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di Aaron Pettinari

La Procura generale: “Vi fu un braccio di ferro istituzionale”. Chieste audizioni di Violante e Mancino

Sulla detenzione del boss corleonese Totò Riina nel carcere di Rebibbia, ed il suo mancato trasferimento, vi fu un “braccio di ferro istituzionale nelle settimane successive alle stragi del Continente quando si era in piena consapevolezza, sicuramente da parte di Di Maggio, che quelle stragi potevano essere una risposta alla proroga dei 41 bis, per la quale invece c'era una aspettativa contraria, da parte dei mafiosi”. Una vicenda che a parere della Procura generale, rappresentata in aula dai sostituto Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, andrebbe ulteriormente approfondita. Per questo motivo all'udienza di ieri del Processo trattativa Stato-mafia è stata chiesta alla Corte d'Assise d'Appello, presieduta da Angelo Pellino, una nuova audizione dell'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino (in primo grado sotto processo per falsa testimonianza ed assolto) e dell'ex Presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante.
Quest'ultimo, in quel tragico 1993, rilasciò due interviste per parlare del Capo dei capi corleonese. La prima a marzo in cui si “contestava l'eccessiva libertà espressiva che veniva concessa a Riina nelle sue apparizioni dibattimentali, richiamando sostanzialmente i magistrati precedenti a fare maggiore attenzione ad evitare che lo stesso potesse svolgere anche dall'interno delle aule di giustizia una funzione, un ruolo di dominus delle vicende riguardanti Cosa Nostra”. La seconda è datata 15 dicembre 1993. “Il presidente Violante - ha spiegato Fici - va giù abbastanza duro nei confronti del Ministero della Giustizia con specifico riferimento alla permanente detenzione del Riina nel carcere di Rebibbia. Quando è stato sentito innanzi a codesta Corte il presidente Violante in merito al fatto sconcertante, emerso in una delle udienze precedenti, della segnalazione Sisde di un telefonino cellulare all'interno del carcere di Rebibbia da parte di Riina, riferì di aver fatto alcune dichiarazioni alla stampa perché a volte sono più utili e raggiungono lo scopo più efficacemente”.
Facendo riferimento ad alcune annotazioni dell'ex numero due del Dap Francesco Di Maggio, datate 8 settembre 1993, in cui parla di una telefonata avuta con Violante proprio sulla vicenda della permanenza di Riina nel carcere di Roma (“Il presidente gli disse espressamente che se non provvedevano su Riina ci si sarebbe cominciati ad attivare per un rimbalzo sulla stampa della questione con eventuale discredito per il Dap”). Fici ha ribadito i motivi per cui Violante dovrebbe essere sentito: "Potrebbe essere utile sapere quali sono gli elementi in base ai quali il Violante ha sollecitato informalmente il dottor Di Maggio a rimuovere Riina il più velocemente possibile da Roma Rebibbia e perché a distanza di due mesi ha ritenuto addirittura di fare dichiarazioni estremamente pesanti nei confronti del Ministro, inerente la permanenza di Riina a Rebibbia. Perché ha ritenuto di doverlo fare o quali erano gli elementi? Soltanto una esigenza di immagine oppure c'erano voci e indicazioni che circolavano su un'anomalia di una permanenza proprio in quel carcere del Riina medesimo?”.
Per quanto riguarda Mancino, invece, l'audizione si basa su una nota, inviata al Dap i primi di settembre del 1993, in cui l'allora ministro degli Interni sollecita il ministro della Giustizia, Giovanni Conso, di risolvere la questione della detenzione del boss corleonese a Rebibbia.
“Si chiede di sentire Mancino. Se non fu edotto dall'informativa del Sisde (sul presunto utilizzo di un cellulare in cella, da parte del Riina) o se il ministro in qualche modo ne venne informato, vi è un ulteriore elemento per la tesi per cui quell'appunto è stato creato dal nulla, attraverso la compiacente partecipazione di compiacenti funzionari e che ha innescato un meccanismo antipatico, poi abortito”.
Sostanzialmente, secondo l'accusa, “nonostante le sollecitazioni del capo della polizia, del ministro Mancino e del presidente della Commissione parlamentare antimafia, Riina continuava a restare a Rebibbia, nonostante una parte dello Stato riteneva inopportuna, o peggio, qualcosa di più di inopportuna la permanenza della detenzione a Rebibbia”.
Sempre rispetto a queste vicende è stata chiesta anche l'audizione del prefetto Rossi, già sentito nel processo di primo grado, ma non su questi temi, e quella della dottoressa Ferraro e Calandrino.
Le parti si sono poi pronunciate su una serie di acquisizioni documentali.
Su tutte le richieste presentate la Corte si pronuncerà nella prossima udienza che si terrà il 5 ottobre.

Foto © Shobha

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