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Dai rapporti tra B. e Graviano al "Protocollo Fantasma", Report raccoglie i cocci sui misteri di Cosa nostra

20210525 report ranucci


Su Cosa nostra, le stragi e i mandanti esterni la sensazione è che la verità sia stata già scritta ma non ancora svelata. Vecchie prove, carte cruciali scritte e dimenticate, testimonianze di pentiti e addetti ai lavori.
Forse si tratta quindi di comporre un puzzle formato da migliaia di tasselli. Alcuni giusti e altri sbagliati o, se vogliamo, depistanti. Sta alla magistratura riconoscere quelli buoni, metterli in fila, incastrarli, pezzetto per pezzetto, per comporne il grafico e delinearne il profilo. E sta al mondo dell’informazione cercare di agevolare questo articolatissimo, ma fattibile, lavoro di ricostruzione agli occhi dell'opinione pubblica. Agli occhi di chi, insomma, vuole conoscere l'arcano. In questo senso Report, la trasmissione incubo della classe dirigente italiana, è tornata dopo una prima storica puntata a inizio anno, a parlare di questi misteri. E lo ha fatto ieri sera, all’indomani del 29° anniversario della strage di Capaci, cercando, come detto, di mettere ordine ai tasselli con testimonianze inedite e documenti esclusivi. Uno speciale firmato da Paolo Mondani su mafia, massoneria deviata, estrema destra e servizi segreti che avrebbero contribuito a organizzare e ad alimentare una strategia stragista che puntava alla destabilizzazione della democrazia in Italia. Strategia sulla quale permane il grande mistero dei mandanti esterni.


chelazzi report


Baiardo e le rivelazioni a Chelazzi su Graviano, Dell’Utri e B.
Come nella puntata del 4 gennaio scorso dal titolo "Le menti raffinatissime”, questa nuova puntata di Report riporta nuovi aspetti finora inediti e altri mai del tutto approfonditi sugli anni delle stragi e quelli che li precedettero e seguirono. Paolo Mondani è tornato a indagare su Salvatore Baiardo, gelataio e uomo che agevolò la latitanza dei fratelli stragisti di Brancaccio Filippo e Giuseppe Graviano. Baiardo per sua confessione aveva detto di aver portato per conto di Giuseppe Graviano “una barca” di soldi a Silvio Berlusconi, indagato insieme a Marcello Dell’Utri per le stragi del ’93, aggiungendo che il boss di Brancaccio e l’ex premier si sono incontrati “più di tre volte”. Le rivelazioni di Baiardo sui rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e Graviano finirono in due informative scritte tra il ’96 e il ’97 da Francesco Messina, allora funzionario della Dia ma se ne accorse solo Gabriele Chelazzi, il magistrato che coordinò le indagini sulle autobombe del ’93 e ’94, che a detta dello stesso Messina avrebbe addirittura intrattenuto colloqui con Baiardo. “Con Chelazzi parlai delle dichiarazioni di Baiardo in merito ai rapporti tra Graviano e Dell’Utri e disse che andava approfondito”, ha detto Messina a Report. “In quel momento era una cosa che aveva una rilevanza notevole per cui formalizzammo con una vera e propria nota all’autorità giudiziaria”. Quelle due informative finirono però in seguito dimenticate in qualche cassetto dopo che il pm Chelazzi venne trasferito di lì a poco alla Procura Nazionale Antimafia. Oggi la procura di Firenze con i magistrati della dda Luca Tescaroli e Luca Turco, coordinati dal Procuratore Giuseppe Creazzo, sta rimettendo mano a quelle carte scottanti perché rilevanti ai fini delle indagini sui mandanti occulti delle stragi del 1993 nell’inchiesta che dopo varie archiviazioni vede indagati, come detto, i due fondatori di Forza Italia. Partito che sempre Baiardo ha confermato a Report essere stato “totalmente finanziato dalla mafia, e non solo”.


