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di Aaron Pettinari

Lo scorso 11 novembre sentito Gianni Giulio Vadalà, primo dirigente tecnico della Polizia scientifica

Pentrite, Tritolo, T-4, Nitroglicerina, Nitroglicol e Dinitrotoluene. E' questa la miscela di esplosivo utilizzata per la strage di via dei Georgofili, a Firenze, la notte tra il 26 ed il 27 maggio 1993. Un'esplosione devastante che ha generato un cratere di 8 metri quadrati. Già al tempo i periti che si occuparono dell'analisi ipotizzarono che la carica utilizzata fosse pari a 250 kg di esplosivo.
Tra gli incaricati vi era Gianni Giulio Vadalà, Primo dirigente tecnico della Polizia scientifica, audito l'11 novembre scorso in Commissione parlamentare antimafia dal gruppo di lavoro che si occupa di indagare sulle stragi e la trattativa Stato-mafia, presieduto da Mario Michele Giarrusso.
Tre le aree tematiche sviluppate anche grazie all'aiuto del consulente della Commissione, il magistrato Gianfranco Donadio: la qualità dell'esplosivo utilizzato a Firenze rispetto a quello che fu trasportato dalla Sicilia fino a Prato (dove i collaboratori di giustizia hanno detto di aver imbottito l'autobomba); la quantità di esplosivo utilizzato; la ricerca delle tracce di esplosivo nei veicoli che furono utilizzati per il trasporto dell'esplosivo.
"In un primo momento - ha ricordato Vadalà parlando del primo sopralluogo fatto a Firenze - si diceva che la causa fosse lo scoppio del gas, ma una volta sul sito, constatata la grande distruzione dell'ambiente e vedendo i pezzi di motore all'interno di un cassonetto verde, cambiai subito idea ed immaginai l'utilizzo di un'autobomba. Scavammo e sul punto del cratere trovammo le molle degli ammortizzatori del Fiorino che fu utilizzato per l'attentato.
L'esplosione aveva completamento distrutto l'intera struttura della macchina. Il motore era arrivato fino ad un portone di legno sito ad una cinquantina di metri. I rilievi andarono avanti fino a sera. E notammo in dei piloni, quelli messi sulle strade per evitare il posteggio delle auto, dello sporco con materiale nero. Questo tipo di macchia era tipica di un esplosivo come il tritolo".
Le indagini compiute in questi anni hanno permesso di ricostruire che parte dell'esplosivo fu recuperato da ordigni bellici e confezionato in involucri che apparivano come "forme di parmigiano".
Come ha evidenziato Donadio, rispetto all'imbottitura dell'esplosivo avvenuta a Prato nel garage appartenente alla famiglia Messina "emerge che le 'forme di parmigiano' inserite nel Fiorino erano due, pari a 140 kg di tritolo".
Secondo i periti, però, ad esplodere fu una carica stimata di almeno 250 kg. "Parliamo di centodieci chili di esplosivo che mancano all'appello" ha affermato Giarrusso. E a quel punto è stato lo stesso Vadalà a porre un interrogativo: "Perché fu rubato un Fiorino, quando le due cariche (le forme di formaggio) potevano essere trasportate all'interno di una Fiat Uno?".
Non solo. Sentendo quanto dichiarato dal collaboratore Carra, i materiali che furono utilizzati come booster, contenenti dinamite, pentrite ed Rdx, necessari per ottenere l'esplosione franca erano "al massimo 5-6 kg di roba, una minima quantità rispetto la massa totale".
Proseguendo nella sua testimonianza il funzionario della scientifica ha anche raccontato come nella Golf Volkswagen e nella Fiat Uno che furono utilizzate per trasportare il materiale esplosivo dall'autocarro di Carra fino al garage di Messana "non furono trovate tracce di tritolo" mentre le stesse erano presenti nel mezzo che fu condotto da Carra.
Successivamente Donadio ha chiesto se il quantitativo di 110 kg che non era presente nel Fiorino nel momento in cui partì da Prato, poteva essere contenuto in un borsone e Vadalà ha risposto che poteva essere "compatibile se diviso in due borsoni da 60 kg".
Una domanda, quella del consulente, tutt'altro che peregrina tenuto conto che un testimone vide, la sera del 27 maggio 1993 nei pressi del luogo dell'attentato, due uomini passarsi una borsa di tela di colore azzurro o blu che fu inserita all'interno di un Fiorino.
Tutti elementi che rafforzano l'ipotesi per cui, nelle stragi, accanto al commando di Cosa nostra proveniente da Brancaccio potessero esservi altre figure che possono aver aggiunto nuovo esplosivo. In via dei Georgofili non si doveva fallire e il segnale doveva essere chiaro. E allora vengono alla mente le parole di Spatuzza per cui nel 1993, Cosa nostra si era spostata verso "un'altra ottica che non ci appartiene”.
Pochi mesi dopo, a luglio, a Roma e Milano vi furono nuove esplosioni.
Nel capoluogo lombardo un'autobomba in via Palestro uccise l'agente Alessandro Ferrari e i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno ma anche l'immigrato marocchino Moussafir Driss (che venne raggiunto da un pezzo di lamiera mentre dormiva su una panchina), altre dodici persone rimasero ferite, e venne distrutto il Padiglione di Arte Contemporanea.
Quasi contemporaneamente, a Roma, deflagrarono due ordigni, uno sul retro della Basilica di San Giovanni in Laterano dove ha sede la Curia. L’altro davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro.
E il clima che si respirava era di altissima tensione.
Addirittura l'ex Presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi disse ai pm che indagavano sulla trattativa Stato-mafia, che all'epoca, nella notte del 27 luglio 1993, era particolarmente preoccupato per lo strano black-out di Palazzo Chigi.
Dopo la notte delle bombe, annunciò di voler riformare i servizi segreti e il 2 agosto 1993, partecipando a sorpresa alla commemorazione della strage di Bologna del 1980, intervenne dal palco: “È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”.
Su quella "torbida alleanza di forze" tanto la Commissione Parlamentare antimafia quanto le Procure stanno indagando in più direzioni. La speranza è che prima o poi sulle molteplici zone d'ombra fin qui emerse possa presto essere fatta nuova luce.

​VIDEO Commissione Antimafia, audizione Vadalà - Polizia scientifica

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