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"Falsità su Ardita nei verbali. Andare a fondo su questa storia di inaudita gravità"

Torna a tenere banco a Piazza Pulita lo scandalo dei dossieraggi e della fuga di notizie sui verbali del faccendiere Piero Amara, interrogato dalla Procura di Milano. Una vicenda gravissima che le scorse settimane era stata denunciata dal magistrato Nino Di Matteo al plenum del Csm. Proprio Di Matteo ieri è intervenuto come ospite del programma di approfondimento politico di La7 condotto da Corrado Formigli. Un'intervista in cui ha parlato di vari argomenti partendo proprio da quella ricezione dei "dossier anonimi" con all'interno i verbali senza firma dell'avvocato siciliano.
"Il 18 febbraio di quest'anno ricevetti un plico anonimo - ha spiegato - Al suo interno c'era una lettera anonima di accompagnamento di una stampa di un verbale di interrogatorio della procura di Milano, privo di sottoscrizioni, di un indagato, l'avvocato Piero Amara. Un soggetto che non avevo mai incrociato nella mia attività professionale, di cui non mi sono mai occupato. In questo unico verbale, del dicembre 2019, si faceva riferimento a una presunta loggia massonica, soprattutto si asseriva l'appartenenza del collega Sebastiano Ardita a questa loggia". "Quest'ultimo riferimento era fatto con dettagli, riferiti a date, circostanze, occasioni - ha aggiunto Di Matteo -. Proprio da questi dettagli era subito desumibile, non soltanto da parte mia, ma anche da chi avesse un minimo conosciuto l'attività professionale del dottor Ardita, che quell'accusa era falsa".


parla dimatteo


La bufala su Ardita
"Capisco subito che è una bufala il riferimento al collega Sebastiano Ardita. Perché sono i dettagli che il dichiarante Amara mette a verbale e che sono facilmente smentibili e che spero siano smentiti anche giudiziariamente molto presto - ha proseguito il consigliere togato - Mi colpì tutto di quello che lessi, ma mentre per altri non ero e non sono in grado di dare un giudizio, per Ardita constatai subito l'assoluta calunniosità. I dettagli non solo erano imprecisi, ma falsi. I dettagli temporali, i dettagli sull'attività e i suoi rapporti con gli appartenenti a questa presunta loggia sono inesistenti. Il dottor Ardita non è un magistrato qualunque, ma un magistrato che nella sua attività, prima di pm a Catania e Messina, nel mezzo di direttore generale dell'ufficio detenuti del Dap per 10 anni, ed ora come consigliere del Csm, questi poteri e queste forme di condizionamento occulto delle istituzioni li ha sempre combattuti. Si è sempre esposto con coraggio, decisione e brillantezza, anche quando era al Dap, denunciando tra i primi l'esistenza di accordi non formalizzati tra appartenenti ai Servizi e l'allora direzione del Dap che consentivano ad esponenti dei Servizi di entrare nelle carceri ed avere colloqui con detenuti". Il riferimento è al periodo in cui a capo del Dap vi era il magistrato Gianni Tinebra. "Quella vicenda, nota come protocollo farfalla - ha spiegato Di Matteo - mise in forte contrapposizione Ardita e Tinebra. Quei riferimenti che Amara fa rispetto al fatto che secondo lui sarebbe stato Tinebra a presentargli Ardita in un periodo in cui tra loro non c'erano più rapporti è uno dei tanti elementi che mi fa pensare alla clamorosa bufala".
Di quei dettagli aveva parlato anche Sebastiano Ardita, intervenuto telefonicamente nella puntata precedente della trasmissione di cui è stato trasmesso uno stralcio anche ieri.