baiardo report

Salvatore Baiardo


Gioè e il filo che porta oltreoceano
I legali del Cavaliere negano categoricamente che Berlusconi abbia avuti simili contatti neppure indiretti, e negano anche tutte le circostanze illustrate nel corso della puntata. Report però ha trovato altre carte dimenticate e di notevole importanza. Si tratta di un verbale del 2 gennaio 1998. In ballo ci sono contatti tra uomini di Cosa nostra, servizi segreti deviati e P2 con un filo che conduce oltreoceano. Il pm Chelazzi in quel periodo stava indagando sui presunti mandanti esterni delle stragi Dell’Utri e Berlusconi e interrogò Angelo Siino, ministro, in senso figurato, dei lavori pubblici della mafia a Palermo. Siino aveva ricevuto confidenze scottanti da uno degli esecutori delle bombe di Capaci, Nino Gioè, conosciuto in carcere a Rebibbia. Gioè gli rivelò, ha raccontato Report, che il mediatore occulto tra Forza Italia e Cosa nostra era l’ex capitano delle Fiamme Gialle ed ex consulente Fininvest nonché già deputato di Fi Massimo Maria Berruti. Poco dopo quelle rivelazioni Nino Gioè venne ritrovato impiccato con due lacci di scarpe in una cella del carcere. Suicidio secondo gli inquirenti. Una morte contornata da misteri, come ritiene il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato (il boss venne ritrovato con quattro costole rotte e il segno del laccio al collo non era nella direzione della forza di gravità). Quel che è certo, come ha confermato sempre Scarpinato, è che Gioè secondo pentiti “stava per collaborare con la giustizia” e inoltre che “era anello di collegamento tra Cosa nostra e servizi”. Il boss aveva infatti avuto un passato come paracadutista delle forze speciali e il cugino collaboratore di giustizia (deceduto a Parigi) Francesco Di Carlo lo iniziò ai servizi. Di Carlo aveva ribadito a Report che i servizi “lo hanno fatto suicidare in carcere”. Gioè quindi era un soggetto informato di fatti di altissima rilevanza, come detto fu l’esecutore insieme a Giovanni Brusca della strage contro Giovanni Falcone e pare come ha affermato Gioacchino Genchi, ex consulente informatico della questura di Palermo, che fece diverse telefonate in Minnesota, Stati Uniti, due ore prima dell’esplosione. Si tratta di telefonate “fatte anche da altre utenze, anche da Roma con cellulari che hanno chiamato anche Palermo quando Falcone era partito”, ha spiegato Genchi che indagò su quelle chiamate. “Le chiamate fatte negli Stati Uniti da parte degli uomini che avevano operato e si erano sentiti tra loro negli attimi della strage erano molteplici”, ha aggiunto. Di Stati Uniti nella puntata ha parlato anche il magistrato Gabriele Paci che riferisce dell’incontro tra Totò Riina tra Matteo Messina Denaro, e Saro Naimo, definito come l’alter ego di Riina in America al quale il Capo Dei Capi disse “se mi succede qualcosa devi parlare con lui (Matteo Messina Denaro, ndr)”. In quegli anni c’era l’idea di fare della “Sicilia un altro Stato americano”. Una proposta, questa, avanzata da Saro Naimo, “collegato ai servizi americani”, ha ricordato il procuratore facente funzioni.


gioe riina report


L’ex carabiniere che interloquiva con e per Messina Denaro
Ecco quindi che il focus viene concentrato su Matteo Messina Denaro, condannato di recente anche per essere mandante delle stragi del 1992 (in primo grado a rappresentare l’accusa era lo stesso Paci). Il boss è latitante da 28 anni, i magistrati hanno fatto arrestare amici, compagni, alleati e familiari fino alle più recenti generazioni accusati di aver facilitato la sua latitanza. Eppure Messina Denaro è introvabile. Secondo alcuni “diabolik” riesce a fuggire perché gode di protezioni istituzionali e in questo senso Report è riuscito a intervistare un uomo che dice di essere amico di “un ex ufficiale dei Carabinieri e poi dipendente in una banca di Palermo dove lavorava sotto copertura per il servizio segreto civile” che avrebbe favorito la latitanza del capo mafia di Castelvetrano. Questo ex carabiniere avrebbe incontrato la "primula rossa" “in momenti topici”. L’uomo, a detta del testimone, “lavorava come uomo di banca infiltrato dando consulenze finanziarie a boss del mandamento di San Lorenzo”. Da uomo infiltrato questo personaggio misterioso e non identificato sarebbe diventato “una specie di ufficiale di collegamento” tra mafia e servizi arrivando addirittura a intrattenere corrispondenze epistolari in suo nome ma sotto falsa identità, tale “Alessio”, con il sindaco di Castelvetrano ed ex infiltrato del Sisde Antonio Vaccarino, condannato per favoreggiamento e deceduto pochi giorni fa il quale si firmava come “Svetonio”. Un rapporto epistolare che “il sindaco dei misteri” avrebbe avuto per conto dei servizi segreti. “Di quelle lettere si è occupato il mio amico, scriveva le lettere di Messina Denaro”.


