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Il collaboratore di giustizia, sentito al processo Gotha, accusa anche l'ex Governatore Scopelliti e Sarra

Paolo Romeo era il dio della ‘Ndrangheta e della politica”. E nel suo regno la democrazia è stata azzerata, perché a prescindere dalle apparenze ha sempre comandato la 'Ndrangheta. Parola del neopentito Seby Vecchio, che al suo esordio in aula non ha esitazione nel parlare delle sue mille vite e molte facce.
“Sono stato un poliziotto, un politico, un massone regolare e uno ‘ndranghetista” dice al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e al pm Stefano Musolino che lo interrogano. Ed è a loro che racconta di quel sistema in cui i clan e il loro peso erano la precondizione scontata di ogni equilibrio o decisione, come dei destini politici di ognuno. Incluso il suo. “La mia posizione - spiega - serviva per chiudere il cerchio su alcuni passaggi, perché bisognava tenere dentro anche i Serraino”.

Il poliziotto dei clan
E del clan della montagna lui, che ancora vestiva la divisa, era espressione diretta. “Un poliziotto che ha fatto parte della 'Ndrangheta? ce l’ha davanti” dice al pm che lo incalza. Nato e cresciuto in uno dei quartieri feudo dei Serraino, fin dall’inizio della sua carriera politica, ha potuto contare sull’appoggio del clan. Ma il salto di qualità è arrivato quando a metterlo sotto la sua ala è stato Mimmo Morabito, uomo dei Serraino certo, ma anche “fratello” delle logge deviate di Messina, deputato anche ai contatti con le forze dell’ordine. “Ci ha tenuto a presentarmi Maurizio Cortese e da lì è cominciata la mia ascesa. Ho preso parte a riunioni, sono andato per conto di Cortese a riscuotere le mazzette, l’ho aiutato nel corso della latitanza. Non ero battezzato, ma Cortese mi ha voluto accanto sia sul fronte imprenditoriale, sia sul fronte operativo” ammette con assoluta nonchalance Seby Vecchio.

Noi? Tutti politici dei clan
Rapporti, spiega, di cui si parlava liberamente anche in ambito politico. Con l’allora sindaco poi governatore, con l’assessore comunale che diventerà sottosegretario regionale, con il futuro senatore. “Chi ha contatti con la 'Ndrangheta lo sa, lo riconosce e ne parla tranquillamente. Con Scopelliti solo all’inizio, con Sarra e Caridi - con cui i rapporti sono stati anche familiari – sempre”. I pezzi da novanta della politica reggina - afferma Seby Vecchio - non avevano alcun pudore nel mostrarsi come espressione dei clan. L’allora sindaco, che tramite una nota del suo avvocato oggi nega tutto, dei De Stefano. Alberto Sarra dei Condello. Caridi in grado di relazionarsi con i grandi boss della jonica, della tirrenica e gli storici capomafia di Reggio. Un pantano in cui indagini e arresti non erano che un “rischio calcolato” su cui si finiva per scherzare. “Ci dicevamo ‘questa volta arrestano me, questa volta arrestano te’ - ricorda il pentito - Anche alle ultime elezioni regionali e comunali si parlava di chi sarebbe stato arrestato per prima”.

Jolly massoneria

Un gioco a carte scoperte, con le informazioni riservate come jolly. “Ognuno di noi aveva i propri canali” spiega. “Io parlavo anche con un mio collega dei servizi segreti, che mi aveva avvertito anche dell’operazione Pedigree 1”. Morabito, che gli faceva da ombra, “aveva un maestro di loggia che lavora alla procura generale e lui personalmente aveva rapporti con i carabinieri”. In quei circuiti massonici riservati messinesi - dove lui stesso più volte è stato invitato ad entrare “perché lì puoi comprare giudici, avvocati” - si muoveva anche Scopelliti “ma me l’ha detto una persona a lui vicina, non ne ho cognizione diretta”. L’ex senatore Antonio Caridi invece, viaggiava su altre orbite, circuiti massonici che finivano per incrociare anche pezzi da novanta della ‘Ndrangheta, come il boss Peppe Pelle o latitanti della zona di San Luca. Ma non deve stupire perché “il mondo dei clan, la massoneria, i servizi segreti - afferma - ci vuole un nuovo nome per tenerli tutti assieme, perché stanno assieme”. E governano, a prescindere da chi rivesta cariche formali.


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Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo © Emanuele Di Stefano


La farsa della democrazia
A Reggio Calabria, anche le riunioni di Giunta erano una farsa. “Era già tutto preconfezionato. L’allora sindaco Scopelliti scherzosamente leggeva i punti all’ordine del giorno, ma era già tutto deciso”. Dai clan, ovviamente. Anche la corsa per la riconferma di Scopelliti - dice Vecchio - è stata definita così, ma solo dopo aver superato le “incomprensioni” con grandi famiglie come i Condello, lasciate fin troppo a margine nella spartizione della torta. E determinate a metterlo in chiaro anche con contestazioni di piazza.
“Ad un comizio elettorale, Scopelliti venne fischiato e contestato in maniera plateale. Ero consigliere circoscrizionale, eravamo in piena campagna elettorale - ricorda Seby Vecchio - C’era stato qualche attentato ai camion Leonia. Anche Antonio Caridi in quel periodo subì un attentato nella casa in costruzione a Gallina e Antonio disse che Scopelliti stava rompendo”. Un crollo di popolarità dettato da equilibri non rispettati. “Peppe doveva mettersi in riga con le varie famiglie - spiega il neopentito - doveva smettere di favorire così tanto i De Stefano”.

Tregue romane
Argomento finito al centro di due riunioni romane. Una di 'Ndrangheta, in un convento “in cui stava la sorella di Paolo Martino, il ministro delle Finanze dei De Stefano al nord che a quel tavolo rappresentava gli arcoti, Sarra per i Condello, gli Alvaro che all’epoca gestivano il centralissimo Café de Paris a fare da anfitrioni. La seconda invece è stata convocata “negli uffici del gruppo di Alleanza Nazionale alla presenza di Alberto Sarra, del senatore Valentini e di Umberto Pirilli racconta Vecchio, che specifica subito “non si parlava di politica, ma di rapporti fra politica e ‘Ndrangheta. Valentini ha fatto capire a Scopelliti che non poteva favorire solo i De Stefano”.
Incontri buoni a battezzare nuovi accordi e inaugurare un nuovo corso. “Sarra era molto contento perché da lì - spiega il pentito - è cominciata la spartizione non solo degli assessori e delle liste ma anche dei dirigenti delle società miste”. Certo, personalmente ha dovuto sopportare la coabitazione con l’allora sindaco, passato in tempi record dalle contestazioni di piazza alla rielezione con il 70% dei voti. “I due non si amavano - spiega Vecchio - ma dovevano collaborare per forza perché dovevano tenere gli equilibri di 'Ndrangheta. Scopelliti rappresentava i De Stefano e Sarra, i Condello”. E sullo sfondo, Paolo Romeo perché “tutte le decisioni passavano da lui”. E per il pentito all’epoca era quasi un mito. “Come mio fratello sogna di incontrare Ronaldo, io volevo entrare in contatto con Romeo”. Perché nei rapporti fra ‘ndrangheta e politica - dice Vecchio - lui era dio.

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