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"Attentato fatto per accreditare un peso politico maggiore a Scopelliti"

Dietro l'attentato del 2004 nel Comune di Reggio Calabria, quando furono ritrovati alcuni panetti di tritolo nel bagno di Palazzo San Giorgio, sede del Comune, c'era stato l'interesse del Sismi nella figura dell'ex direttore Nicolò Pollari (in foto).
A fare luce sulla vicenda è il collaboratore di giustizia Seby Vecchio, ex assessore comunale, ex poliziotto, assessore, massone e ‘ndranghetista, nel corso del processo "Gotha", l'inchiesta che per la prima volta ha permesso non solo di individuare la direzione strategica della ‘Ndrangheta, ma anche quelle figure di altissimo livello e di riferimento che si trovano a prendere le decisioni più importanti.
Se alla scorsa udienza Seby Vecchio aveva parlato degli avvocati Giorgio De Stefano, condannato già in primo grado e in abbreviato, e del suo collega, Paolo Romeo, a processo in ordinario e definito come il "Dio della 'Ndrangheta e della politica", ieri il collaboratore di giustizia è tornato a parlare di alcune vicende già accennate nel corso dell'esame tenuto dal sostituto procuratore Stefano Musolino e dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, presente anch'egli in aula.

Quale attentato
"L’attentato del 2004 sembrava qualcosa fatto di proposito, architettato con l’aiuto di qualcuno dei servizi segreti, con la complicità di persone del Comune, vicine a Peppe Scopelliti. Dopo l'ordigno è successo solamente che Scopelliti ottenne la scorta e questo gli dette più lustro. Negli anni successivi, parlando con un appartenente dei servizi segreti, mi dette la stessa versione”. Così ha detto Seby Vecchio nel corso della deposizione.
Quell'attentato venne sventato su segnalazione fatta dal numero due del Sismi, Marco Macini alle autorità locali, che intervennero nella sede del Comune accertando la presenza dell’esplosivo. Sempre Mancini firmò le tre informative inerenti il presunto atto intimidatorio che portarono a identificare Scopelliti come il presunto bersaglio e la ‘ndrangheta come mandante. Sul fatto, in 17 anni, non è mai stata fatta piena chiarezza.
"Ho parlato in prima persona sia con i politici che con persone della 'Ndrangheta - ha proseguito - Per quanto riguarda l'esplosivo è una bufala. E' stato preparato. Era un attentato per accreditare un peso politico maggiore a Scopelliti. Qualcuno ha detto anche il nome di chi ha portato l'esplosivo lì. Per esempio chi entrò a Palazzo San Giorgio per mettere il tritolo nel bagno? Carmine Nunnari".
E alla domanda della Presidente Silvia Capone su chi sia questo soggetto, Vecchio ha riferito: "Non so se ancora oggi è impiegato a Palazzo San Giorgio, ma è conosciuto come 'Carminello', ultras della Reggina che lavorava come usciere al Comune. Non so da chi gli venne chiesto di farlo ma c’è stato un coinvolgimento così tanto da poterlo fare in maniera pulita, cioè posizionare il tritolo nel bagno e uscirsene senza che nessuno se ne accorgesse fino a dare l’allarme.
Quell'operazione “chirurgica” che sarebbe avvenuta nell'interesse combinato tra cosche e servizi segreti, vi sarebbe stata la volontà a "blindare la persona di Scopelliti affinché prendesse tutto e per tutto". "Più che fortificarlo Scopelliti - ha affermato il pentito - bisognava inventarlo, strutturarlo e portarlo avanti dal nulla nell’interesse delle consorterie ‘ndranghetiste, di Paolo Romeo e dei De Stefano".
Secondo Vecchio la tipologia di esplosivo utilizzata sarebbe stata la stessa di quello proveniente dalla “Laura C”, nave affondata al largo di Melito Porto Salvo. Cariche prive di innesco.

Quel che disse Moio
Le parole di Vecchio si incastrerebbero in qualche maniera anche con quelle riferito nel 2010 da un altro collaboratore di giustizia, Roberto Moio, che, come riportato da il Fatto Quotidiano, nel corso di un’udienza celebrata davanti alla Corte d’Appello di Reggio Calabria, raccontò che la 'Ndrangheta aveva poco a che fare con quel tritolo. "Durante quel periodo, - disse il collaboratore - c’è stata la bomba che gli avevano messo là, una bomba lì al sindaco Scopelliti, a Peppe Scopelliti, e la Questura mi aveva detto se potevamo sapere chi era, perché c’è stato un pochettino di scalpore là a Reggio Calabria, se potevamo scoprire insomma chi erano gli autori di questo! E io misi quattro chili e mezzo di plastico come esca".
Moio, che era nipote dei Tegano nonché confidente, chiese in giro, negli ambienti della criminalità organizzata reggina, ma non riuscì a scoprire nulla.

Foto © Imagoeconomica

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