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Condizionamento del Csm
Di Matteo, rispetto a questa diffusione dei dossier con le dichiarazioni false sull'appartenenza ad una loggia massonica segreta di Ardita, ha anche affermato di aver pensato che dietro non vi sarebbe solo un "tentativo di delegittimazione del dottor Ardita, ma anche un tentativo di condizionamento della sua attività e, indirettamente, anche della mia. Perché mi sono chiesto come mai quel verbale fosse stato indirizzato proprio a me. Ho riflettuto qualche giorno ed ho pensato di avvertire subito l'autorità giudiziaria". Per questo motivo ha chiesto di essere "sentito a verbale formalmente" dalla procura di Perugia. "E' in quella occasione che ho saputo che questi verbali erano stati diffusi anche a giornalisti, e quando alcuni verbali hanno iniziato ad essere pubblicati, ho pensato che fosse venuto il momento di prendere la parola in plenum e spiegare quello che stava accadendo. Perché sono convinto che dietro ci possa essere un tentativo di condizionare l'attività di un organo di rilievo costituzionale come il Csm".
Alla domanda di Formigli sulla possibile esistenza di un Corvo Di Matteo ha dichiarato di avere sicuramente un'ipotesi ma di augurarsi "che l'autorità giudiziaria voglia andare a fondo e venga messa nelle condizioni di farlo, perché si tratta di una storia di inaudita gravità". "E' ovviamente grave se la loggia esistesse e operasse - ha aggiunto - e ancora più grave sarebbe se invece la loggia fosse stata inventata e fossero stati coinvolti, come sicuramente è stato coinvolto in maniera calunniosa il consigliere Ardita, esponenti dello Stato e delle istituzioni. Si deve andare a fondo. Non si può accettare che questa storia resti così. Cosa volevano colpite? Intanto il Consigliere Ardita che ha sempre contrastato i poteri occulti. Con il dottore Ardita ci stiamo impegnando con grande forza perché siamo consapevoli che alcuni mali si sono diffusi come un cancro all'interno della magistratura: il carrierismo, la degenerazione correntizia, il collateralismo politico. Noi stiamo cercando di fare quello che possiamo per contrastare questa deriva e soprattutto per difendere i colleghi veramente liberi e coraggiosi e che hanno il coraggio di affrontare questi argomenti".


palamara


Le dinamiche malate del Csm
Parlando proprio delle pericolose derive all'interno del Csm ha aggiunto: "Quando operavo da magistrato alla Procura di Palermo e poi alla Procura nazionale antimafia, avevo contezza che le dinamiche all'interno del Csm fossero dinamiche purtroppo in gran parte condizionate e malate. Condizionate dal prevalere di logiche torrentizie. Prima di essere  eletto consigliere al Csm io dissi che alcune logiche del Csm, in particolare quelle che privilegiavano l'appartenenza di un magistrato ad una cordata, o una corrente, assomigliavano ai metodi delle logiche mafiose. Sono stato criticato per questo, ma oggi a maggior ragione lo ripeterei. Questo non significa che la magistratura è malata, però noi dobbiamo impegnarci - ha aggiunto -. Quando io ero dall'altra parte e conducevo il procedimento sui mandanti occulti delle stragi o sulla trattativa Stato-mafia io avevo paura del Csm perché in certi momenti mi appariva come un organismo che voleva controllare i magistrati 'non affidabili', cioè non sensibili al richiamo del sistema, dell'opportunità politica. Il Csm dovrebbe essere il baluardo dell'autonomia e dell'indipendenza di ogni magistrato".


