opacità che ancora ricorrono però - ha detto - sarebbe quello di rimuovere il segreto nei documenti dei servizi di sicurezza laddove essi riguardano le stragi. E’ necessario”, sottolineato. “I servizi costituiscono un pilastro della nostra sicurezza e democrazia ma al tempo stesso, laddove i processi fanno emergere opacità è necessario che ci sia piena chiarezza”. De Raho ha quindi aggiunto “che gli uffici di procura si stanno muovendo con grande dinamismo per conseguire il risultato della verità. La verità - ha proseguito - sono convinto la si raggiungerà ma rispettando sempre le leggi, così è stato abbattuto il terrorismo e così sarà abbattuta Cosa nostra e tutta la mafia”. Sempre parlando del lavoro della procura Nazionale Antimafia de Raho ha illustrato il modus operandi dei magistrati sottolineando che “via via stanno facendo passi in avanti le procure che si occupano di questi temi”. “Insieme a loro - ha affermato de Raho - abbiamo riunioni di coordinamento quasi ogni mese. Nell’arco di questi primi cinque mesi del 2021 abbiamo avuto cinque riunioni”. Ad indagare sui fatti di sangue dei primi anni ’90 c’è la procura di Firenze, procura di Palermo (unitamente alla procura Generale), quella di Caltanissetta, di Catania e Reggio Calabria. “Il metodo di lavoro è la condivisione delle conoscenze”, ha spiegato il procuratore della Dna. “Ciascuno ufficio svolge i propri approfondimenti e accertamenti e li condivide con gli altri uffici pur mantenendo su questo la massima segretezza non potendo usare gli elementi di cui dispongono gli altri dovendoli condividere e averne consenso per l’eventuale utilizzo. Questo comporta il fatto che un depistaggio come quello di Vincenzo Scarantino non potrà mai più avvenire perché tutti gli uffici con le loro conoscenze, riscontri e capacità partecipano con una esperienza condivisa e ciascuno esprime valutazione sugli elementi acquisiti dagli altri secondo la propria specializzazione”. “Questo - ha detto de Raho - era il metodo che voleva Giovanni Falcone”.

Gli interrogativi aperti
Sulle bombe, gli omicidi eccellenti, la trattativa Stato-mafia “sappiamo molto però rimangono degli spunti investigativi importanti sui quali occorre cercare di dare una risposta”, ha detto Luca Tescaroli intervenendo in sala poco dopo. Il magistrato, insieme al collega Luca Turco e sotto il coordinamento del procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo, sta indagando e lavorando con il massimo riserbo e professionalità per verificare “se ci sono ulteriori responsabilità” oltre Cosa nostra. Di recente insieme al procuratore aggiunto Turco si è recato in Sicilia per sopralluoghi e interrogatori. Sul lavoro della procura c’è il massimo riserbo ma Tescaroli in conferenza ha assicurato che “il nostro ufficio ha impresso una accelerazione e un impegno notevole”. “Stiamo svolgendo indagini sotto l’egida della procura Nazionale Antimafia, stiamo lavorando per cercare di verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi da parte di personaggi estranei alla organizzazione nella ideazione ed esecuzione delle stragi perché ci sono quesiti senza risposta e elementi contenenti ambiguità e che impongono investigazioni”. In questo senso le ambiguità sono numerose e il pm le ha illustrate al pubblico in sala. “Perché i vertici di Cosa nostra hanno compiuto una scelta così scellerata, due stragi così vicine nella stessa città?”.Cosa nostra ha avuto rassicurazioni per agire in modo così dissennato con otto stragi, omicidi eccellenti, almeno quindici omicidi nei confronti delle massime cariche dello Stato?”. E ancora, “come mai tutti questi attentati tranne quello all’Olimpico sono firmati dalla Falange Armata?”. “Come mai Paolo Bellini decide di andare in Sicilia per incontrarsi con Gioè mentre era in preparazione l’attentato di Capaci e che in quella circostanza istilla l’idea di colpire la Torre di Pisa ai mafiosi?”. “Perché ci fu una accelerazione nell’eseguire la strage di via d’Amelio? Perché è cessata quella campagna di stragi? Perché l’attentato all’Olimpico non è stato ripetuto?”. Si tratta di interrogativi che secondo Tescaroli “esigono uno sforzo ulteriore che potrebbe dare risposte importanti e contribuire a sgretolare la forza del potere mafioso che ancora esiste”. A detta del procuratore aggiunto di Firenze “non è accettabile la convivenza tra lo Stato, che rappresenta il bene, e le strutture mafiose che rappresentano il male. E’ incomprensibile – ha affermato - che due realtà così antagoniste possano convivere l’una assieme all’altra. E questa è la domanda su tutte le domande: perché ciò accade?”, si è chiesto Luca Tescaroli. “Questo accade magari perché non vi è una stretta linea di demarcazione tra bene e male ed è proprio lì che si concentra quella convergenza di interessi che per ora è stata solo intravista. Se già si riuscisse a eliminare questo rapporto - ha spiegato - ci avvieremo probabilmente verso la sconfitta del fenomeno mafioso in questo Paese. E’ un tributo che si deve alle vittime, ai feriti, ai familiari che ancora oggi portano le tracce di quanto avvenuto 28 anni fa”, ha concluso il magistrato.





