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di Aaron Pettinari

"Io non ho fatto né trattative né patti. Ho avanzato le mie lamentele per il carcere nei confronti di tutti i politici. Alcuni politici più garantisti, a loro dire. Invece di mantenere gli impegni presi con mio nonno hanno fatto leggi ingiuste, vergognose e incostituzionali. Tanto è vero che l'Italia non fa altro che prendere sempre multe dalla Corte europea per i diritti dell'uomo. Il 41 bis? E' normale che stiamo male al 41 bis ma io non piango e non faccio la vittima. Io lotto per quello che mi permette la legge. Sul 41 bis, sul 4 bis, o l'ergastolo io cerco di infilarmi sulla mia condizione con chiunque, di sinistra o di destra, che possa portare a compimento questa situazione".
Così parlava Giuseppe Graviano, nel suo periodo di "loquacità" in cui si era reso disponibile a rispondere alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo nel processo 'Ndrangheta stragista. Era il 14 febbraio 2020.
Nel frattempo suo fratello Filippo, anch'egli condannato all'ergastolo per l'omicidio del beato Pino Puglisi e per le stragi del '92-'93, afferma ai magistrati di essersi dissociato da Cosa nostra (solo esprimendo rammarico per i suoi comportamenti e senza raccontare o ammettere alcun reato commesso) chiedendo di usufruire di un permesso premio per lasciare il carcere.
Come il fratello sanguinario anche lui, evidentemente, cerca di "infilarsi" sulla propria condizione. Del resto non è un caso se i due fratelli sono a tutti gli effetti gli unici boss ad avere avuto un figlio nel 1997, mentre erano reclusi in cella nel regime speciale.
Un mistero che non è stato mai completamente chiarito.

Quella decisione della Corte Costituzionale

Certo è che dall'ottobre 2019 sul tema carcerario non una porta, ma un portone, si è aperto da quando la Corte Costituzionale ha ritenuto incostituzionale l’articolo 4 bis dell’Ordinamento penitenziario nella parte in cui vieta i permessi, il lavoro esterno e le misure alternative ai boss che non si sono pentiti e non collaborano con la giustizia.
E' anche vero che vengono fissati dei paletti (non basta “una soltanto dichiarata dissociazione” ci vogliono “altri, congrui e specifici elementi”), ma è chiaro che il solco per tanti pericolosi criminali è tracciato.
E quella strada è stata presa tanto dagli stragisti corleonesi quanto da altri boss mafiosi, così come ricordato qualche giorno fa sulle colonne de Il Fatto Quotidiano. Tra loro ci ha provato lo scorso agosto Maurizio Capoluongo, 59 anni boss di San Cipriano d’Aversa dalla fine degli anni Ottanta, vicino a Michele Zagaria, anch'egli recluso al 41-bis che tra sei mesi vedrà finire la propria detenzione.
Poi ancora Giuseppe D’Agostino, 51 anni, boss della camorra salernitana che ha chiesto un permesso di tre giorni lo scorso settembre. Quindi Pasquale Gallo, 64 anni, detto “'O Bellillo”, boss di Torre Annunziata.
Vincenzo Zagaria (non è parente di Michele) recluso al 41-bis, ci ha riprovato, ma il Tribunale di Sorveglianza di Sassari ha risposto in maniera negativa affermando che il 41-bis “non avrebbe più alcun senso se il detenuto sottoposto al regime penitenziario differenziato potesse uscire dal carcere per tenere rapporti anche fisici con i propri familiari e conviventi (…) ne discende che fin tanto che Vincenzo Zagariarimarrà sottoposto al regime sanzionatorio differenziato di fatto non potrà mai avere accesso al beneficio premiale invocato”.
Dunque al momento non ci si può che affidare alle valutazioni dei vari Tribunali di Sorveglianza che dovranno raccogliere i pareri su Filippo Graviano dalla direzione del carcere, dalla Procura Nazionale Antimafia, dalla Procura Distrettuale e dal Comitato provinciale di sicurezza.
Ma è chiaro che il tema della dissociazione, affiancato a quella valutazione della Consulta, apre una frontiera tutta da scoprire.
Ed è singolare che l'argomento torni alla ribalta prepotentemente giusto oggi che come ministro della Giustizia c'è Marta Cartabia, già membro di quella Consulta che si espresse con quella sentenza.

