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di Sebastiano Ardita

Questo è Nino Di Matteo. Concorso 1.8.1991, indossa la toga per la prima volta il 24 maggio 1992, alla camera ardente di Giovanni Falcone dopo l’eccidio di Capaci. A Caltanissetta inizia una guerra senza quartiere a cosa nostra, indaga sulle stragi, interroga Totò Riina a muso duro poco dopo l’arresto. Quello se lo ricorda bene fin da quel giorno. Torna a Palermo e conduce tutte le indagini più delicate contro l’organizzazione mafiosa più potente e conosciuta al mondo. Scava, arresta, stana killer, capi decine e capi mandamento. E’ di Palermo. Lui sa che la vera forza di Cosa Nostra è stare anche dentro lo Stato e da lì garantire, occultare, ammorbidire, assolvere, informare.
Inizia il processo storico per la trattativa tra i capi di cosa nostra ed esponenti di punta delle Istituzioni. Totò u curtu il macellaio lo condanna a morte. Lo vuole massacrato come un tonno. Non c’è da scherzare, perché non è mai accaduto che il suo ordine di morte cada nel vuoto. Quando il processo sta per prendere il via viene attaccato dal Quirinale nel modo più aperto e frontale: con un conflitto istituzionale. Mentre è isolato, condannato a morte dalla mafia, attaccato, gli viene aperto un procedimento disciplinare - per una ipotesi mai contestata prima a nessuno - da cui sarà prosciolto con la formula più ampia. Un mafioso si pente e dice che è arrivato l’esplosivo per ucciderlo. Lui fa domanda per andare alla Direzione Nazionale Antimafia, ma il CSM incredibilmente gli nega l’accesso preferendogli colleghi che non hanno, - non possono mai avere! - la sua esperienza e i suoi titoli.
Quando ci si rende conto che la sua esclusione è scandalosa, provano a trasferirlo con una procedura extra ordinem per ragioni di sicurezza. Lui rinuncia e finalmente, con grave e inaccettabile ritardo, supera il concorso ordinario e arriva alla DNA. Entra in un gruppo di lavoro che deve dare impulso alle indagini sui mandanti esterni delle stragi.
Rilascia una intervista con cui non rivela alcunché e viene messo fuori dal gruppo di lavoro.
Ho detto da subito che un uomo con una storia così non poteva essere estromesso dal gruppo di lavoro come se fosse un ragazzino indisciplinato...!
Adesso il procuratore nazionale lo ha riammesso nel gruppo, anche se lui si trova da un’altra parte.
E’ una notizia buona, ma tardiva. Se non ha rivelato nulla non c’era solo il suo diritto da difendere, ma il diritto dei cittadini italiani di sapere, di conoscere, di ascoltarlo. E’ un diritto che va affermato in modo formale.

In foto: Sebastiano Ardita, a sinistra, e Nino Di Matteo © Imagoeconomica

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