Si riveda il regolamento sulla gestione dei pentiti
Nel suo lungo e cristallino intervento Luca Tescaroli ha voluto mettere l’attenzione sull’attuale regolamentazione della gestione dei collaboratori di giustizia. Un tema, questo, sul quale si era espresso anche di recente. “La collaborazione con la giustizia deve essere incentivata perché i collaboratori sono stati un elemento incisivo per quelle verità di cui oggi siamo a disposizione tutti”, ha esordito sul punto il pm. “Io credo sia importante ragionare anche in chiave propositiva per creare ponti d’oro per stimolare le collaborazioni con la giustizia soprattutto quelle qualitativamente importanti anche con la rivisitazione della disciplina che accompagna la materia. A proposito io vorrei segnalare come vi sia l’esigenza di tutelare maggiormente la riservatezza dei collaboratori di giustizia con particolare riferimento all’attribuzione di generalità nuove che l’intervento di un programma di protezione consente di avere. L’attuale disciplina - ha spiegato - è un regolamento ministeriale del 2004 che prevede che i precedenti penali e gli esiti di misure di prevenzioni applicate accompagnino le nuove generalità che vengono attribuite ai nuovi collaboratori di giustizia. Questo è un dato che in concreto ci ha dimostrato come collaboratori di rango, che dopo aver espiato la loro pena, si siano trovati nell’impossibilità di reinserirsi nel mondo del lavoro. Molti sono stati costretti a rinunciare a un posto di lavoro per evitare di essere individuati”, ha ricordato Tescaroli senza nominare taluni collaboratori. “E’ accaduto anche che alcuni collaboratori di giustizia che hanno avuto una nuova vita sono stati controllati in situazioni occasionali da forze dell’ordine e questo ha comportato che (ha spiegato Tescaroli), questi collaboratori si sono visti individuati e portati in questura per via dei precedenti a loro attribuiti, (in alcuni casi per strage e omicidi). Questo regolamento ministeriale non consente di creare uno iato tra la precedente vita del collaboratore e quella nuova. Questo dato avrebbe bisogno di una riflessione collettiva per cercare di mutare questa disciplina”.

I passi avanti nella ricerca della verità
A intervenire nel convegno è stato anche il procuratore della Repubblica di Firenze Giuseppe Creazzo che ha ricordato come “sulla strage dei Georgofili e sulle altre stragi compiute da Cosa nostra si è fatto molto”. Il procuratore ha spiegato che “ci sono le sentenze passate in giudicato e le correzioni di sentenze frutto di depistaggi, che non mancano mai nei misteri italiani”. Tuttavia, secondo Creazzo, “non ci si deve accontentare”. Il compito delle istituzioni è quello di, in elaborazione di fatti già accertati, perseguire “la volontà nell’andare avanti nella progressione delle conoscenze e nella scoperta della verità e nel rigoroso accertamento basato su prove”, ha continuato Creazzo. La procura di Firenze, ha affermato il magistrato, “è attualmente impegnata in uno sforzo molto importante nelle indagini riguardanti le stragi di Roma, Firenze e Milano insieme e in coordinamento con le indagini portate avanti da altre procure distrettuali e sotto la incessante e proficua opera di coordinamento della Procura Nazionale Antimafia. Il metodo illustrato da de Raho è un metodo che probabilmente potrebbe portare dei frutti, non sappiamo quando e quali, ma certamente è un metodo che impedisce, attraverso la continua circolazione delle informazioni su base di riservatezza assoluta, eventuali tentativi di depistaggi e interferenze come avvengono anche adesso dai quali la magistratura si difende con l’unica arma di cui è in possesso: il rigoroso utilizzo degli strumenti di diritto”. “La procura di Firenze spende in queste indagini le migliori risorse nel senso di bagaglio di esperienza specifica”. Giuseppe Creazzo ha quindi ricordato lo spessore di esperienze che caratterizzano i titolari delle indagini a Firenze. “Con il collega Luca Tescaroli e Luca Turco lavoriamo in perfetta armonia. Il collega Tescaroli - ha rammentato il procuratore - negli anni ’90 era a Caltanissetta e cominciò a occuparsi dei più importanti processi delle stragi siciliane, quindi possiede una memoria storica di assoluto valore che rappresenta una importante risorsa per le indagini del presente”. Creazzo ha quindi terminato il suo intervento dicendo parlando dell’importanza della memoria “come volontà di riaffermare i valori in cui crediamo”. “La memoria si compie quotidianamente e va diffusa a livello collettivo per risultare efficace. I giovani devono sapere che la memoria è quello che consente di creare un’identità soprattutto consente di dare un senso al presente e una direzione al futuro”. Ed è importante, ha concluso, che “si rinsaldi tra i giovani quella coscienza democratica che consentì al paese nel post strage di uscirne indenne”.

