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Nelle carte dell'operazione Brevis l'intercettazione che svela il controllo dei boss

Da quando dalla Consulta e dalla Corte Ue si è aperto uno spiraglio per ottenere benefici premiali tra permessi e libertà condizionale, i boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, sono in fermento.
Il primo ha dichiarato ai magistrati di Firenze, che indagano sui mandanti esterni delle stragi del 1993, di essersi dissociato da Cosa nostra e di non avere più contatti neanche con il fratello. Il secondo ha accettato di rispondere alle domande di pm ed avvocati nel processo 'Ndrangheta stragista, lanciando strali e messaggi all'esterno pur di raccontare la sua verità sugli anni di latitanza vissuti prima del 27 gennaio 1994.
Due vie diverse attraversate dalla medesima speranza: quella di uscire, prima o poi, dal carcere.
Una speranza forse più vicina qualora la Corte Costituzionale dirà sì alla libertà condizionale per i boss condannati all'ergastolo, una volta che siano trascorsi 26 anni di pena, senza che debbano collaborare con la giustizia.
"Io non ho fatto né trattative né patti - diceva Giuseppe Graviano, anche noto come Madre Natura, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo il 14 febbraio 2020 - Ho avanzato le mie lamentele per il carcere nei confronti di tutti i politici. Alcuni politici più garantisti, a loro dire. Invece di mantenere gli impegni presi con mio nonno hanno fatto leggi ingiuste, vergognose e incostituzionali. Tanto è vero che l'Italia non fa altro che prendere sempre multe dalla Corte europea per i diritti dell'uomo. Il 41 bis? E' normale che stiamo male al 41 bis ma io non piango e non faccio la vittima. Io lotto per quello che mi permette la legge. Sul 41 bis, sul 4 bis, o l'ergastolo io cerco di infilarmi sulla mia condizione con chiunque, di sinistra o di destra, che possa portare a compimento questa situazione".
Entrambi i fratelli di Brancaccio non hanno mai ammesso di aver avuto un ruolo nelle stragi degli anni Novanta e nel recente passato c'è anche stato chi ha messo in dubbio la loro leadership all'interno di Cosa nostra.
A ben vedere, però, non è così. Il dato si coglie con la lettura del provvedimento di fermo dell'operazione Brevis che ha portato all'arresto, tra gli altri, di Giuseppe Calvaruso, ritenuto dagli inquirenti capo mandamento di Pagliarelli.
In un'intercettazione registrata dai carabinieri uno dei fermati, Giovanni Spanò, parlava della cosca di Brancaccio con un interlocutore, indicato come intermediario di Giuseppe Calvaruso per gli affari con un imprenditore di Singapore (entrambi sono indicati come parte offesa nell’inchiesta).
Al quesito su chi comandasse a Brancaccio Spanò rispondeva: “Gli dicono 'u Ciolla”. Quindi alla successiva domanda se in mezzo vi fossero i fratelli Graviano puntualizzava “Sempre! E questo è il cugino”. Un modo netto per ribadire che il potere era comunque sempre esercitato dai due storici fratelli tramite questo soggetto che sarebbe loro cugino.
La discussione tra i due interlocutori proseguiva poi sul dato che i Graviano sarebbero morti in carcere, in particolare per scontare l'ergastolo per l'omicidio di Padre Pino Puglisi.
“Loro in galera muoiono, hanno ammazzato un santo, hanno ammazzato” diceva l'intermediario. Ma Spanò non era d'accordo sul ruolo del parroco: “... ma santo di che? Ha fatto miracoli? Una volta ti facevano santo quando facevano i miracoli, questo miracoli non ne ha fatti”.
Al di là delle parole espresse ciò che va evidenziato è che, nonostante gli oltre 25 anni di carcere trascorsi e la detenzione al 41 bis, i due boss di Brancaccio hanno ancora un peso all'interno delle dinamiche del potere di Cosa nostra.

I segreti delle stragi
Per comprendere quanto contino in Cosa nostra basta guardare alla loro storia. Un peso particolare lo ha sicuramente Giuseppe Graviano, figura di massimo rilievo tanto quanto il superlatitante trapanese, Matteo Messina Denaro. Sono loro gli uomini a cui Totò Riina ha affidato il compito di portare avanti certi affari negli anni delle stragi.
Lo ha raccontato in maniera chiara Giovanni Brusca, sentito proprio nel processo contro la primula rossa trapanese, ha riferito di una confidenza che gli fece verso la fine del 1992: Totò Riina mi ebbe a dire che, qualora lui fosse arrestato o che gli succedeva qualche cosa, i picciotti, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, sapevano tutto. Queste cose me le dice alla fine del 1992, tra novembre e dicembre. Era il periodo in cui non avevamo più notizie e lui iniziava a preoccuparsi che poteva essere arrestato”.
Non è un caso che proprio Messina Denaro e Graviano siano tra i pochi ad essere messi a conoscenza dell'esistenza della “supercosa”, un gruppo che vedeva al suo interno anche altre figure di rilievo come Leoluca Bagarella e Vincenzo Sinacori, con il compito di supportare ogni decisione o strategia di Riina.
Il primo, elemento di raccordo tra passato e presente, è in libertà. L'altro, per ora, così come il fratello, è in carcere ristretto al 41 bis. Ed oggi, secondo le regole di Cosa nostra, assieme a figure come Salvatore Biondino ed i Madonia di Palermo, Leoluca Bagarella, o lo stesso latitante di Pagliarelli Giovanni Motisi, sono i pilastri su cui si basa la mafia siciliana.

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