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A giudizio il "cerchio magico" dei beni sequestrati

In questi anni due storie hanno messo particolarmente in crisi il mondo dell'antimafia: il caso Antonello Montante e quello che ha visto protagonista l'ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, Silvana Saguto.
Quest'ultima è accusata di essere al centro di un "sistema perverso e tentacolare" composto da magistrati, avvocati, prefetti, vertici delle forze dell'ordine, avrebbe gestito in maniera illecita i beni sequestrati alla mafia.
Nello specifico sono 73 i capi di imputazione a carico dell'ex giudice (è già stata radiata dal Consiglio superiore della magistratura) e si va dall'associazione a delinquere, alla corruzione all'abuso d’ufficio.
Al termine della requisitoria, dopo tre anni di processo davanti al tribunale di Caltanissetta presieduto da Andrea Catalano, i pubblici ministeri Maurizio Bonaccorso e Claudia Pasciuti hanno chiesto una condanna a 15 anni e 4 mesi di carcere oltre che l'interdizione per 5 anni dai pubblici uffici.
Nel corso delle indagini e nel processo, anche grazie alle intercettazioni del Gruppo Tutela spesa pubblica, è emerso uno spaccato inquietante con favori ed assegnazioni che finivano sempre agli stessi amministratori.
"Questo è un processo a carico di pubblici ufficiali, magistrati, amministratori giudiziari, avvocati, che hanno strumentalizzato il loro ruolo importante e hanno tradito la loro funzione per interessi privati - aveva detto il pm Bonaccorso rifiutando la definizione di 'processo all'antimafia' - Hanno fatto un danno incalcolabile all'immagine dell'amministrazione della giustizia". Infatti il magistrato teneva a precisare che gli imputati 'eccellenti' negli anni precedenti all'inchiesta "hanno fatto vera antimafia" e "non come" chi "si è attribuito un attestato di paladino della legalità...". Ed è proprio qui il nodo, ovvero "il problema è quello di ipotizzare che avendo fatto antimafia hanno una sorta di 'licenza di uccidere', una 'licenza di delinquere' per quello che viene dopo. E il nostro processo riguarda proprio le condotte successive che si sono concretizzate in gravi reati perché non si può consentire di mortificare l'azione di un magistrato e svolgere un'attività predatoria".
Nel corso del processo la stessa ex giudice ha difeso quel "modus operandi" in cui le segnalazioni per gli incarichi erano diventate quasi prassi. Durante l'esame disse anche di aver "ritrovato un'agendina" in cui avrebbe segnato i nomi di "quelli che mi facevano delle segnalazioni". Un chiaro riferimento a "colleghi", magistrati, professori universitari e professionisti.
Altro punto contestato assieme ai suoi legali (al termine dell'arringa l'avvocato Reina aveva chiesto l'assoluzione "perché il fatto non sussiste") riguarda le mazzette che il “re” degli amministratori giudiziari, Seminara, avrebbe dato alla giudice. Le intercettazioni hanno registrato le conversazioni in cui i due parlavano di “documenti”. E la giudice ha sempre dichiarato che non si trattava di soldi.
Eppure di quelli aveva bisogno, trovandosi in forti difficoltà economiche, sommersa dai debiti e spese economiche fuori dalle proprie possibilità.
Nel corso della mattina i pubblici ministeri hanno precisato le contestazioni mosse chiedendo una modifica della richiesta di pena conclusiva per due capi di imputazione relativi a presunte falsità materiali nella liquidazione di compensi di alcuni amministratori giudiziari.
La sentenza è prevista per la tarda serata di oggi.

Foto © Imagoeconomica

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