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La questione Davigo e Storari
Il consigliere togato ha anche commentato il comportamento dell'ex consigliere togato, oggi in pensione, Piercamillo Davigo, che ricevette i verbali dal pm di Milano Storari.
"Bisognava indagare su questi verbali? Certo, ma per indagare bisogna formalizzare - ha affermato con forza - Io sono stato pm, quando si vuole indagare si riesce ad avviare accertamenti e gli accertamenti su Ardita erano di facile soluzione. Storari, se riteneva che fosse necessaria l'iscrizione, avrebbe potuto e dovuto formalizzare la sua iscrizione e sottoporla al visto del Procuratore capo. A me, da giovane magistrato, assieme a un altro giovane magistrato, è capitato nel 1996-1997 di ritenere di dover iscrivere per ipotesi di concorso in strage degli esponenti politici di altissimo livello (il riferimento è a Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, la cui posizione fu archiviata a Caltanissetta, ndr). Noi abbiamo formalizzato l'iscrizione ed il nostro Procuratore non ha messo il visto. Ma noi abbiamo scritto. Un magistrato che ritiene che all'interno della sua Procura venga boicottata un'indagine non ha solo il diritto, ma il dovere di denunciare. E di farlo al procuratore generale, al Consiglio superiore della magistratura e di farlo istituzionalmente. Non è vero che denunciare formalmente equivale a disvelare l'indagine. Ci sono delle forme che tutelano il segreto". E poi ancora: "Sinceramente quello che io non capisco è riferibile ad una considerazione. Noi facciamo i magistrati e dobbiamo essere i primi a rispettare le regole. Anche a me mi è capitato di essere di fronte a situazioni delicate e coinvolgenti facendo le indagini ed anche in relazione a problemi con altri colleghi dell'ufficio. Ma ho sempre formalizzato, sempre scritto". Rispetto all'appunto fatto da Formigli, riprendendo le parole di Davigo, è che i vertici del Csm non hanno obiettato rispetto a quelle informazioni ricevute sui verbali. "Se le cose stanno come vengono descritte - ha risposto Di Matteo - ciò che mi fa specie è che non sia stata formalizzata la trasmissione, la ricezione, e la circolazione di questi verbali. Siamo arrivati al punto che il contenuto di quei verbali, senza che nessuno avesse messo per iscritto nulla,  circolava all'interno del Csm, erano stati messi a conoscenza i consiglieri e anche il Comitato di presidenza del Csm e anche all'esterno".


palamara


Il riferimento è al Presidente della Commissione antimafia Morra, che nei giorni scorsi ha riferito alla Procura di Roma quanto a sua conoscenza.
Rispetto al dato per cui Morra avrebbe cercato di essere pacere tra Davigo ed Ardita e il possibile avvicinamento che dal Movimento del Cinque Stelle avrebbero fatto con alcuni magistrati, ma anche sull'appoggio avuto, come indipendente, dalla corrente di Davigo al momento delle elezioni al Csm Di Matteo ha risposto: "Il presidente Morra più volte è venuto al Csm, ma sempre per parlare di questioni relative alla legislazione antimafia e istituzionali. Io non conoscevo Davigo e nemmeno è così vero che mi abbia invitato a candidarmi al Csm, avevamo soltanto un rapporto di occasionale conoscenza per motivi di lavoro. Mai avuta alcuna forma di collateralismo politico né con M5s né con altri. Non mi sono mai proposto a nessuno e non ho mai cercato nessuno. Sono stati altri che mi hanno cercato e mi hanno proposto".
Poi, sul deterioramento dei rapporti tra Davigo ed Ardita, entrambi membri della medesima corrente di Autonomia & Indipendenza, ha aggiunto: "L'unica cosa che posso dire, perché ne sono testimone diretto, è che non è vero che i rapporti tra Davigo e Ardita si fossero deteriorati quando arrivarono i verbali su Ardita. I rapporti si erano deteriorati prima e per motivi istituzionali. E su questo cercherò di dare il mio contributo in sede istituzionale. No beghe personali, come qualcuno dice, ma motivi istituzionali. Attorno a questa vicenda e alla diffusione di questi verbali in maniera calunniosa, c'è qualcosa di più. C'è qualcuno che vuole minare il funzionamento del Csm".