Il fronte del 41 bis
Magari è solo un primo passo. Come quella sentenza della Corte Europea che condanna l'Italia per il 41 bis.
Allo stato, codice alla mano, la ‘dissociazione’ per i mafiosi non esiste. Una legge del 1987 invece concede una riduzione di pena e altri vantaggi ai terroristi che ammettano le colpe, abbiano comportamenti univocamente incompatibili con il permanere del vincolo associativo e ripudino la violenza.
E' noto che nel 1997 fu bocciata la proposta di Forza Italia a far passare un disegno di legge che lo proponeva anche per i condannati per mafia, ma i boss hanno sempre sperato in allentamenti ed affini. E pian piano qualcosa arriva.
Quell'articolo, introdotto in principio nel 1986 (legge Gozzini, ndr) riguardava, inizialmente, soltanto le situazioni di rivolta o altre gravi situazioni di emergenza. E' in seguito alla strage di Capaci, nel 1992, che fu introdotto un secondo comma che rendeva possibile l'applicazione del regime speciale ai detenuti per reati di criminalità organizzata; tale disposizione era valida per tre anni, ma successivi interventi legislativi (a partire dalla legge 16/2/95 n. 36) ne hanno prorogato di anno in anno la validità. In occasione del decennale della strage di Capaci il 24 maggio 2002 il Consiglio dei Ministri approvò un disegno di legge che prevedeva la proroga per ulteriori quattro anni dell'art. 41 bis (secondo comma), scadente al 31/12/2002 e l’applicazione anche ai reati di terrorismo ed eversione. Il 23 dicembre 2002, infine, il Parlamento eliminò ogni limite temporale all’applicazione del regime.
Nonostante ciò rispetto alle sue origini il 41 bis odierno è un po' meno duro. E lo dimostra anche la sua permeabilità tra telefoni cellulari ritrovati in possesso ad alcuni boss, o anche la recentissima inchiesta della Procura di Palermo, denominata "Xydi", che ha confermato come i boss, nonostante le restrizioni disposte dal regime carcerario riuscissero perfettamente a comunicare con l'esterno, a riorganizzare i clan, a tramare, a passarsi messaggi anche tra di loro, anche tramite l'aiuto di Angela Porcello, penalista dell'Agrigentino, divenuta - secondo quanto emerso dalle indagini - organizzatrice del mandamento mafioso di Canicattì, che utilizzava anche il proprio studio legale per i summit.

Non accanimento, ma necessità
L'argomento del carcere duro è tornato prepotentemente alla ribalta dopo la morte dell'anziano boss Raffaele Cutolo, deceduto per i postumi di una polmonite nel reparto sanitario del carcere di Parma. Nonostante lo stato di gravità della malattia era sottoposto a 41 bis.
Ancora una volta si è tornati a parlare di accanimento e c'è stato chi ha accostato il caso del camorrista con quello di Bernardo Provenzano, deceduto in carcere colpito da una grave malattia e stato di decadimento cognitivo, tanto che tutti i processi in cui era ancora imputato erano stati sospesi perché il boss era stato ritenuto incapace di partecipare.
Al di là della vicenda Provenzano, su cui si può discutere, il rischio maggiore che si corre oggi è che penalisti e politici tornino alla carica con quell'assurdo progetto di eliminazione del regime carcerario duro dall'ordinamento giuridico italiano.
Ferme restando le condanne, le pene pesanti e l’indubbia complessità della questione in cui si muovono i principi basilari dello stato di diritto e il significato più profondo di funzione della pena che non deve essere una vendetta, né un accanimento, non si deve cancellare la memoria.

Vuoti di memoria
Si dimentica spesso che è proprio per togliere provvedimenti come il 41 bis che si sono avute le stragi in Italia. E gli stessi boss hanno mostrato la propria insofferenza rispetto a questo regime carcerario (resta nella storia la lettera proclama di Leoluca Bagarella che in teleconferenza accusa i politici di non aver mantenuto le promesse).
A dimostrazione di quanto importanti siano certe misure restrittive basta rileggere le parole di Paolo Borsellino, nel novembre 1984. “Recenti ed imponenti acquisizioni probatorie dimostrano inequivocabilmente che la detenzione dell’imputato di reati di mafia non interrompe né sospende il vincolo associativo né sostanzialmente impedisce al detenuto di concorrere alla consumazione di gravi reati all’esterno degli stabilimenti carcerari con istigazioni, sollecitazioni, consigli ed altre similari attività - sosteneva il magistrato poi ucciso nel luglio 1992 - All’interno degli stabilimenti inoltre le gerarchie mafiose si ricostituiscono automaticamente senza soluzione di continuità con gli organigrammi e le organizzazioni esterne, cagionando sovente il sovrapporsi di occulte autorità intramurarie al personale di custodia statale, espropriato in gran parte dei suoi poteri”. Guai, dunque ad eliminare norme come il 41 bis. La mafia di oggi può aver rinunciato alla strategia stragista ma questo non significa che sia meno pericolosa. E questa pericolosità passa anche dalle carceri dove, anche nel recente passato, non sono mancate le trasmissioni di ordini all'esterno sia nella gestione degli affari che nell'emissione di vere e proprie condanne a morte.

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