messina denaro svetonio


Capitolo “Protocollo Fantasma”, il covo di Riina “venne perquisito”
I misteri affrontati da Report sono molteplici in questa puntata. Tra questi la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci ha trattato il delicatissimo tema della mancata perquisizione del covo di Totò Riina nella villa in via Bernini a Palermo. Documenti inediti trasmessi da Report parlano di un covo che invece, a differenza di quanto sostiene l’ex generale del Ros Mario Mori (condannato in primo grado al processo Trattativa Stato-mafia), è stato perquisito e svaligiato non da uomini di Cosa nostra ma da uomini infedeli di Stato. Sul tema il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè ritenuto attendibile dai magistrati disse che il contenuto di altissima riservatezza custodito nella cassaforte di Riina venne consegnato nelle mani di Matteo Messina Denaro dai boss che grazie alla scelta di non perquisire il covo da parte dei carabinieri guidati da Mori (l’ex generale venne assolto per la vicenda insieme al capitano Ultimo), erano riusciti a entrare e prelevare documenti e carte preziose. In questo senso Report offre al pubblico da casa un documento che seppur da analizzare in sede giudiziaria offre un altro spaccato della vicenda. Il documento mostrato in diretta da Report è il cosiddetto “Protocollo fantasma”. Un plico di carte anonimo giunto sulla scrivania del magistrato Nino di Matteo nel 2012 al tempo pm del processo Trattativa. Il suo contenuto era finora segreto e sulla questione del covo di Riina è oggettivamente sconvolgente: "La perquisizione fu fatta… in quel momento venne altresì sospeso il servizio video sul covo di Salvatore Riina… furono trovate armi, munizioni, un Papello con scritti nomi di politici locali, personaggi di spicco con poltrone al Vaticano, al Colle, a Montecitorio, a palazzo Chigi, al Csm e in qualche Procura tutti inseriti in un altro libro paga con specificati favori e abbondanti bonifici bancari". Una mole di contenuti dall’importanza dirompente, in questo senso anche la collaboratrice di giustizia Giusy Vitale aveva detto che nella cassaforte di Riina in via Bernini “c’erano documenti da far saltare lo Stato”. E la perquisizione secondo Alfonso Sabella, ex sostituto Procuratore di Palermo, non è stata fatta perché “chi ha venduto Riina ha venduto solo Riina e non l’associazione Cosa nostra” aggiungendo che “probabilmente questo stava nel patto” tra lo Stato e la mafia.