bonafede



La vicenda Bonafede
Tra le domande di Formigli anche quelle sulla vicenda della mancata nomina come capo del Dap nel 2018 ed il voltafaccia dell'allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. E Di Matteo ha ribadito quanto già riferito in altre sedi istituzionali: "Sono fermamente convinto che l'improvviso voltafaccia sul mio ruolo al Dap sia stato determinato da pressioni, non so se mafiose ma comunque da pressioni. Quando mi congedò dopo che avevo rifiutato l'incarico di direttore degli affari penali, il ministro Bonafede mi disse 'guardi che questa volta non ci saranno dinieghi o mancati gradimenti che potranno tenere'. Fu Bonafede a dirlo. Il riferimento alla vicenda dei boss per me è un'aggravante. Mi sarebbe piaciuto, da uomo delle istituzioni e non per me, Nino Di Matteo, che se un ministro dice a un magistrato che 'sono intervenuti dinieghi o mancati gradimenti' lo spiegasse soprattutto in ragione del fatto che quell'assunzione di incarico mi avrebbe esposto ad ulteriori rischi, perché non era gradito ai boss al 41 bis". Quindi ha evidenziato di aver raccontato i fatti. "Chi siano i dinieghi? Non lo sappiamo e, mi dispiace dirlo, nemmeno la Commissione parlamentare antimafia mi risulti averglielo chiesto".


cartabia


I rischi per la magistratura
Il magistrato palermitano si è anche focalizzato su quello che è lo stato della giustizia oggi, con un progetto di riforma, che è in fase di discussione e che con il nuovo governo potrebbe avere ulteriori cambiamenti di modifica. Pur volendo aspettare di leggere quella che sarà la proposta definitiva della ministro della giustizia Cartabia, promettendo di intervenire sul punto nella sede istituzionale, Di Matteo ha comunque gettato un allarme: "Penso e sono certo che in questo momento di difficoltà della magistratura, ci può essere una parte della politica o del potere generale, trasversale ai vari schieramenti, che può anche tentare di approfittare del momento per regolare i conti e fare riforme, spacciate come riforme per accelerare i tempi dei processi, o garantire un maggiore controllo sulla omogeneità dell'esercizio dell'azione penale, ma che in realtà vogliono rendere il pm collaterale e servente rispetto al potere politico. Noi come magistratura dobbiamo ammettere che siamo in difficoltà e agire noi contro quei mali endemici di cui parlavo. Da sempre c'è una parte della politica che sogna di ridimensionare il potere del pubblico ministero e il controllo di legalità della magistratura. Vuole una magistratura rapida e veloce per reprirmere i reati comuni ed una magistratura un po' più tiepidia per cercare di controllare la legalità dell'esercizio del potere".


falcone borsellino


La verità sulle stragi
Infine Di Matteo ha anche parlato dell'impegno per la ricerca della verità sul periodo delle stragi degli anni Novanta: "Per fortuna ci sono alcuni colleghi e investigatori che non si arrendono. Da tutti i processi che sono stati celebrati, emerge un dato che non è solo possibile, ma sempre più probabile e concreto: il fatto che assieme a Cosa Nostra abbiano partecipato alla campagna stragista che si perpetua in sette stragi tra il 1992 ed il 1994, anche elementi esterni a Cosa Nostra. Il lavoro fatto non è inutile. Sono state acquisite verità parziali, ma importanti. Oggi servirebbe uno sforzo veramente importante di tutti, anche della politica, per colmare le lacune di verità che ci sono". "Emerge da tanti processi celebrati che Paolo Borslelino è stato ucciso a seguito di un'accelerazione. Io sono convinto che in quel momento, dopo la strage di Capaci, quando Riina capì di essere cercato dallo Stato, capii che la strategia del terrore pagava. Venne quindi incoraggiato e concepì altre stragi per mettere in ginocchio definitvamente lo Stato, che aveva cominciato a piegarsi. Riina disse a Brusca, 'Giovanni si sono fatti sotto. Dobbiamo insistere. Gli ho fatto un papello grande così". L'ottica era quella del ricatto allo stato a suon di bombe.E più lo Stato mostrava di piegarsi o di cercare il dialogo, più quella strategia si rafforzò. Non possiamo vedere la strage di via d'Amelio in un'ottica distinta da Capaci o quello che accadde dopo. C'è da capire a fondo chi aiutò Cosa nostra a concepire e organizzare quella folle strategia di attacco frontale allo Stato".

VIDEO Guarda la puntata intergrale: Piazzapulita - Puntata 13/05/2021

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