Processo a Dell’Utri e arresto di Messina Denaro, le richieste dei familiari
A concludere il convegno è intervenuto l’avvocato Danilo Ammannato che, in nome dei familiari delle vittime della Strage di via dei Georgofili, ha fatto tre precise richieste ai fini della ricerca della verità sulla strage. “Il nome del convegno è ‘Sbloccare le verità’ e noi crediamo che sia il momento di sbloccare tre verità. La prima verità è l’invito a tutte le forze dell’ordine e allo Stato di arrestare Matteo Messina Denaro”, ha detto senza remore il legale. “E’ una vergogna che sia ancora latitante, vuol dire che ancora gode di collusioni. Significa che ci sono ancora convergenze tra mafia e soggetti istituzionali e significa che Matteo Messina Denaro, depositario dei segreti sulle stragi, non deve essere arrestato come avvenne con Bernardo Provenzano”. La seconda richiesta è rivolta al Parlamento che “deve mantenere l’ergastolo ostativo per i reati di strage. E’ una follia mettere fuori dal carcere persone appartenenti a una organizzazione criminale come Cosa nostra viva e operante. Noi familiari delle vittime di Firenze - ha detto Ammannato - facciamo barriera contro la rimozione dell’ergastolo ostativo per i condannati per strage”. La terza e ultima richiesta è avviare un dibattimento contro Marcello Dell’Utri, indagato in qualità di mandante delle stragi del 1993 insieme a Silvio Berlusconi, proprio dalla procura di Firenze. L’avvocato ha quindi chiesto di fare un piccolo passo avanti su quelli che Ammannato ha definito i “concorrenti esterni delle stragi”, e non “mandanti esterni”, ha precisato, perché “Cosa nostra decide autonomamente, ci sono soggetti politici che danno input, suggerimenti, indicazioni e chiedono favori ma è fondamentale avere la certezza che la decisione la prende Cosa nostra senza prendere ordini da nessuno”. Secondo Ammannato “c’è tanta carne sul fuoco su Marcello Dell’Utri, privato cittadino, che secondo molti collaboratori fu il professore che indicò quali punti colpire”. Di lui hanno parlato, ha ricordato l’avocato, quasi 20 collaboratori di giustizia oltre ai processi e le sentenze che ne descrivono l’operato in quegli anni. “Questi e molti altri sono tutti elementi di prova che devono essere sottoposti a un dibattimento pubblico”, ha affermato il legale. “Quindi invitiamo, dopo i riscontri e controlli necessari, a un dibattimento pubblico su Marcello Dell’Utri perché riteniamo che ci sia materiale abbondante”. “Si tratta di fatti - ha aggiunto - e i fatti sono testardi, non si possono smentire, quindi sblocchiamo la verità che è bloccata da ostacoli fatti da settori dello Stato che non la vogliono”. Sulle stragi, ha ricordato, infine il legale “la verità storica e giudiziaria è stata raggiunta al 95 percento”. Resta solo da chiarire il tema “dei concorrenti esterni”. “Sblocchiamo questa verità con un dibattimento pubblico portando a termine anche l’opera di Piero Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi che oggi vogliamo ricordare”.

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