mori proc strage firenze


Di Matteo su Mori e la “Rosa dei Venti”
Come detto a lasciare il covo di Riina scoperto per diversi giorni furono gli uomini di Mario Mori. Una figura quantomeno controversa, quella dell’ex generale dei Carabinieri, protagonista per sua stessa ammissione dei confronti e dialoghi tra il sindaco mafioso Vito Ciancimino e Cosa nostra negli anni delle stragi.
Report ha intervistato Nino Di Matteo che è riuscito a chiedere ed ottenere, insieme ai colleghi Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi, la condanna di Mori davanti alla corte d’Assise di Palermo sede del processo sulla Trattativa per il reato di minaccia a corpo politico dello Stato. Di Matteo, oggi consigliere togato al Csm, ha ricordato che Mori era stato coinvolto nell’indagine ‘Rosa dei Venti’ (Organizzazione paramilitare parallela a Gladio, ndr) della procura di Padova a proposito di un’ipotesi di suoi contatti con esponenti di spicco di Ordine Nuovo in Veneto. “Nel 1975 Mori venne repentinamente allontanato dal Sid”, ha detto, dal vice capo Gianadelio Maletti (ex piduista condannato per depistaggio delle indagini sulla strage di Piazza Fontana e oggi latitante in Sudafrica). Maletti ha detto a Report che le ragioni della sua decisione di tenerlo “lontano dalla sede di Roma” hanno a che vedere con il fatto che Mori “era sospettato di contatti con soggetti di destra eversiva e pertanto perso di forza per trasferimento”. A detta di Di Matteo l’allontanamento dalla sede di Roma era dovuto al fatto che dalle “indagini di Padova poi confluite in quelle sul Golpe Borghese Mori era stato in qualche modo coinvolto”. Tre anni più tardi viene chiesto il trasferimento a Roma alla sezione anticrimine del Capitano, nonostante l’opposizione del Colonnello del Sismi Mario Parente. Mori riuscì ad essere trasferito nella capitale, era il 17 marzo 1978, il giorno dopo il sequestro Moro. Su Mori parlò anche al processo trattativa il col. Massimo Giraudo, che depositò i verbali di Mauro Venturi ex collega di Mori al Sid nei quali a detta di Di Matteo “venne fuori una attività di proselitismo di Mori per affiliazioni condivise in una sorta di lista riservata della P2 di Licio Gelli”. Aspetti sconvolgenti che mettono ulteriori ombre sulla figura dell’ex generale e sulla sua carriera iniziata, ha ricordato il magistrato palermitano, “come esponente dei servizi, proseguita come ufficiale dei Carabinieri con ruoli di comando, e la terminò poi tornando ai servizi in qualità di direttore del Sisde”. Mario Mori, ha affermato il magistrato, “ha sempre tenuto un comportamento che è più assimilabile a quello di uno spregiudicato uomo dei servizi che a quello di un ufficiale di polizia giudiziaria che segue le regole del codice”. Accuse pesanti che Mori ha respinto dicendo di essere false. Su Mori, ha ribadito Alfonso Sabella alle telecamere di Report, stava investigando già nel 2003 Gabriele Chelazzi che a suo dire “aveva intenzione di iscriverlo nel registro degli indagati”. Il magistrato però, che aveva oltretutto interrogato Mori, morì per cause naturali dopo non molto tempo. Il suo lavoro venne ripreso in mano a distanza di quasi un decennio dai magistrati di Palermo. Mori, sentito su quei verbali e documenti, “rispondeva genericamente a monosillabi o dicendo ‘non so’ o ‘non ricordo’”, ha ricordato Di Matteo a Mondani.


dimatteo report


“Alla mafia oggi conviene comprarsi lo Stato”
Tutti gli aspetti, le vicissitudini e i misteri potrebbero essere legati fra loro e potrebbero essere consequenziali gli uni con gli altri. Serve sicuramente, come detto, un sopraffino lavoro di ricostruzione. Ma ciò che si può già affermare è che si tratta di fatti gravissimi tutt’ora allarmanti nella misura in cui le ragioni per cui sono stati posti in essere, con alte complicità e cointeressenza di poteri più o meno occulti, se un tempo erano state in qualche modo sventate, oggi, a distanza di 25-30 anni, rischiano di essere realizzate. E’ il caso della concessione dei permessi premio ai boss irriducibili. Parliamo della famosa questione dell’ergastolo ostativo e del 41bis che da anni è vittima di sibillini tentativi di smantellamento istituzionale, come dimostrato dalle recenti pronunce della Consulta arrivate sotto sollecitazione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Bruxelles da dove, come ha affermato a Report ironicamente il procuratore Agrigento Luigi Patronaggio, “probabilmente non arriva l’odore del tritolo”. L’abbattimento del regime di carcere duro era uno “degli obiettivi della Cosa nostra stragista”, ha sottolineato Di Matteo. “E oggettivamente stiamo assistendo - ha aggiunto - allo smantellamento totale di quell’impianto complessivo di norme che era stato concepito sotto la spinta ideativa e organizzativa di Giovanni Falcone”. Ma perché si arriva a certe riforme proprio oggi? A dare una risposta a questo interrogativo è Alfonso Sabella che ha affermato: “In questo Paese, la nostra economia legale, soprattutto dopo il Covid, soffre una grande carenza di liquidità che può essere messa in campo dai mafiosi”. Un “do ut des”, dunque, la formula è sempre la stessa: dare in cambio di avere. Una trattativa tra coppole e cravatte che non finisce mai come una spirale infinita. “Io distinguo le mafie in tre stagioni”, ha aggiunto Sabella. “Una prima mafia che conviveva con lo Stato, una seconda che con l’avvento dei corleonesi lo sfidava, una terza che dopo le stragi con lo Stato ha fatto un patto e ci ha trattato”. Oggi, a detta di Sabella, c’è “un’ultima mafia che ha capito che probabilmente è più comodo per essa comprarsi lo Stato. E oggi ha i soldi per farlo”. Parole che fanno riflettere soprattutto in questi giorni, a meno di quarantotto ore dal 28° anniversario della strage di via dei Georgofili.


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